C’è stato un libro, nel corso dell’anno, che si sia distinto in modo particolare per la sua bruttezza? Ebbene sì. C’è stato. Si tratta dell’intervista fatta ad Alberto Asor Rosa da Simonetta Fiori e intitolata Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali. Non è solo un testo inutile, ripetitivo e confuso: più di tutto è imbarazzante. Dà l’impressione, infatti, che il più noto palindromo italiano non fosse presente negli anni cinquanta-sessanta, poi negli anni settanta, e poi negli ottanta e oltre, nella storia della cultura italiana, con tesi a grande diffusione, libri molto letti e discussi, posizioni che dettavano legge nelle ricerche e sulle pagine dei quotidiani, che davano la linea a chi si batteva contro il sistema.
L’Asor Rosa che oggi si richiama ai valori fondanti dell’Occidente – un Occidente tollerante, aperto, critico e sviluppato – è lo stesso che nel 1962 scriveva Scrittori e popolo: in quell’opera utilizzava la categoria del populismo per fare le bucce a Gramsci (e a quasi tutti gli scrittori contemporanei di sinistra) e alla sua concezione dell’intellettuale nazional-popolare. Era il populismo, cioè un’immagine mitizzata e regressiva del popolo, a caratterizzare, a suo parere, sia il neorealismo dell’immediato dopoguerra sia tutta la successiva cultura di sinistra, fino a Pier Paolo Pasolini incluso (lo stesso Pier Paolo Pasolini oggi esaltato), rendendo impossibile che in Italia prendesse forma una politica, e una politica culturale, autenticamente rivoluzionaria.
Ma il Palindromo è capace di mutare opinione: lo stesso, infatti, nel 1975 dava alle stampe La cultura, un intero volume della Storia d’Italia Einaudi, dove le sue stesse tesi venivano rovesciate come guanti. Qui faceva due mosse parallele: in primo luogo applicava alla storia della cultura italiana il progetto gramsciano recedendo dalla critica alla mitizzazione del popolo che aveva espresso in Scrittori e popolo; in secondo luogo ne identificava – proprio per realizzare quel progetto – il protagonista intellettuale non più nei grandi scrittori, negli intellettuali tradizionali, nella cultura d’élite, ma in scrittori popolari i cui nomi sono legati nel nostro paese a due famosissimi libri per l’infanzia, Cuore e Pinocchio. Così, avanzava implicitamente una tesi importante relativa non solo alla sua ricerca, ma alla realtà italiana di quell’epoca: la cultura era divenuta progressivamente cultura di massa, l’intellettuale si era trasformato in impiegato dell’industria culturale. Di particolare rilievo, in quelle pagine, era la figura dell’intellettuale così inteso come esponente del progetto culturale, politico ed educativo di realizzare davvero l’unità italiana attraverso l’esercizio di una egemonia da parte della borghesia settentrionale che, del resto, aveva riunito l’Italia attorno a sé.
Poi. Poi molta acqua è passata sotto i ponti. Dopo aver acquisito una posizione di primo piano nel seno della sinistra moderata (resa visibile dalla presenza all’interno del quotidiano “La Repubblica”), il Palindromo si è staccato anche da quell’approdo, e ha finito per esprimere le sue opinioni sul “Manifesto”. Perennemente alla ricerca di un carisma da esercitare e perennemente in lite con la parte politica che lo accoglie, Asor Rosa si è dedicato negli ultimi anni alla scrittura di brevi opere dedicate all’attualità, al mondo e al suo futuro, e a grandi storie della letteratura molto criticate (in particolare la seconda). Dei pamphlet è da ricordare soprattutto Fuori dall’Occidente: una requisitoria senza appello contro i mali secolari che caratterizzano il nostro mondo e che saranno tali da portarlo a distruzione se non tentiamo di fuoriuscire da quel modello economico, politico, culturale.
Divenuto, con il passare degli anni, uno tra i più famosi intellettuali italiani, ma meno corrosivo di un tempo, il Palindromo viene ora intervistato da una giornalista esperta sulla sua storia personale e sulle sue opinioni sul presente. Il lettore non può non stupirsi per il modo in cui Asor Rosa glissa sugli episodi più imbarazzanti (oggi) del suo passato ed enfatizza, invece, tutte le rotture con partiti e club di sinistra extra e intra-parlamentare, oltre alla recente svolta ecologista in favore dei piccoli paesi toscani nei quali passa l’estate. L’intervista riguarda gli intellettuali, il loro ruolo rispetto al potere e rispetto al comunismo, e la parte specifica che hanno svolto nella storia del nostro paese: i giudizi che lo storico della letteratura italiana offre hanno presente la caduta del muro di berlino, la fine dell’Unione Sovietica, ma stentano a riorganizzare una visione d’insieme che tenga conto di quegli eventi. L’autore si presenta come dissidente in pectore per aver apprezzato Buio a mezzogiorno di Koestler, ma poi invoca una maggiore comprensione delle circostanze di allora prima di emettere sentenze sugli stalinisti nostrani. Si rende conto che il progetto gramsciano è fallito, ma non rinuncia a leggere la cultura italiana dal 1945 fino a tutti gli anni settanta come “una cultura d’opposizione, nitidamente orientata verso un mutamento degli assetti politici, sociali, economici e istituzionali dell’Italia risorta sulle ceneri del fascismo”.
Un posto altrettanto grande lo occupa, in questa intervista, la democrazia: su di essa Asor Rosa si pronuncia a ripetizione e in modo inequivoco. La “classe dei colti”, infatti, ebbe un rapporto conflittuale con la democrazia di massa che si realizzava nel passaggio fra Otto e Novecento: è proprio dalla loro reazione negativa contro quella democrazia che derivano i principali casi letterari del secolo appena finito, Thomas Mann in testa. E, in effetti, la democrazia si fa leggere in queste pagine in modo doppio e contrastante, come un approdo di realizzazione per tutti e come abbrutimento e massificazione. E’ attraverso la democrazia, ci ricorda Asor Rosa, che si sono affermati i totalitarismi. Così, il passato non passa: quello di Asor Rosa per primo. Troviamo ancora, in questa intervista, che il Proudhon celebrato da Craxi era un “ideologo confuso e pasticcione”. Troviamo ancora l’accettazione/rifiuto delle tesi più apocalittiche di Pasolini sulla società italiana. Troviamo ancora – e sembra incredibile - la condanna di Vittorini, in modo appena più sfumato rispetto ad anni lontani. Troviamo la santificazione (semmai ce ne fosse bisogno) di Italo Calvino. Troviamo la certezza del maître-à-penser di essere dalla parte giusta della storia. Troviamo la convinzione che la storia (quella italiana se non quella mondiale) marci alla stessa cadenza della propria vita, dall’operaismo alla caduta del Muro. Di nuovo rispetto al passato ci sono, oltre alla riscrittura del proprio percorso, le opinioni sull’oggi, sulla “civiltà montante”, il berlusconismo, l’appiattimento della civiltà planetaria, la presenza oppressiva dell’immagine e il totalitarismo del presente. Tesi talmente banali da farci rimpiangere l’aggressività di un tempo.
A. Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, a cura di S. Fiori, Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. 181, euro 12



non è più di moda il bignami
A parte il riassunto della
Lezione di recensione critica
Livore a chili...
sono daccordo