Le elezioni in Giappone hanno visto la vittoria schiacciante del partito democratico di Yukio Hatoyama (DPJ), ma è ancora incerta la direzione che la politica estera di Tokyo prenderà. I governi liberal-democratici che si sono succeduti finora hanno fatto dell'alleanza nippo-americana il principale pilastro della loro politica estera, e ciò ha permesso al Giappone del dopoguerra di conoscere la pace e la sicurezza. In effetti, il partito liberal-democratico (LDP) è stato fondato per sostenere la politica americana in Estremo Oriente contro il comunismo, durante la guerra fredda. In seguito, questo partito ha continuato ad allinearsi alle posizioni americane, anche nel caso della guerra in Iraq nel 2003, nonostante l'opposizione della maggioranza della popolazione giapponese.
Il partito liberal-democratico è stato spesso accusato di eccesso di servilismo verso gli Stati Uniti. Secondo l'ex primo ministro Junichiro Koizumi, avere delle buone relazioni con gli Stati Uniti era il presupposto indispensabile per avere buone relazioni con il resto del mondo, Asia compresa. Secondo i suoi oppositori, invece, il Giappone, a forza di allinearsi alla politica statunitense, ha finito per isolarsi dal resto del mondo e dovrebbe ora adattarsi a quello che è il nuovo clima mondiale, segnato dalla fine dell'unipolarismo americano. Di conseguenza, il Giappone di oggi dovrebbe stringere i propri rapporti con le potenze asiatiche, prima tra tutti la Cina, che sta prendendo il posto del Giappone come seconda potenza economica del pianeta.
Un cambiamento radicale nella politica estera giapponese sembra in realtà improbabile. Il nuovo premier ha affermato che la sua priorità è il mantenimento della continuità, pur affermando la volontà di una maggiore indipendenza dagli Usa. Per ora, il partito democratico resta cauto, per evitare di provocare discordie tra i suoi propri membri e con i partiti con cui si prevede di formare una coalizione. Secondo le dichiarazioni rilasciate subito dopo le elezioni e durante la campagna elettorale, i principali obiettivi di politica estera dei democratici sarebbero il conseguimento di una più grande autonomia nei confronti degli Stati Uniti e un rafforzamento della presenza giapponese sulla scena internazionale – senza rimettere in causa l'alleanza di sicurezza nippo-americana; una riduzione delle basi americane sul suolo nipponico (si contano attualmente circa 47.000 soldati americani); il tentativo di regolare le dispute territoriali con la Russia a proposito delle isole Curili, situate a nord dell'arcipelago e occupate da Mosca nel 1945. Inoltre, il Partito democratico intende farsi garante della Costituzione pacifista giapponese che il LDP aveva cercato di rimettere in questione negli ultimi anni.
Il debutto diplomatico del neo primo ministro avverrà alla fine di questo mese, quando sarà presente all'Assemblea generale dell'Onu a New York, dove avverrà, probabilmente, anche un incontro con il presidente Usa Barack Obama. Secondo un alto funzionario del ministero degli Esteri, gli incontri si concentreranno principalmente sui cambiamenti climatici, il disarmo nucleare e la finanza internazionale. Gli Stati Uniti seguono con attenzione la formazione del nuovo governo, dopo che, una settimana fa il nuovo premier in un'intervista rilasciata al New York Times aveva accusato il "modello americano di capitalismo" di essere alla base della crisi finanziaria mondiale dell'ultimo anno e aveva auspicato la nascita di una "comunità dell'Estremo Oriente", su modello dell'Unione Europea. Il giorno dopo le elezioni, il nuovo premier ha precisato che l'articolo non intendeva avere contenuti antiamericani e che l'idea di una comunità dell'est asiatico non esclude gli USA.
Il leader del DPJ ha inoltre sottolineato la necessità di ricostruire l'alleanza nippo-americana su "basi più egualitarie" e allo stesso tempo di "sviluppare un'autonoma strategia di politica estera per il Giappone". Ha inoltre detto di voler proporre una revisione degli accordi che regolamentano la presenza di forze militari e delle basi americane statunitensi in Giappone, che causa un certo malcontento tra la popolazione delle aree interessate. Con queste dichiarazioni, Hatoyama ha mostrato di distaccarsi dalle posizioni precedentemente assunte, per assumere una posizione più pragmatica. Ha affermato che la continuità nella diplomazia è importante e che sente di aver bisogno di costruire un rapporto di fiducia con Obama prima di formulare proposte sul SOFA (Status of Forces Agreement) o su altre questioni. Secondo gli analisti, le modifiche verranno aggiunte poco a poco.
La politica estera sarà in ogni caso, insieme alla ripresa economica, una questione molto delicata da affrontare per il nuovo governo democratico. Composto da forze provenienti da destra e sinistra, ex membri del Partito liberal-democratico ed ex-socialisti, al DPJ è spesso mancato il consenso sulla politica estera e di sicurezza. Un punto che creerà inevitabilmente un importante dibattito in seno al partito democratico sarà la questione della missione di sostegno giapponese alle operazioni antiterrorismo americane in Afghanistan. In precedenza, il DPJ si era fermamente opposto alla spedizione di forze di sostegno in Afghanistan sostenendo che, senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite, si violava il principio di rinuncia alla guerra sancito dalla Costituzione. Per ora il DPJ non ha chiarito la sua posizione a proposito. Hatoyama ha affermato che, per il momento, consentirà di proseguire la missione di rifornimento per le truppe americane di stanza in Afghanistan, ma non ne permetterà l'estensione oltre il mese di gennaio, data di scadenza della legge di autorizzazione della missione.
I democratici dovranno destreggiarsi tra le richieste americane di continuare la missione e le richieste del Partito Social Democratico e del People's New Party, di cui necessitano il sostegno per il raggiungimento di una maggioranza nella Camera Alta. In particolare, il Partito Social Democratico si oppone fermamente all'invio di forze di difesa all'estero, tanto per l'Afghanistan, quanto per la spedizione di navi della marina giapponese per la missione antipirateria al largo della Somalia. Inoltre, per uscire dall'isolamento regionale che ha caratterizzato la politica del Giappone negli ultimi 50 anni, Hatoyama ha affermato di voler sviluppare le relazioni intra-asiatiche, soprattutto instaurando un dialogo più regolare con Pechino.
Obiettivo del partito democratico è far recuperare al Giappone il suo ruolo di leader regionale, dissipando le diffidenze dei suoi vicini asiatici. Il nuovo premier ha promesso di non ripetere più le visite al tempio shintoista di Yakasuni a Tokyo, che erano state causa di attrito tra Cina e Giappone negli ultimi anni. Il santuario, che ospita circa 2.5 milioni di soldati morti per il Giappone e 14 criminali di guerra condannati a morte dagli alleati dopo la seconda guerra mondiale, è considerato il simbolo del militarismo giapponese. Pechino, d'altro canto, ha affermato che il trionfo elettorale del DPJ porterà a un avanzamento delle relazioni politiche bilaterali tra Cina e Giappone.
Se la risoluzione degli attriti riguardanti il santuario di Yakasuni è in importante passo avanti, vi sono altre importanti questioni su cui il Giappone dovrà essere cauto, per non scomodare il potente vicino. Prima tra tutte la questione delle minoranze cinesi. La visita della leader uigura Rebiya Kadeer in Giappone a fine luglio e l'incontro di Hatoyama con il Dalai Lama hanno scatenato, in passato, le ire di Pechino. In futuro, il Giappone dovrà mostrare più cautela su queste ed altre questioni, come i rapporti con Taiwan e il tema dei diritti umani, se vorrà sviluppare relazioni diplomatiche più fruttuose con Pechino. Ciò porterebbe notevoli vantaggi alle relazioni strategiche tra i due paesi, le cui economie sono positivamente legate: la crescita della domanda interna cinese significa espansione per l'economia giapponese, che vanta ancora un certo avanzamento tecnologico nei confronti dell'economia cinese.


Nome del santuario