Venerdì 10 Febbraio 2012
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Controproposta

Con tre aliquote (del 23, 28 e 33%)
il fisco sarebbe più equo

12 Gennaio 2010

L’iniziativa di Silvio Berlusconi di riproporre la riduzione delle imposte, nonostante la difficile situazione della finanza pubblica, non è solo uno spot elettorale, come invece afferma l’onorevole Bersani, segretario del PD. Ma anche se fosse un messaggio prima delle imminenti elezioni regionali e non un messaggio reso necessario dall’esigenza di alleviare gli effetti sociali della crisi e di ridare slancio alla nostra economia, esso andrebbe comunque preso come quello che è, una dichiarazione programmatica, in una direzione coerente con la linea che l’attuale premier ha costantemente seguito.

Quando l’onorevole Bersani afferma che negli anni in cui ha governato, Berlusconi ha lanciato solo annunci, ma non ha mai attuato riduzioni delle imposte, fa una affermazione contraria ai fatti. Intanto occorre  ricordare che dall’inizio di questa legislatura, il governo attuale ha già attuato tre significative riduzioni fiscali. Innanzitutto l’abolizione dell’ICI sulla prima casa, promessa durante la campagna elettorale e la riduzione della tassazione del reddito derivante dal lavoro in orari straordinari, che era inclusa nel programma del PDL per questa legislatura. Queste due promesse, che si possono considerare spot elettorali, sono state mantenute. A ciò si aggiunge la riduzione dell’acconto dell’imposta sul reddito di novembre deciso quest’anno.

L’onorevole Bersani ha anche proposto, in polemica con il progetto fiscale di Berlusconi, il “superamento degli studi di settore”. Si tratta di una proposta a dir poco grottesca, per due ragioni. La prima è che la Corte di cassazione ha già dichiarato che gli studi di settore non possono essere un metodo di accertamento, che vale sino a prova contraria da parte del contribuente. Sono solo uno strumento di indagine che il fisco può utilizzare per controllare le dichiarazioni tributarie dei contribuenti. La seconda è che la efficacia degli studi di settore come metodo di accertamento automatico valevole salvo prova contraria del contribuente era stata voluto dal vice ministro delle finanze Vincenzo Visco nell’ultimo governo Prodi. Quello in cui il Ministro dell’economia e finanze Padoa Schioppa aveva affermato che “le tasse sono belle”.

D’altra parte anche nella XIV legislatura in cui Berlusconi ha governato, dal maggio del 2001 al febbraio del 2006, vi è stata una prima sostanziale riduzione della tassazione del reddito, che si è mossa nella direzione della riforma basata su due aliquote, del 23 e del 33 per cento. Nel 2001 sono stati attuati aumenti di detrazioni per i redditi più bassi, nel 2003 è stata presentata una riforma organica dell’imposta personale sul reddito, con due aliquote soltanto del 23 e del 33 per cento da attuarsi gradualmente (da allora essa, per indicare il mutamento strutturale previsto, non si denomina più Irpef, ma Ire). Come prima misura nella nuova direzione, è stata introdotta una no tax area, fino a 6.500 euro annui di reddito. Nel 2005 ed è stata attuata una riduzione del numero delle aliquote che sono diventate 4 ed è stato ridotto il peso dell’Ire, con un movimento verso la nuova struttura preannunciata che ha avvantaggiato particolarmente i redditi compresi fra i 6.500 e i 7.500 euro, grazie alla estensione della no tax area. Inoltre, l’aliquota media per l’Ire 2005 ha subito una riduzione consistente per livelli di reddito, tra 7.500 e i 33.000 euro circa, area di reddito interessata dal sistema di deduzioni per “la no-tax area”.

Al di sopra dei 33 mila euro  la riduzione di peso fiscale diminuiva in percentuale fino ai 70.000 euro di reddito lordo annuo. Al di là di questo importo la percentuale di riduzione fiscale diventava nuovamente rilevante. E per i 100.000 euro superava (sempre in percentuale) quella per i redditi tra gli 11.700 e i 33.000 euro. Sino a 100 mila euro l’aliquota era stata collocata al 39 per cento. Solo al di sopra scattava quella del 43 per cento.

Il programma del Ministro Tremonti varato durante la legislatura del 2001-2006, con propostiti di attuazione graduale subì una interruzione nella ultima parte della legislatura perché intervenne la sua rimozione dalla carica, su richiesta di AN e dell’UDC, che portò alla sua sostituzione con Marco Siniscalco (che poi si dimise per essere nuovamente sostituito da Giulio Tremonti).

Come si nota, il progetto delle due aliquote del 1994 non è stato affatto abbandonato, così come afferma Bersani. Esso ha già avuto una prima attuazione. Ma con il governo Prodi questa riforma è stata parzialmente smantellata. Le aliquote da 4 furono aumentate a 5. Oltre i 28.000 mila euro e sino a 55 mila venne stabilita l’aliquota del 38 per cento, fra i 55 mila e i 75 mila di fissò l’aliquota del 41 per cento e sopra il 75 mila quella del 43 per cento. Senza questa modifica attuata dal governo Prodi di cui faceva parte anche l’onorevole Bersani, la prosecuzione della riforma Berlusconi sarebbe molto più agevole. E l'affermazione di Bersani secondo cui Berlusconi non ha mai mantenuto le sue promesse fiscali pertanto è doppiamente falsa. Le promesse sono state mantenute. Ma le sinistre, appena al potere, hanno provveduto a ridimensionare ciò che Berlusconi aveva cominciato ad attuare.

Comunque, a parte le difficoltà congiunturali che pongono ostacoli a una rapida attuazione del progetto, si tratta di un modello sostanzialmente condivisibile e realizzabile nel medio termine. Non è vero che l’aliquota del 33% sarebbe troppo bassa dal punto di vista dell’equità fiscale e potrebbe comportare una insostenibile perdita di gettito. Infatti, nel programma del 2003, accanto all'aliquota del 33 per cento,  si aggiungeva, come ora, il 2 per cento di addizionali regionali e locali. E vi era una imposta di solidarietà sociale del 3% che poteva portare il livello complessivo massimo del prelievo, per lo scaglione di reddito superiore ai 100 mila euro, al 38%. In luogo del contributo di solidarietà del 3 per cento si potrebbe aumentare l’aliquota per le finanze regionali e locali. Con la riduzione della tassazione del reddito delle società al 27 per cento, attualmente vigente, una tassazione del 38% dei redditi distribuiti dall’impresa agli azionisti, per le partecipazioni qualificate, sia pure accompagnata dal credito di imposta per la aliquota già pagata presso la società, comporta già un differenziale di 11 punti che può scoraggiare la distribuzione dei dividendi.

Sarebbe un consistente miglioramento rispetto alla situazione attuale, in cui l’aliquota massima, con le addizionali locali, è il 55 per cento. Attualmente c’è un differenziale di ben 18 punti rispetto alla tassazione delle società che distorce le politiche societarie, conducendo a politiche elusive per i redditi in questione.

La tesi per cui l’Ire dovrebbe avere solo due aliquote, con un tetto del 33 per cento che diventa il 38 per cento con le addizionali regionali e locali è condivisibile. Ciò può dare un impulso alla crescita economica, riduce le distorsioni e le spinte all’elusione legale e all’evasione create dalla progressività accentuata. Non è invece condivisibile la finzione per cui le aliquote sarebbero solo due, ma mediante un gioco complicato di crediti di imposta, basati su formule complesse, (quelle attualmente vigenti sono incomprensibili ai non “addetti ai lavori”), si avrebbe di fatto una progressione continua occulta, sino al 33 per cento.

Con tre aliquote del 23 del 28 e del 33 per cento si può ottenere un risultato tecnicamente migliore, a pressione invariata, perché si può minimizzare il sistema dei crediti di imposta per gli scaglioni di reddito che si trovano al di sopra della prima aliquota. E così il contribuente stesso può calcolare più facilmente il proprio tributo e l’imposta personale diventa più trasparente. Berlusconi non è un tributarista, non è suo compito entrare in questi dettagli migliorativi, che non modificano nella sostanza il suo programma.

Per facilitarne l’attuazione occorre recuperare la perdita di gettito che la riduzione di prelievo inizialmente comporterebbe. Ciò può essere fatto mediante tre linee di azioni. Innanzitutto occorre rafforzare la tassazione indiretta mediante una riduzione sostanziale delle sacche di evasione dell’Iva, che si calcola arrivino al 40 per cento della materia imponibile teorica (su 100 di imponibile teorico solo 60 paga l’Iva). Inoltre occorre sviluppare ulteriormente la politica di controlli riguardanti gli alti redditi che è stata iniziata in relazione allo scudo fiscale. Infine occorre attuare una riforma delle pensioni che consenta di ridurre la spesa pubblica. Dato che tutto ciò non può essere fatto con un colpo di bacchetta magica, nella attuale situazione occorre individuare le priorità per l'attuazione graduale del progetto. E queste, per l’Ire,  mi sembra che debbano consistere in uno sgravio per i redditi minori, che sono quelli che hanno bisogno di un maggior sostegno, in relazione alle perdite di posti di lavoro generate dalla crisi economica.

 

Commenti
12/01/10 11:29
Flat Tax
La cosa migliore, anche se di difficile introduzione in Italia, è la flat tax. 25% per tutti e non se ne parli più, se non per ridurre l'aliquota. Il resto si può fare con una "No-Tax Area" per la prima parte del reddito e detrazioni/deduzioni per familiari a carico, mutui prima casa, etc.

La pressione su chi lavora per non superare la soglia dello scaglione è presente per ogni scaglione; quindi più scaglioni ci sono, più resistenza c'è a lavorare e guadagnare di più.

Se volessimo incentivare veramente il lavoro dovrebbe esserci una serie di aliquote che si riducono con il reddito, in modo che la gente sia invogliata a lavorare di più per pagare proporzionalmente di meno. Ma questa è una utopia, in Italia.
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