Ultimo giorno per la Conferenza mondiale sul clima, ultima possibilità per i grandi della terra di trovare un punto comune per affrontare l’emergenza ambientale. I lavori sono durati tutta la notte, a Copenaghen, nel tentativo di non far naufragare un vertice che da più parti è già stato bollato come un fallimento.
Tuttavia la resistenza della Cina e dell'India a un'intesa rimane forte e per questo c'è grande attesa per quanto sarà in grado di fare il presidente Obama, giunto oggi a Copenaghen. "Il mondo accetti anche un'intesa non perfetta. L'America è pronta a prendersi le sue responsabilità in quanto leader. Non sareste qui se non foste convinti che il pericolo è reale. Il cambiamento climatico non è fantascienza, ma è scienza, è reale". Così ha esordito il presidente Usa davanti al plenum del vertice Onu. "Siamo qui non parlare ma per agire" ha detto ancora Obama. Il capo della Casa Bianca avrà alcuni incontri bilaterali con i principali leader, fra cui il primo ministro cinese Wen Jiabao. Un'intesa fra Washington e Pechino è fondamentale per il raggiungimento di un accordo globale sul clima. Obama incontrerà anche il primo ministro danese Lars Lokke Rasmussen, il cui paese organizza la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e quello russo Dmitry Medvedev. Con il leader del Cremlino è possibile sia affrontata anche la questione del rinnovo del trattato sulla riduzione delle armi nucleari.
Alla fine di questo tour de force notturno appare più probabile il raggiungimento di un accordo: è pronta infatti una bozza d'intesa da sottoporre all’esame delle grandi potenze mondiali. Queste le linee-guida anticipate da due fonti che hanno partecipato ai negoziati: l'aumento della temperatura globale del pianeta dovrà essere tenuto entro i 2 gradi centigradi sui livelli pre-industriali e i Paesi poveri saranno finanziati con un fondo che raggiungerà i 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020 per adottare tecnologie 'pulite' e affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.
A preparare la svolta è stato, dunque, un mini summit che ha coinvolto 26 Paesi, con i rappresentanti di Stati Uniti, Cina, Russia, ma anche europei e africani. È stato un dialogo "fruttuoso e costruttivo", ha commentato il primo ministro danese Lars Lokke Rasmussen. Anche se gli europei hanno spinto al massimo per un risultato alto, la vera sterzata che ha ridato fiato al negoziato è ancora una volta, 'made in Usa'. Obama si è fatto precedere a sorpresa dal segretario di Stato Hillary Clinton che ieri mattina ha sparso a piene mani fiducia accompagnando le dichiarazioni di buona volontà con una apertura forte: gli Stati Uniti accettano di partecipare al fondo di aiuti per i Paesi in via di sviluppo per 100 miliardi di dollari entro il 2020.
Intanto oggi, forse non a caso, è trapelato uno studio shock delle Nazioni Unite secondo cui se si firmasse un accordo alle condizioni attuali il Pianeta rimarrebbe a rischio catastrofe. Secondo questo documento non ufficiale, le offerte di riduzione delle emissioni di Co2 sul tavolo dei negoziati, porterebbero ad un aumento medio delle temperature mondiali di tre gradi rispetto all'obiettivo dei 2 gradi. Tradotto: 170 milioni di persone in più soffrirebbero per le inondazioni e 550 milioni in più rischierebbero la fame. Ma c'è comunque ottimismo e buona volontà, come trapela dal capo di stato svedese che detiene il turno della presidenza UE Fredrik Reinfeldt: "Abbiamo tentato di dare un ombrello politico all'accordo".
In una corsa affannata contro il tempo – si parla addirittura della necessità di prolungare il vertice di 24 ore - il "clima dell'ultimo giorno" si fa carico di aspettative.



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