Il politically correct dilaga anche nella politica internazionale. La Georgia di Saakashvili è diventata come la Madonna Pellegrina: intoccabile. Una sciocchezza. Di più: un errore strategico.
I fatti dicono che Saakashvili ha dato prova di avventurismo – ha ragione Cossiga – nella gestione dei rapporti con l’Ossezia. Non è certo una novità che questa regione si senta parte del grande impero russo ed abbia nostalgie neocomuniste. D’altra parte, lo stesso presidente della Georgia non brilla per equilibrio democratico e non si è insediato esattamente come un padre delle riforme liberali. Si tratta di un uomo che – parole di Salomè Zurabishvili, ex ministra franco-georgiana – ha perso credibilità e non può vantare credenziali internazionali di rilievo. Un neocomunista che fronteggia brutalmente l’orso neocomunista russo.
La Russia si sente incastrata tra un’Europa che si allarga e una Nato che si espande, rischiando di farla uscire dal grande giro dei territori cruciali per la circolazione del petrolio e del gas. Ciò non giustifica la reazione sproporzionata all’attacco georgiano dell’Ossezia, ma serve ad evitare di ridurre l’intero capitolo della crisi caucasica ad un referendum pro o contro la Russia. La politica internazionale risente delle nuove realtà nelle aree regionali del mondo e il Caucaso non è un’eccezione, anzi è, in qualche modo, una cartina di tornasole, insieme al Pakistan ed alla Cina.
Siamo di fronte ad un neocomunismo che vuole sfruttare il vantaggio competitivo nel settore energetico. La Russia si smarca dall’Occidente, secondo antiche tradizioni, ma con ragioni del tutto nuove. Gli USA sbagliano nel sostegno su tutta la linea alla Georgia. Ciò potrebbe addirittura non favorire la stessa Georgia, che ha bisogno, invece, di riqualificarsi secondo parametri occidentali. L’Europa si è mossa, ma non è la chiave risolutiva della crisi. Saakashvili ha trovato anche il tempo per metterla sotto accusa. La lettura di questa crisi non può prescindere dalla crisi strutturale delle regioni più esposte, come quella caucasica, e dal caos che pervade il mondo globalizzato.
Crisi periodiche, anche gravi, come quella del Caucaso, sono cicli di ristrutturazione dei mercati regionali più esposti. Ci vuole una strategia europea ed occidentale che sappia tirare dentro la Russia neocomunista. Se Putin è, per gli amici, un “sincero democratico” e, per i nemici, un tiranno postmoderno, Saakashvili impersona il volto vitalistico e tattico di un neocomunismo che parla lo stesso linguaggio, anche se con strumenti grottescamente inferiori. Per difendere un certo Occidente, ci si può ritrovare contro lo stesso Occidente. Agli USA capitò con i talebani, alla fine degli anni Settanta, quando fu l’URSS a combatterli, difendendo, in quel caso, anche l’Occidente. Gli USA sostennero il Pakistan in funzione anti-sovietica. Una scelta sbagliata. Anche in quel caso, dettata dal politically correct dell’epoca.


in parte d'accordo
Non c'è nulla da
Ho seguito anche sulle tv
Puntare sui golpisti Saakashvili e Musharraf è stato un errore.