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Controtendenza

Se non è la politica che fa spettacolo ma lo spettacolo che fa politica

22 Agosto 2008

L’“uovo di giornata”, La fiera delle vanità dell’anti-berlusco-fascismo, in cui ironizzavo sulle due pagine del ‘Corriere della Sera’ dedicate alle ‘celebrità’ nazionali (in tutti i campi) allarmate dal neo-fascismo berlusconiano, non è piaciuto a diversi navigatori Internet che si sono imbattuti nelle pagine de ‘L’Occidentale’ del 15 agosto u.s. Un Anonimo, dopo avermi attribuito il suo malcostume, la viltà dell’anonimato, senza essersi neppure accorto che il pezzo era firmato, mi ha definito “peggio del peggior Gasparri”, un lettore di ‘Topolino’ capace solo di “deridere, forte dei voti degli allocchi” e ha concluso complimentandosi “per l’inutilità irritante” dell’articolo. Edoardo Staton, sostituendo il sarcasmo all’ironia, ha dichiarato di aver “scoperto un nobel” e mi ha invitato a darmi all’apicoltura—professione, peraltro, utile e nobilissima. Andrea G., più sobrio, mi ha fatto rilevare che “per poter esprimere un’opinione non deve essere necessario essere immacolati e/o perfetti”.

La mia etica liberale mi ha fatto esitare a lungo sull’opportunità di rispondere agli enragés della “cultura della resa”: in una società aperta ognuno ha il diritto di dire la sua, di definire Gasparri il peggio del peggio, di ritenere gli elettori del centro-destra degli “allocchi”, di attribuirmi una militanza politica che non è la mia e, soprattutto, di criticare anche aspramente il contenuto e lo stile di un articolo. Se ora mi sono deciso a riprendere il discorso è solo perché gli insulti rivelano, purtroppo, ancora una volta nuovi e antichi vizi dell’”ideologia italiana”. Tra i nuovi, c’è il passaggio dalla ‘spettacolarizzazione della politica’ alla ‘politicizzazione dello spettacolo’: che gli statisti o aspiranti tali, nell’era della democrazia ovvero dell’avvento delle masse sulla scena politica, assumano stili di comunicazione teatrali (o cinematografici) è, per così dire, un imperativo di ruolo. Ogni attore politico deve recitare la parte che incontra di più il favore della maggioranza degli elettori e dimostrare che in lui sono concentrate tutte le qualità e le doti che essi apprezzano. Quello che, invece, era fino a poco tempo fa inedito era la politicizzazione dello spettacolo: artisti, registi, cantanti, capocomici e primedonne smaniano per salire sulla tribuna politica, per dirvi quel che pensano, per far conoscere la propria concezione del mondo, della morale, persino dell’economia politica. In parte, sono animati da sentimenti genuini, autentiche preoccupazioni e indignazioni per la china pericolosa in cui, a parer loro, sarebbe avviato il paese; in parte, sono mossi dalla ‘falsa coscienza’, nel più forte senso marxiano dell’espressione, ovvero dalla difesa dei propri interessi di ceto, minacciati da partiti che esaltano lo scambio e il mercato. Se qualche serio ricercatore svolgesse un’indagine accurata sulla ‘sociologia dello spettacolo’ in Italia ovvero sulla distribuzione del potere e delle risorse in ambito editoriale, cinematografico, televisivo, teatrale etc. scoprirebbe che solo un masochista potrebbe rifiutare una firma contro il governo di Berlusconi, giacché ,se lo facesse, rischierebbe di perdere ogni visibilità, nessun grande quotidiano borghese lo intervisterebbe più, le scritture diverrebbero incerte e di lui si perderebbe la memoria storica, come si dice, negli Stati Uniti, del rampollo di buona famiglia di cui, una volta divenuto vicepresidente della Federazione, non se ne sa più nulla. I liberali di una volta sapevano utilizzare le lezioni del materialismo storico, anche quando mettevano ‘Marx in soffitta’, quelli di oggi pensano che se il simpaticissimo Gigi Proietti firma l’appello del PD ‘Salva l’Italia’lo faccia solo per snobismo o pregiudizio ideologico.

Tra i vizi antichi dell’ideologia italiana rivelati dagli interventi dei miei critici, c’è il superstizioso rispetto degli intellettuali, in senso lato. Come ci si può permettere di criticare Umberto Eco o Giorgio Bocca o Eugenio Scalfari? Per certi nostri connazionali, la “classe dei dotti” ha sostituito la vecchia aristocrazia della terra e del denaro nell’impartire direttive spirituali e stili etici a un popolo guastato da secoli di controriforma, di malcostume, di corruzione amministrativa e, infine, da vent’anni di fascismo e di DC. Per loro, la democrazia sembra essere una ‘triste necessità’: contare le teste è meglio che reciderle ma espone all’inconveniente di dover mettere sullo stesso piano Eco e il giornalaio sottocasa dal momento che il voto dell’uno e quello dell’altro valgono sempre per uno. Forse è questa arrière pensée uno dei fattori cruciali che spiegano l’antiamericanismo dei chierici: oltre Atlantico,gli ‘intellettuali’ non godono di alcun prestigio giacché il loro dollaro e la loro scheda elettorale sono tali e quali al dollaro e alla scheda elettorale dei loro concittadini, colti o ignoranti che siano. Lì a contare non è l’appoggio degli amici o degli amici degli amici ma un fatto brutale: il gradimento del consumatore. Se un attore non incontra il successo del pubblico, se un cantante ha un basso indice di ascolto, si eliminano entrambi senza tanti complimenti. Confesso che, da buon europeo avanti con gli anni (ahimé) la cosa non mi piace molto soprattutto se penso alla immondizia che l’industria culturale lascia passare (il cinema americano rimane, a mio avviso, il migliore del mondo ma forse per meno del 10% della sua produzione) ma mi piace ancor meno che a esporre le merci artistiche al consumatore non sia il mercato bensì una consorteria di ‘esperti’ scelti dai partiti, dagli assessorati o comunque da commissioni sulla cui nomina l’uomo della strada non esercita il minimo potere. Lo ‘Stato culturale’ non è lo stato totalitario ma, sicuramente,è la negazione della democrazia, intesa non come educazione delle masse al Giusto, al Vero e al Bello ma come rispettosa registrazione dei bisogni delle masse (anche quando questi bisogni non sembrano prioritari...).

Tornando al mio unico critico sobrio, sembra che per lui non vi sia nulla di preoccupante nel fatto che al lettore del ‘Corriere della Sera’ interessino i pareri di Fiorella Mannoia o di Ottavia Piccolo sul governo in carica. Il mezzo-anonimo Andrea G. ammette, in un momento di lucidità, che “ci si potrebbe interrogare sulla competenza di una cantante in territorio politico” ma poi aggiunge “credo che quell’articolo, intervistando sia addetti ai lavori che perfetti estranei(e quindi più svincolati da interessi personali) possa essere rappresentativo dell’opinione pubblica italiana”. Invidio la beata ingenuità di chi ritiene “svincolati da interessi personali” professionisti di un mondo che fino a ieri ostracizzava Maestri come Pietro Germi non perché di destra, ma perché “socialdemocratici” (sic!) ma ancor più invidio la beata noncuranza delle più elementari regole del metodo statistico-sociologico. “Rappresentativo dell’opinione pubblica italiana” un gruppetto di intellettuali organici i cui nomi, sempre gli stessi, ce li ritroviamo ogni giorno alla radio, alla TV, sui giornali, a Piazza Navona e in tutti i possibili luoghi in cui, in un modo o nell’altro, si ‘fa politica’?

 Perché si è chiesto il parere a Fiorella Mannoia e non al mio lattaio? Perché l’una è conosciuta e l’altro no? E perché la notorietà in un campo dovrebbe dare il lasciapassare “in territorio politico?”. Se si chiedesse a un celebre chirurgo come ha giocato la Nazionale, un tifoso serio avrebbe il diritto di protestare : nessuno, farebbe presente, intende censurare il chirurgo (ognuno ha il diritto di dire ciò che vuole sia del governo Berlusconi che del Commissario Tecnico uscito malconcio dai campionati europei) ma non si può tollerare la disuguaglianza creata dalla notorietà, ovvero la maggiore attenzione prestata al parere tecnico di un dubbio competente noto rispetto a quello di un incompetente, o mezzo competente ignoto.

 Sennonché dietro la valorizzazione di cantanti, nani e ballerini, c’è una modalità antica della lotta politica in Italia riadattata alla ‘civiltà di massa’. Si tratta di quella che potrebbe definirsi la “manifestite”, la voglia inesauribile di firmar manifesti, di mettersi in mostra, di far apparire il proprio nome accanto a quello dei primattori del circolo culturale massmediatico. In nessun altro paese, come nel nostro, vale l’osservazione sarcastica di Marx che, nella storia, quella che in un primo tempo si presenta come tragedia, in un secondo diventa una farsa. Il ‘manifesto degli intellettuali’, nell’anno in cui il fascismo manometteva le libertà statutarie aveva un profondo significato: era la protesta della ‘pars sana’ della Nazione per nulla disposta a sacrificare la democrazia liberale alla restaurazione autoritaria—e sia pur comprensibile in anni di disgregazione sociale e politica—dello Stato risorgimentale. Quel manifesto, a ben riflettere, era bipartisan: a firmarlo erano conservatori ,come il suo promotore Benedetto Croce, e progressisti, come Giovanni Amendola, e a ragione, dal momento che non era in gioco il futuro di un partito ma la sopravvivenza di un sistema politico e dei suoi valori. Nell’età della farsa, la ‘ragion di partito’ diventa ‘ragion di Stato’ e la petizione del PD ‘Salva l’Italia’ diventa il vessillo del quadrato di Villafranca in cui si raccolgono i “salvatori della patria”.

Intendiamoci, nella petizione si agitano temi—stipendi e pensioni, la politica del diritto, l’assistenza alle famiglie etc.—che possono legittimamente alimentare malumori e dissensi nell’opinione pubblica e nei partiti che la rappresentano. Ci mancherebbe altro che mi si accusasse di interdire all’opposizione il diritto di critica! Quello che preoccupa e non poco, invece, è che tutti i provvedimenti e le leggi proposte dal governo vengano raccolti in un “fascio” e additati come attentati contro la democrazia e la Costituzione. In tal modo, per fare un esempio, la proposta di sospendere i processi in corso contro le più alte cariche dello Stato –una proposta su cui si può discutere: in alcuni paesi occidentali è stata accolta, in altri no—viene sottratta al dibattito politico e denunciata ai presunti Minosse della Costituzione, che naturalmente hanno già il verdetto in tasca.

 Il vizio, come si diceva, è antico e un Norberto Bobbio, non ancora divenuto il Fouquier-Tinville dell’antiberlusconismo, molti anni fa lo aveva stigmatizzato, ricordando agli intellettuali firmaioli che compito dello scienziato sociale è la critica e non la protesta. Oggi, però, quel vizio si è, per così dire, democratizzato. Come gli accessi universitari sono stati estesi a tutti i diplomati, senza eccezione, così la patente di intellettuale è stata concessa a quanti scrivono note sul pentagramma, firmano articoli, conducono trasmissioni radiofoniche e televisive.

Umberto Eco, questo geniale (e coltissimo) ‘diseducatore della nazione’ con un fondo di autentico nichilismo, molti anni fa sostenne che la differenza tra una canzone di Mina e una sinfonia di Mozart stava nella diversa complessità dell’ordito musicale. Una tesi che sarebbe ‘piaciuta’ molto ad Augusto Del Noce che faceva risalire al ‘suicidio della rivoluzione’, registrato nella intellighentzia post-gramsciana, la rottura delle dighe che avevano, fin lì, impedito al consumismo di massa di dilagare in tutti gli anfratti dell’esistenza individuale e collettiva. Anche chi non condivida il pessimismo antropologico di Del Noce—al quale sfuggiva che, nell’età post-totalitaria, proprio la democrazia è in grado di salvare il liberalismo, impedendone una ‘deriva aristocratica’, che non va sempre e solo a destra ma può riversarsi anche a sinistra (come si sta verificando in Italia dove le elite progressiste industriali, bancarie, massmediali, ministeriali se non dovessero fare i conti con l’elettorato ‘reazionario’ e con l’”imbecilgente” ci regalerebbero un modello di ‘economia mista’ strettamente imparentato col ‘socialismo reale’)--, non può non costatare che la tesi di Eco, peraltro non poco raffinata, sotto il profilo semiologico, ritradotta nelle categorie e nel linguaggio dell’uomo della strada, significa che ormai tra il ‘prodotto culturale’ Mina e il prodotto culturale Claudio Abbado o Sergio Romano non c’è nessuna sostanziale differenza sicché non scandalizza affatto che venga affidata alla brava cantante—idolo della mia adolescenza e ancor oggi tra le mie preferite—una rubrica su ‘La Stampa’ in cui si giudicano i comportamenti dei concittadini, si propinano massime di saggezza, si ripercorrono (alla buona, s’intende) le orme del Giacomo Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani.

Andrea G., comunque, in un certo senso ha ragione a dirmi che “non si fa così”. Se Mina può tenere una rubrica sulla prima pagina de ‘La Stampa’ perché Fiorella Mannoia non può esprimere il suo giudizio critico nei confronti del governo Berlusconi? In fondo anche gli attori di Hollywood manifestano le loro simpatie per l’uno o l’altro dei candidati alla nomination. E’ vero ma c’è un piccolo particolare da non trascurare: nessuna star, pronunciandosi per Obama o McCain, oserebbe dire che la vittoria del candidato al quale non vanno le sue simpatie rappresenterebbe la fine degli Stati Uniti, delle sue istituzioni, delle sue libertà.

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