Martedì 22 Maggio 2012
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Obama può ancora essere battuto

Cosa deve fare McCain per vincere
la corsa alla Casa Bianca

4 Ottobre 2008

John McCain sta correndo il rischio di perdere le elezioni contro Barack Obama. Riuscirà a rovesciare la situazione, rimontando fino alla vittoria? Ce la può fare, ma solo se terrà a bada quella parte dei suoi sostenitori che è ancora vittima di luoghi comuni legati al buonsenso tradizionale, arroccata in posizioni difensive e dominata dalla timidezza ideologica. 

Uno di questi luoghi comuni afferma che McCain avrebbe commesso un errore recandosi a Washington la settimana scorsa per collaborare alla messa a punto di un provvedimento salva-finanza, e che gi convenga cambiare discorso il prima possibile. Uno dei consulenti di McCain ha dichiarato al “Washington Post”: “Bisogna farla finita con la crisi finanziaria e cominciare a portare avanti una campagna elettorale normale”. 

Errore. 

L’improvvisa decisione di McCain di tornare a Washington è stata corretta. L’accordo annunciato domenica mattina è migliore della proposta originaria del segretario del Tesoro Henry Paulson, e migliore del risultato che giovedì scorso i Democratici spacciavano per definitivo. Se la legge verrà approvata in tempi brevi, e se riuscirà a rassicurare i mercati finanziari, McCain potrà rivendicare una parte del merito. 

L’obiettivo, però, non deve essere il ritorno a una “campagna elettorale normale”, perché non stiamo vivendo tempi normali. Stiamo affrontando una crisi finanziaria. Di solito il candidato del partito legato al presidente uscente tende a minimizzare la gravità dei problemi che la nazione sta attraversando. McCain farebbe meglio a rompere con questa consuetudine e a riconoscere la crisi, se non addirittura a sottolinearla. Può spiegare che per affrontarla quello che serve sono proprio la schiettezza e le qualità di leader di cui ha dato prova nel corso della sua carriera. McCain può dire agli elettori che quasi certamente ci troviamo in una fase di recessione, e che le cose andranno ancora peggio prima di poter migliorare.

McCain, inoltre, può far presente che la crisi finanziaria non sarà risolta da una legge, qualunque essa sia. Molti autorevoli economisti, per esempio, ritengono imminente una corsa al prelievo massiccio di liquidi. Forse il Congresso dovrà intervenire per autorizzare la Federal Deposit Insurance Corporation a fornire garanzie molto maggiori suoi depositi, e consentire al segretario del Tesoro di proteggere i titoli di credito. McCain può rivolgersi al Congresso e intimargli di prepararsi a votare una legge di questo tenore. Più in generale, può dire che ci aspettano tempi difficili, e che ci sarà bisogno di un presidente disposto a prendere decisioni forti. 

Per quanto riguarda la sua campagna, McCain dovrà liberare il suo candidato alla vicepresidenza dagli ex consulenti di Bush che sono stati ingaggiati per sostenerla, e che sembrano essere riusciti a improntare la campagna di Sarah Palin al tipico atteggiamento difensivo che ha contraddistinto la Casa Bianca dell’era Bush. McCain ha scelto Sarah Palin perché ha talento politico e perché è una buona comunicatrice, ma deve metterla in condizione di usare liberamente il suo talento e di comunicare con la propria voce. So che di recente McCain si è dichiarato insoddisfatto del modo in cui il suo staff ha gestito la Palin. Domenica scorsa ha spedito i due superconsulenti Steve Schmidt e Rick Davis per darle man forte. Come mi ha confidato un sostenitore smaliziato, “ogni minuto non speso per dire al popolo americano qualcosa che lo renda meno ben disposto nei confronti di Obama sarà un minuto sprecato”. 

Il principale argomento contro Obama è piuttosto semplice: Obama è troppo liberal. Alcuni mesi fa ho domandato a uno dei consulenti di McCain quale aspetto della visione di Obama potesse essere sfruttato meglio. Mi ha guardato come fossi un sempliciotto e mi ha spiegato pazientemente che nozioni come “conservatorismo” e “progressismo” sono ormai fuori moda. Può darsi. Il fatto, però, è che gli unici democratici che abbiano mai ottenuto la presidenza negli ultimi 40 anni – Jimmy Carter e Bill Clinton – hanno preso le distanze dall’ortodossia liberal. Obama, al contrario, è un liberal puro come l’acqua. In passato ha avuto anche alleati radicali. Il più noto tra questi è il reverendo Jeremiah Wright, e mi domando se Obama non abbia accidentalmente offerto a McCain l’occasione per ricordare al pubblico americano di chi si tratta.

Sabato scorso Obama ha criticato McCain per non essersi mai servito del termine “middle class” nel corso del dibattito di venerdì. I responsabili della campagna elettorale di Obama hanno perfino stampato un manifesto pubblicitario che sbandierava l’omissione di McCain. I responsabili della campagna di McCain potrebbero allora prendere in considerazione la possibilità di richiamare l’attenzione sul capitolo 14 dell’eloquente autobiografia di Obama, I sogni di mio padre, dove Obama cita un passaggio da un volantino della chiesa del reverendo Wright, un passaggio intitolato: “contro l’aspirazione alla condizione borghese”. 

© New York Times

Traduzione Francesco Peri

Commenti
Luigi Centorbi
04/10/08 13:58
American Dream
Gli USA sono un paese assolutamente diverso da qualunque altro. Qualsiasi manifestazione umana che vi si svolge, pur mantenendo i canoni apparentemente simili o analoghi ad altre nazioni occidentali, hanno qualcosa che non può essere interpretato secondo un metro tradizionale e conosciuto. Il pensiero dell'americano, quello autentico e non acquisito di recente (una o due generazioni), agisce non tanto mosso da pulsioni cerebrali, quanto spinto da qualcosa di profondamente organico. Il patriottismo nazionalista americano è nelle ossa, nelle vene, nei capelli, e non di certo, come in quasi tutti i paesi occidentali, manifestato per sentito dire o imparato a memoria e quindi artificialmente esposto come una forza naturalmente acquisita. Il punto debole, anzi debolissimo del senatore Obama nasce esattamente da questa predisposizione del popolo americano di identificarsi in se stesso ed in nessun altro. Obama è di colore, la moglie è di colore, così come l'intero nucleo familiare, compresi parenti più o meno vicini e lontani. Al dilà dei programmi politici e sociali che possono essere paralleli o no, dei due contendenti alla Casa Bianca, al dilà delle promesse più o meno attuabili, il gioco delle parti si svolgerà sull'organicità. Al momento del voto, lo statunitense si chiederà ciò che si è sempre chiesto in un momento così cruciale, e cioè, se l'uomo che sta per votare è rappresentativo per lui e la nazione, per gli altri e per il mondo intero. Una nazione di biondi, castani, rossi, neri, gialli, e tante altre sfumature, le più varie, non può essere rappresentata da un nucleo familiare (perchè in America la famiglia del presidente conta moltissimo)di colore. Questo è il tallone d'Achille dell'incolpevole Barak. Per avere certezza di successo avrebbe dovuto sposare una bianca, così da garantire al popolo tutto una continuità del sogno in un paese così diversamente variegato. Nulla a che fare con qualsiasi forma di razzismo, questa è semplice sociologia biologica. Una nazione popolata al 70 per cento da individui di razza bianca, stenta a comprendere di poter essere rappresentata e governata da qualcuno che epidermicamente e somaticamente è diverso. Finchè un solo individuo noterà il colore diverso di un altro, significherà che l'integrazione non è compiuta. Perchè ciò avvenga, credo, dovremo aspettare ancora venti o trent'anni. Queste di oggi sono prove di anteprima. E proprio in questo miracolo sociale che l'America si identifica e fa scuola: sognare di sognare.
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