Martedì 22 Maggio 2012
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Di cena in cena, tra materassi, fagotti e controfagotti

7 Aprile 2008

Dalla cena campagnola alla cena marittima. Così potrei riassumere le ultime ventiquattro ore di campagna elettorale, nel corso delle quali la stanchezza accumulata si fa sentire imponendo alcune scelte di fondo, che fino a quando le energie ti assistono si possono invece evitare.

Avevo lasciato il diario a Terranuova Bracciolini, località del Valdarno che trasuda aria di campagna. E la cena elettorale amplifica quest’afflato. Si svolge in un grande stanzone arredato con tavoli rustici, sedie stanche e invecchiate che a stento sopportano il peso ma non mollano, stoviglie che sottolineano l’essenzialità del cibo non concedendo nulla al decoro. Le facce dei circa duecento commensali fanno pendant, quasi fossero state pensate per completare l’effetto. Visi che riflettono lavoro, onestà e sostanza, scavati ma non contorti come gli ulivi di queste zone. Il menù, infine, s’inserisce a perfezione nella sinfonia: salumi e crostini di ottima fattura, tagliatelle fatte in casa e penne con sugo la cui apparenza slavata tradisce ben altra sostanza, arrosto di quello serio. Persino il vino partecipa di tutta questa essenzialità. Per quanto perfettamente imbottigliato ed etichettato, si chiama "Giovanni": un omaggio dell'agricoltore che lo produce a suo padre e, insieme, uno schiaffo in faccia a tutti i modaioli.

I discorsi si succedono sin dall’antipasto. Parlo dopo Stefano Mugnai e Paolo Amato, il collega senatore che nel corso della scorsa legislatura si è fatto amico. E poiché dagli amici, com’è noto, non ci si guarda delegando il compito al Principale, in quell’ambiente Paolo fa un elogio sperticato di me nominandomi sul campo “il Suslov del gruppo”. Dice anche della nostra sinergia politica: lui lavorerebbe sulle gradinate, io in tribuna ma con lo stesso obbiettivo di portare la squadra alla vittoria.

Debbo lavare l’onta. Quando prendo la parola lo smentisco. Mi ribello all’accusa d’essere un intellettuale e, soprattutto, concedo una traduzione autentica della parabola “sulla gradinata e sulla tribuna”: “Paolo vorrebbe insinuare che mentre lui lavora duramente sul campo, io mi faccio le pippe mentali. Ma non è vero”. Alla parola “pippe” l’applauso scoppia incontenibile. Nessuna analisi della situazione politica aveva sortito quell’effetto. Un vero successo. Alla fine del discorso, il sanguigno capogruppo di A.N. alla regione Maurizio Bianconi, che mi è seduto accanto mi dice: “a me gli intellettuali mi sono sempre stati sullo stomaco (nella versione autentica, invero, anche un poco più in basso). Delle due l’una: o tu non sei un intellettuale o io mi sto rimbambendo!”. Lo rassicuro e, ovviamente, lo ringrazio.

E' a questo punto che si pone la prima scelta di fondo del candidato. E’ passata mezzanotte e Roma dista più di due ore: ci si ferma o si raggiunge casa? Il candidato giunto all’ultima settimana, se può, raggiunge casa. Per sentirsi per qualche ora un po’ meno un mendicante di fiducia; per l’illusione delle proprie abitudini; per cogliere qualche graffito d’affetto. Ma, soprattutto, per il materasso. Solo quando la stanchezza si fa seria, si capisce quanto è duro lo dormir nell’altrui letto. Anche se del migliore albergo.

Gianni Clemente, che mi accompagna, non la pensa come me. Vinco in ogni caso la prima battaglia, e la domenica mattina trascorriamo tutti e due qualche ora in famiglia. Non è facile. Il candidato, infatti, ritiene che la propria fatica debba essere partecipata, tende a auto commiserarsi e vorrebbe che il proprio mondo girasse intorno a lui. Come è giusto che sia, il proprio mondo va invece avanti con i suoi ritmi. E solo l’intelligenza, se riesci ad attivarla, evita che tra la pretesa psicologica e la realtà si determini quello iato dal quale, di solito, si generano i litigi. Questa volta, comunque, non si fa in tempo a litigare. Perché appena avverto l’adrenalina depositarsi già si deve ripartire, destinazione Orbetello e poi Follonica.

Avendo vinto “la battaglia del materasso” cedo a Clemente che andrebbe in treno, se potesse, persino alla toilette. Sulla seconda scelta di fondo prevale lui: prendiamo un regionale – l’accelerato del tempo che fu – dal binario 28, che rispetto alla stazione Termini non a caso si trova in fondo a destra: roba che per raggiungerlo ci si mette un quarto d’ora.

Orbetello è il paese di cui è sindaco Altero Matteoli: un generale della lunga “battaglia del Senato” contro il governo Prodi. Soprattutto è un simbolo di buona amministrazione del centro-destra. Lo frequentavo vent’anni fa, quando Capalbio non era ancora diventata l’Atene del Tirreno, capitale dell’intellighenzia di sinistra. La ritrovo trasformata: la laguna prima fetida ora è uno specchio d’acqua che riposa lo sguardo manco si fosse ad Ascona, gli edifici sono stati ripresi; strade e viuzze pittorescamente puntellate da negozietti e bar. Altero svolge con gentilezza e stile il ruolo di padrone di casa. La sua sicurezza non ostentata del risultato incute tranquillità. Il tempo di un rapido brindisi con gli elettori, che lui d’altro canto incontra tutti i fine settimana, e si parte per Follonica dove ci attende Monica Faenzi, il sindaco di Castiglion della Pescaia candidata alla Camera bella e brava.

Se è possibile - ed è possibile - ci si avvicina ancor più al mare e si avverte nell’aria. Così come la prossimità con Bolgari la si intuisce al tramonto quando, come avrebbe voluto Carducci, il dì cadente ci saluta con un ghigno pio, andando a brillare roseo nel verde cupo dei cipressi e nel riflesso dell’onda sulla battigia. E già: la cena marittima si svolge proprio in riva al mare. Cambia la scena: i toscani della costa sono un’altra cosa. Cambia il menù: al posto dei salumi spuma di spigole, in luogo delle tagliatelle, trofiette con vongole e bottarga. Sembra, insomma, un altro mondo. Forse meno tetragono nelle proprie convinzioni ma anche più consapevole della forza della propria diversità rispetto all’egemonia di questa regione. Negli occhi dei commensali insomma, qui più che in Valdarno, si coglie la percezione che il tunnel potrebbe finire prima di quanto si possa credere. Glielo dico e, forse, rafforzo un po’ convinzioni e speranze.

E’ di nuovo mezzanotte. Bisogna andare. Ci aspettano altre due ore di automobile per arrivare a Roma. Forse è l’ultima volta che si può fare: da domani si tira fino alla fine. Gianni crolla per primo e attacca col fagotto. Tra breve crollerò anch’io rispondendo con un controfagotto, mentre sogno l’approssimarsi del mio materasso.

Diario di un candidato

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