Giovedì 9 Febbraio 2012
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L'attentato alla caserma di Milano

Difendersi dalle "Moschee dell'odio" non è razzismo ma prevenzione

14 Ottobre 2009

Moschea, internet e mancata integrazione. Questi i tre elementi alla base dell’attentato alla caserma Santa Barbara in piazzale Perrucchetti a Milano. Il libico Mohamed Game è sposato con un’italiana e possiede regolare permesso di soggiorno, ultimamente frequentava la moschea di viale Jenner e navigava in siti internet legati all’islam jihadista. Ha perfettamente ragione il sottosegretario Alfredo Mantovano quando afferma che si è trattato di un “fatto grave e preoccupante che non va sottovalutato né enfatizzato. Esistono anche in Italia cellule costituite da una quantità di soggetti, che ci considerano obiettivi sulla base di input che arrivano da moschee compiacenti o attraverso internet. L’attenzione da parte delle forze di polizia e dei servizi è alta perché bisogna prevenire”.

Prevenzione è la parola chiave. Ma in che modo possiamo prevenire tutto ciò senza incorrere nell’accusa di razzismo e islamofobia? Potrebbe sembrare strano, quasi un ossimoro, ma basterebbe guardare all’Arabia saudita ovvero alla patria del wahhabismo, della ideologia di cui si è nutrito Bin Laden. Ebbene, nella culla dell’islam dopo gli attentati terroristici del 12 maggio 2003 si è ufficialmente ammesso che le cause dirette del terrorismo devono essere ricercate nelle idee, nelle fatwe e nelle moschee in cui si predica l’odio. L’ambasciatore saudita a Londra ad esempio dichiarò che per riportare la vittoria contro il terrorismo islamico non  bisogna limitarsi “a distruggere i terroristi, ma bisogna eliminare tutte quelle circostanze e azioni che favoriscono la comparsa del terrorismo, è nostro dovere quindi mettere a tacere tutte le voci che predicano odio e intolleranza”.

Nell’aprile 2006 il re Abdallah di fronte al parlamento saudita ha ribadito: “Dobbiamo porre fine alle fazioni migranti dei terroristi omicidi e a combattere il pensiero che si basa sulla condanna di apostasia con un pensiero sano perché nella terra delle due sante moschee non c’è posto alcuno per l’estremismo”. Si tratta di dichiarazioni ufficiali che non corrispondono alla soluzione immediata del problema. In Arabia saudita i predicatori d’odio continuano ad esistere e gli estremisti islamici fedeli al wahhabismo sono ancora presenti nelle moschee e nella società.  Sta di fatto che se le due dichiarazioni appena riportate venissero attribuite a rappresentanti del nostro governo si griderebbe senza ombra di dubbio al razzismo. Nel febbraio 2006 un responsabile delle edizioni del ministero della cultura e della comunicazione saudita ha sottolineato che “c’è un controllo continuo nelle librerie e si attuano ispezioni a sorpresa per evitare la diffusione di qualsiasi scritto che possa nuocere al lettore e spingerlo verso pensieri nocivi per la società e causare un danno maggiore”.

Mi domando se in Italia venga attuato un controllo sulle pubblicazioni che circolano nelle moschee. Credo di sì, ma non credo si sia mai cercato di arginare la diffusione di materiale legato inequivocabilmente all’ideologia jihadista o radicale islamica. D’altronde nel nostro paese l’edizione del Corano più diffusa è quella a cura di Hamza Roberto Piccardo (ed. Newton and Compton) dove a commento del versetto 98 della sura IV per spiegare il termine “oppressori” si legge: “Quest’ultimo termine comprende gli orientalisti, le autorità di religioni altre che l’Islam, i giornalisti e tutti coloro che contribuiscono alla disinformazione a proposito dell’islam e dei musulmani. Costoro riceveranno cocente castigo, mentre è possibile che Allah, nelle Sua infinita misericordia, perdoni gli oppressi”. Questo è uno dei tanti commenti aberranti contenuti in questa edizione italiana del testo fondante dell’Islam. Nessuno ha mai pensato di vietarne la circolazione. Non si tratterebbe di limitare la libertà di espressione, non si tratterebbe di islamofobia, ma solo di fare sì che non circolino nel nostro paese testi che incitano all’odio e alla non integrazione.

Per quanto concerne le moschee, non è razzismo pretendere che i sermoni siano in italiano, non è razzismo pretendere che siano aperte a tutti, cristiani, ebrei e musulmani. Sottolineo musulmani, perché è risaputo che in alcune moschee italiane alcuni musulmani sono banditi perché considerati dei “cattivi musulmani”. Quindi pretendere il rispetto di alcune regole minime – d’altronde rispettate nel mondo islamico stesso - non solo aiuterebbe ad evitare casi come quello di Mohamed Game, ma aiuterebbe anche molti musulmani residenti nel nostro paese a sentirsi più liberi e protetti.  Dovremmo tenere a mente le parole dell’intellettuale tunisino Abdelwahhab Meddeb a seguito dell’assassinio di Theo van Gogh: “Quanto a me, d’origine islamica, che vivo in Europa, mi riconosco nei valori che hanno portato Theo van Gogh ad agire, a girare, a scrivere; mentre non ho nulla di cui spartire con il suo assassino che indossa una jellaba e porta la barba, né con lui né con la comunità che sogna”. E la maggior parte dei musulmani nel nostro paese la pensa certamente come Meddeb.

Commenti
Erasmo
14/10/09 09:11
Le moschee non sono come le chiese
Le moschee non sono, come pensano certi multiculturalisti dabbene, solo edifici religiosi, come le chiese cristiane. Esse sono anche, per la natura onnipervasiva dell’Islam (che pretende di regolare la totalità della vita politica, sociale e privata degli individui) anche delle questure e dei tribunali (destinati a controllare in primo luogo i comportamenti dei fedeli musulmani) e, spesso, anche centrali di terrorismo islamico. Censirle è necessario come primo passo, ma non sufficiente. Occorre anche controllarle, controllando le prediche degli imam e quello che avviene dietro la facciata delle moschee, proprio come avviene nella gran parte dei paesi musulmani, i cui Stati e governi, conoscono bene la potenziale pericolosità civile e politica degli imam. In Turchia, per esempio, è una struttura governativa, il Diyanet, che controlla preventivamente le moschee e , in particolare, le prediche degli imam e ne orienta i contenuti. La libertà di religione e di culto, come si è affermata nell’Occidente cristiano, non deve poter essere l’alibi dietro il quale si nasconde e si protegge chi non rispetta le libertà costituzionali ed anzi le viola, ingerendosi nella vita privata, sociale e politica altrui, limitandola e coartandola: oggi in quella dei musulmani e delle musulmane e, domani, nella vita di tutti noi, nel nome di Dio. Bisogna convincersi che l’islam, come sanno bene i laici dei paesi musulmani, non è solo una religione, come è ormai, dopo una serie di mutamenti, il cristianesimo, ma anche, se non controllata, una dottrina ed una pratica civile e politica, che da 1400 anni, immutabilmente, tende a regolare tutto e, quindi a limitare e distruggere le libertà ed i diritti di tutti.
14/10/09 18:29
Islam
L'Islam come religione tende ad essere non secolarizzata. Ciò significa che l'islamico non prevede una distinzione tra stato laico e credo. Pertanto, in moltissimi paesi islamici la religione è la struttura portante di uno stato confessionale. Ebbene, quando una simile religione penetra in uno stato laico con esso si scontra, perché tra le regole laiche e quelle religiose l'islamico sceglie sempre queste ultime. La situazione poi si aggrava se nella nazione si professa a grande maggioranza una religione diversa da quella islamica, considerata come impura nei casi migliori e da abbattere in quelli più estremi. Ecco quindi che ogni legge dello stato che confligga con l'Islam venga percepita come "nemica", quindi odiosa ed ogni diverso culto una cricca mentale per infedeli. Pertanto la convivenza dell'Islam non solo con gli stati laici ma anche con le altre religioni diviene impossibile. Ne abbiamo la prova di come siano deteriorati i rapporti tra cristiani ed islamici, tra ebrei e musulmani, perfino in India vi sono gli induisti contrapposti agli islamici del Pakistan. L'unica gli unici a salvarsi sono i buddisti ma solamente per ragioni geografiche in quanto non sono mai stati mescolati con i seguaci della religione di Maometto (poi il Tibet è un pò troppo inospitale anche per loro). Inoltre non dimentichiamo le frizioni tra gli stessi sunniti e gli sciiti, che si fanno la guerra facendo saltare in aria le loro stesse moschee. Insomma, l'Islam è una religione odiata un pò in tutto il mondo a causa della frequentissima intolleranza di chi la segue. Pertanto le moschee in Italia non devono essere costruite e bisogna chiudere anche quelle esistenti. Al più preso, aggiungo.
letterato
15/10/09 14:16
Ormai serve poco la
Ormai serve poco la prevenzione, bisogna passare alla reazione,accettando la realtà:l'islam non è concigliabile con la cultura occidentale.
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