Venerdì 10 Febbraio 2012
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Un vertice costato 215 milioni di dollari

Dopo Copenaghen i negoziati sul clima ripartono da sottozero

21 Dicembre 2009
Da sinistra, Barroso, Merkel, Reinfeldt, Sarkozy, Obama, Brown

Conferenza sul clima di Copenhagen. La kermesse è finita: alle 15:28 di sabato 19 dicembre, con 21 ore e 38 minuti di ritardo, si è chiuso il vertice più inutile e grottesco che l’ONU abbia mai organizzato sino ad oggi. Con l’obiettivo di arrivare ad approvare un nuovo protocollo dopo quello di Kyoto, quasi in scadenza, 193 Paesi hanno litigato per 13 giorni di fila. Le ultime due giornate hanno visto anche la presenza di 100 capi di stato tutti pronti a sgolarsi e a discettare sul clima, nascondendo la mancanza di idee serie e realizzabili con le paillettes di promesse mirabolanti di riduzioni drastiche non prima del 2020 e, meglio, nel 2050. Tanto nessuno di loro (e nessuno di noi) potrà essere lì a verificare e, nel caso, contestare l’insuccesso, ma in cambio con i numeri si possono riempire le pagine dei giornali di oggi e catturare l’attenzione dei cittadini.

Dopo tutto questo tempo, la conferenza è arrivata soltanto a un testo fortemente condizionato e senza alcun vincolo né politico né legale. Infatti, l’Assemblea ha soltanto “preso nota” di un accordo tra alcuni Paesi che non vede nemmeno concordi tutti i partecipanti. Ancora una volta, l’accordo “globale e storico” che doveva rappresentare il punto di svolta importante nella lotta ai cambiamenti climatici si è risolto nel tipico documento vuoto di contenuti che troppo spesso caratterizza le iniziative dell’ONU in vari settori. Peggio di così le cose non potevano andare, a cominciare dalle gravi pecche organizzative che hanno ulteriormente caricato di negatività questa inutile maratona alla quale ben pochi dei partecipanti avevano creduto sin dall’inizio. E per di più, era già assolutamente ridicolo potersi aspettare che qualcosa di concreto e realistico potesse essere generato da un incontro dove erano previsti circa 15,000 partecipanti a vario titolo, già troppi in senso assoluto, e diventati 45,000.

In pochi hanno discusso di clima in termini scientifici e con cognizione di causa, ma nessuno, tranne qualche piccola ONG militante, si è posto il problema del costo economico, e soprattutto di quello energetico ed ambientale, generato da questa inutile kermesse. Ad una prima stima il summit è costato intorno ai 215 milioni di dollari; qualcosa come 140 jet privati a noleggio sono atterrati all’aeroporto di Copenhagen ogni giorno attivando anche il noleggio di 1200 limousine di lusso. Il costo economico è per difetto e forse mai se ne avrà uno veritiero. I dati  però si commentano da soli e chiedono solo che si stenda un pietoso velo sull’incongruenza tra obiettivi formali del summit e comportamenti reali degli attori che avrebbero dovuto assumere delle decisioni. Giorni fa, proprio per lo smacco organizzativo che era esploso al vertice, il ministro danese dell’Ambiente si è dimessa rimettendo il mandato nelle mani del suo Presidente del Consiglio: la signora è la stessa che assumerà a gennaio la carica di Commissario Europeo ai Cambiamenti Climatici: le premesse non sono delle migliori ma si può sempre sperare in peggio, staremo a vedere nei prossimi mesi.

Andiamo ad analizzare i risultati: c’era il tentativo, peraltro scientificamente contestato da molti esperti, di contenere in 2 gradi il riscaldamento entro il 2020 attraverso processi di verifica e controllo operativi nei singoli stati. Il tutto si riduce invece ad un testo estremamente generale che è l’espressione della volontà politica, peraltro piuttosto non univoca, dei due maggiori paesi inquinatori, USA e Cina, e delle potenze emergenti, Brasile e Sud Africa. Nella realtà, i primi due Paesi non accettano, tranne che a parole, vincoli al loro sviluppo ed alla loro economia, mentre i secondi due sono essenzialmente interessati a mantenere una già affermata leadership tra i Paesi in via di sviluppo dei quali si sono autonominati paladini.

Il gioco però non ha funzionato come avrebbe dovuto e abbiamo assistito al pianto accorato del delegato di Tuvalu che ha accusato i Paesi ricchi di gettare sul tavolo “trenta denari” per cercare di comprare i poveri: da qui l’esplosione della rivolta del blocco latino-americano a sostegno dei Paesi più deboli vittime degli interessi economici di quelli più ricchi. L’unico risultato certo è, sempre a parole almeno per il prossimo futuro, l’impegno a finanziare per 30 miliardi di euro nel triennio 2010-2012 i paesi più bisognosi e lo sviluppo di tecnologie verdi; 100 diventeranno i miliardi entro il 2020. Di tutto il resto se ne riparlerà, se tutto va bene e se si arriverà prima a confronti concreti e proposte effettivamente realizzabili, in un prossimo incontro da tenersi entro sei mesi a Bonn.

Soltanto il Segretario Generale dell’ONU ha, per dovere d’ufficio, considerato il risultato della Conferenza come positivo; c’è da domandarsi se non abbia assistito alla proiezione di un altro film o se non abbia ancora compreso di chi siano maggiormente le responsabilità di questo insuccesso planetario che mai in passato aveva visto posizioni politiche così distanti e discordanti. Eppure, un messaggio emerge chiaro da questo evento a chi lo voglia vedere: certe egemonie dell’Occidente sono finite per sempre, gli attori stanno cambiando e lo scacchiere della politica globale si sta decisamente spostando dal nord Atlantico lungo due assi: uno decisamente molto ad est verso la Cina e l’altro nel sud Atlantico. Per arrivare ad un simile risultato della Conferenza, nullo sul piano politico e legale, ma valido, forse, sul piano economico sarebbe bastata una riunione della Banca Mondiale senza la necessità di dar vita alla “migrazione” impazzita di 45,000 persone che da tutto il mondo si sono concentrate a Copenhagen. Riunioni telematiche e videoconferenze avrebbero probabilmente sortito risultati analoghi o migliori con un notevole risparmio economico e riduzione degli stessi costi ambientali.

Il migliore epitaffio sulla Conferenza è sintetizzato nella sarcastica, ma verissima, affermazione del Primo Ministro indiano: “Penso che nemmeno Obama possa tagliare il nodo Gordiano sul clima. Per i paesi in via di sviluppo è una questione di vita, per quelli industrializzati è una questione di stile di vita”. Ed infatti Obama non c’è riuscito, confermando che, forse, il Nobel alla Pace era prematuro e che in ogni caso gli era assegnato come “buon auspicio” per il futuro. Massimo Troisi in uno dei suoi film più celebri “ripartiva da 3”. Sul clima, domani si riparte da sottozero.
 

Commenti
Anonimo
23/12/09 11:03
Post Copenhagen
Post-Copenhagen I nodi al pettine: ambientalismo o sostenibilità? Democrazia o movimenti? Fra i diversi aspetti dell’insuccesso di Copenhagen, uno dei più evidenti è la sconfitta del modello “militante” dell’ambientalismo vecchia maniera, che molte fonti hanno definito – per il bene, o forse no – come “una nuova religione”. Perfino le Nazioni Unite hanno parlato, in un documento ufficiale, di “unica narrativa eticamente basata”, da gestire per accrescere il ruolo delle UN stesse e dotarle di poteri crescenti di “command & control”. Questo quadro potrebbe essere sottoscritto, seppure considerata la sconfitta, se non fosse perché rimette al centro della discussione aspetti fondamentali delle nozioni di legittimità e democrazia alle quali l’ordinamento internazionale dovrebbe ispirarsi. E’ fuori di dubbio che gran parte dello sviluppo della cultura ambientale e dei committments politici che ha prodotto è il frutto di movimenti “di base”: advocacy groups monotematici, movimenti contrari ai diversi aspetti della globalizzazione, strutture collaterali e informali generate da movimenti politici e sindacali, segmenti militantissimi del sistema dell’informazione. Altrettanto sostanzialmente fuor di dubbio è che queste “rappresentanze d’interessi speciali” sono state accreditate – e spesso finanziate – dalle istituzioni sovranazionali, conferendo alle posizioni che hanno espresso un “momento” che ha spesso prevaricato quello espresso dai corpi elettorali di gran parte dei Paesi interessati. Tanto che, al momento delle decisioni, si è riscontrato come gran parte dei rappresentanti politici presenti al summit operassero “in difetto di mandato” e talvolta in conflitto con i propri stessi legislatori. Salvo che non fossero, come pure è stato, rappresentanti di sostanziali autocrazie. Da Copenhagen, quindi, non esce sconfitta soltanto la possibilità di una strategia vincolante e condivisa sul global warming: esce sconfitta anche una nozione di democrazia. E non sarà per caso che l’unico soggetto a ritenersi ancora impegnato a Kyoto e alle sue conseguenze sia l’UE: il soggetto che più ha fatto per finanziare quegli stessi attori informali dai quali si lasci dettare le strategie, a preferenza che dai Parlamenti espressi dai cittadini degli Stati membri. Questo accade mentre più di una voce ha rimesso in discussione l’effettivo andamento dei cicli climatici, altri hanno riproposto il dubbio della “causa antropica”, pochi hanno sviluppato il tema “protezione e mitigazione” che pure era la novità caratterizzante il 4° rapporto IPCC. L’Olanda, tuttavia, sta rialzando le dighe: dando prova di prudenza e di adeguata considerazione degli interessi dei suoi cittadini. Mentre molti Paesi che vorrebbero a loro volta crescere senza troppi vincoli, discutono su come spartirsi la mancia di 100 Md di dollari generosamente messa sul piatto dal presidente Barak Hussein Obama. Se non bastasse, abbiamo il caso di piccole entità isolane che – temendo il destino di Atlantide - chiedono agli altri di “abbassare l’oceano”. Oltre il gioco degli interessi speciali, però, si profila l’evidenza che il clima è cambiato, cambia e cambierà in modi e misure indipendenti dalla capacità dell’homo sapiens esserne protagonista nel bene e nel male: che, ancora una volta, sarà la civiltà a doversi adattare. Dunque, superata la fase dell’antimodernismo ambientalista, sembra che dobbiamo stabilire una distinzione netta: il punto non è il ritorno o la preservazione romanticheggiante di una “Età dell’oro” che non c’è mai stata. Il punto, oggi come non mai, è pensare alla sostenibilità. Pensare cioè alla strategia di sviluppo che dobbiamo intraprendere, e a come essa si debba dispiegare su molti più fronti di quelli considerati finora. E a come per gestirla sia necessario ripensare tutti quei modelli di relazione e quelli istituzioni che, finora, hanno cavalcato il problema, l hanno amplificato e lo hanno sottratto al giudizio dei cittadini. Contribuendo, come si è visto, anche alla mistificazione dei cittadini stessi attraverso la messa in circolazione di informazioni incomplete e strumentali. Aprire al discussione sul tema della sostenibilità intesa in tutte le sue implicazioni, significa aprire su un tema adulto: significa non temere lo spoglio di tutte le diramazioni che già si intravedono. Non solo nella ipertrofia delle attese del prima, ma soprattutto negli ammaestramenti del dopo: attese suscitate poco responsabilmente sono la premessa per la frustrazione di decisioni impossibili o insoddisfacenti. Società, sistema dell’informazione e istituzioni – ma che coincidenza! – sono costrette a registrare anche sul clima “atmosferico” patologie e derive ben note. Ecco, si potrebbe partire da qui. E dare la parola agli ingegneri…
Ellecaprino
26/12/09 19:01
Dopo Copenaghen
Bisogna però ammettere che un risultato immediato la kermesse di Copenaghen l'ha avuto: l'ondata di freddo che ha colpito l'Europa ed il Nord America! Chissà cosa ne pensavano del riscaldamento globale del clima quelle decine di poveracci che sono morti per il freddo in tutta Europa!
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