Dopo il violento combattimento che ha visto protagoniste le forze francesi in Afghanistan tra lunedì e martedì scorso e soprattutto dopo aver appreso il bilancio definitivo di dieci caduti e oltre venti feriti è possibile affermare che anche a Parigi si è conclusa «l’età dell’innocenza». Si tratta infatti per la Francia del maggior numero di perdite militari dall’attentato di Beirut del 23 ottobre 1983. Nei commenti a caldo e nelle prime reazioni la memoria è subito andata alle guerre coloniali, all’Indocina così come all’Algeria. Ma al di là delle rievocazioni storiche il pesante tributo di sangue pagato dalle forze armate transalpine impegnate nella missione Isaf di stabilizzazione dell’Afghanistan permette di avanzare alcune riflessioni sia di carattere specifico, e dunque strettamente legate al contesto francese, che generali, e dunque direttamente riconducibili all’approccio occidentale alla missione in terra afghana.
Rispetto al primo punto si può notare che il tempo del silenzio e del dolore è stato ben presto sovrastato da quello delle polemiche, anche dure. A colpi di reportages più o meno inediti i principali quotidiani hanno descritto la dinamica dell’imboscata. «Le Monde» sottolineando inefficienze e ritardi nell’intervento delle forze della coalizione e avanzando addirittura l’ipotesi del fuoco amico contro i paracadutisti francesi. «Le Figaro» soffermandosi sull’elevato numero delle truppe talebane protagoniste dell’imboscata, sulla loro preparazione e sulla precisione dei loro tiri e delle loro informazioni. La polemica giornalistica deve essere letta in realtà alla luce delle profonde ricadute politiche che la vicenda presenta.
L’imboscata ai francesi conclusasi in maniera così tragica finisce infatti per riaprire il dibattito su due decisioni caratterizzanti e contrastate del primo anno di mandato di Nicolas Sarkozy. I militari coinvolti nell’attacco erano giunti in Afghanistan soltanto a fine luglio, dopo la scelta di Sarkozy di incrementare in maniera significativa il contingente francese. La decisione, annunciata a margine del vertice Nato di Bucarest ad inizio aprile, si inserisce all’interno del percorso di reintegro complessivo di Parigi nel dispositivo Nato e più in generale del riavvicinamento francese a posizioni filoccidentali e dunque in rottura con l’approccio del secondo mandato di Chirac. Con il suo viaggio immediato a Kabul per mostrare tutta la sua vicinanza ai militari impegnati sul campo e con le dichiarazioni in occasione del funerale agli Invalides, Sarkozy ha ribadito la volontà di proseguire nella missione e quindi confermato il ruolo di alleato fedele degli Stati Uniti e di punto di riferimento europeo all’interno del fronte occidentale (come peraltro mostrato nella crisi caucasica).
Ma l’immediato arrivo a Kabul e le immagini del Presidente che si sofferma a parlare con i militari, interrogandoli ad uno ad uno e osservandoli con sguardo quasi paterno ha un ulteriore significato politico fortemente simbolico. Il Libro bianco sulla difesa presentato a giugno e la successiva scelta di invitare il presidente siriano Assad a presenziare alla sfilata del 14 luglio sono stati momenti di forte tensione tra l’Eliseo e i vertici dell’esercito. I tagli agli organici, la chiusura di storiche caserme, l’enfasi sugli investimenti tecnologici e la spinta ad una maggiore professionalizzazione dell’armée hanno dominato il dibattito politico transalpino perlomeno negli ultimi sei mesi, spingendo alti gradi ad esprimere la loro contrarietà addirittura esponendosi sui mass media (da ricordare l’articolo dal titolo Il libro bianco: una speranza tradita apparso su «Le Figaro» il 18 giugno scorso e scritto da un gruppo di alti generali rimasti nell’anonimato)..
Accanto alle questioni specifiche bisogna poi attribuire la giusta importanza a quelle di carattere generale. L’imboscata ai militari francesi deve essere inserita in una più complessiva esclation militare talebana culminata nei recenti attacchi alla prigione di Kandahar e nella serie di attentati alla base militare americana di Khost. Le forze ostili alla coalizione Isaf, a detta di molti esperti militari, sono sempre più preparate e sempre più numerose. Ad ulteriore conferma della difficile congiuntura basti pensare che per la prima volta, in giugno, le perdite americane sono state maggiori in Afghanistan che in Iraq. Se inserito in questo complicato contesto l’attacco ai francesi ha un chiaro significato simbolico: prendere di mira l’ultimo contingente giunto sul posto per testarne le motivazioni e soprattutto per verificare se i militari sul campo sono sostenuti da una leadership politica salda e da un’opinione pubblica pronta ad affrontare i contraccolpi successivi alle perdite umane. La strategia delle forze talebane e di quelle di Al-Qaida (che esperti dell’area danno in grande rafforzamento in Afghanistan dopo essere stata praticamente debellata in Iraq) è oramai chiara: far crescere a dismisura lo stato di insicurezza fino a spingere qualche Paese della coalizione occidentale ad abbandonare la guerra. Al momento la risposta francese, nonostante le strumentali polemiche dei socialisti, è stata salda e l’impegno riconfermato. Parigi però potrebbe continuare ad essere un bersaglio privilegiato dal momento che ha più volte avanzato le sue riserve rispetto ad un approccio troppo militare al conflitto e dunque potrebbe essere considerato, in una lettura semplificata delle posizioni in campo, l’anello debole della coalizione.
Ulteriore dato, sempre da mantenere monitorato quando si parla di «lotta al terrorismo» e in generale di impegno delle forze armate in missioni così delicate come quella in Afghanistan, l’impatto che hanno le perdite umane sull’opinione pubblica. L’ultimo sondaggio, che non dobbiamo dimenticare risente dell’impatto emotivo del momento, parla del 55% dei francesi favorevoli al ritiro dall’Afghanistan e solo del 36% favorevoli al mantenimento dei militari sul campo. Unica nota positiva per il Presidente, il 48% dei francesi ha fiducia nella sua condotta sul dossier afghano, ben 13 punti in più del suo livello generale di gradimento, costantemente bloccato ad un mediocre 35%.
Alle difficoltà economiche, per Sarkozy, si aggiungono quelle della politica estera, per una rentrée autunnale che si presenta davvero complessa. Le vittime francesi in Afghanistan ci ricordano che il fronte della «guerra al terrorismo» attraversa oramai costantemente il dibattito politico di tutti i Paesi del blocco occidentale. E il peso di questo dibattito non è per nulla simbolico.


