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Dopo Spatuzza e 15 anni di pentitismo è il caso di cambiare la legge sui pentiti

14 Dicembre 2009

L’articolo 41 bis è davvero la punta di diamante nel contrasto giudiziario alla mafia e alla criminalità organizzata? Esso ha certamente garantito l’isolamento carcerario dei boss di Cosa Nostra ai quali è stata inflitta una detenzione dura ai confini della violazione dei diritti umani. E il centrodestra ne ha fatto, giustamente, il fiore all’occhiello della propria azione di contrasto alla mafia. A distanza di 17 anni (la prima volta, la norma è stata introdotta nel 1992 come integrativa e correttiva della legge Gozzini) è tempo di bilanci, perché quella norma ha molto a che fare con la gestione dell’arma che si è rivelata vincente: quella dei collaboratori di giustizia.

Gaspare Spatuzza è uno di essi. Ha accettato di collaborare con i magistrati, dopo aver sperimentato la durezza di un carcere senza sconti. Si è ravveduto, così ha spiegato agli inquirenti, dopo essersi trovato davanti a un bivio: di qua Dio, di là la mafia. Spatuzza, per le sue dichiarazioni, in quanto collaboratore di giustizia, ha ottenuto un vantaggio non da poco, essendo stato tolto dal regime del carcere duro. Ancor prima che le sue dichiarazioni siano state verificate e nell’ipotesi che dichiarazioni come le sue possano essere davvero riscontrate. Che cosa si vuole dire? Semplice: che tranne l’eccezione di Giovanni Falcone, che querelò un pentito per calunnia (era il 1992), da allora nessun pentito di mafia ha mai subito contestazioni o aggravi di pena per aver reso dichiarazioni fasulle o false.

Si spiega così il disegno di legge presentato lo scorso 2 novembre da un nutrito gruppo di senatori, primi firmatari Luigi Compagna il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Sette articoli, affidati alla Commissione Giustizia di Palazzo Madama in sede referente, per chiedere una Commissione di inchiesta sulla gestione dei collaboratori di giustizia. Proposta che il gruppo del PdL ha in animo di fare propria e farla approvare. Anche se, a quanto è dato di sapere, il PdL preferirebbe una Commissione monocamerale (limitata soltanto al Senato, come è del resto per la Commissione per gli incidenti sul lavoro) e non bicamerale come prevede la proposta del senatore Compagna.

Il ddl propone una commissione bicamerale dotata dei poteri propri dell’autorità giudiziaria, quindi con la facoltà di avere accesso ad atti giudiziari. Per fare che cosa? Alla commissione si chiede di accertare le ragioni che hanno portato ad impiegare ingenti somme per soddisfare le richieste di alcuni collaboratori; se siano state recuperate da parte dello Stato le somme pagate ai collaboratori dei quali si è successivamente accertato il mendacio o la violazione della convenzione stipulata; quanti anni di carcere siano stati espiati da chi, accusato dai collaboratori, è risultato poi innocente e quali conseguenze concrete ciò ha comportato per il collaboratore; i rapporti economici tra i collaboratori ed i loro difensori; gli ambiti del controllo del Servizio centrale di protezione sui collaboratori stessi; i criteri adottati per l’inserimento o l’espulsione del collaboratore nel programma di protezione; le vicende legate al fenomeno allarmante dei numerosissimi pentiti che sono tornati a delinquere.

Circostanza, quest’ultima, fra le più inquietanti. Un esempio per tutti: Baldassarre Di Maggio, pochi mesi dopo il suo arresto e il suo pentimento, nella primavera 1993, come risulta da intercettazioni telefoniche dei Carabinieri, si trovava non lontano dalla Sicilia - come, invece, sarebbe dovuto avvenire secondo la legislazione sui pentiti – bensì indisturbato a San Giuseppe Jato vicino Palermo, al fine di riorganizzare, anche attraverso una serie di omicidi, la “sua” cosca. In sostanza, Di Maggio stava riprendendo il controllo del suo mandamento con i soldi e i mezzi messi a disposizione dallo Stato in cambio delle sue rivelazioni. Solo dopo diversi anni, Di Maggio fu arrestato per tali fatti, e cioè nel settembre del 1997.

Il processo più clamoroso degli anni Novanta, quello contro il senatore a vita Giulio Andreotti, che cosa fu se non la conferma clamorosa che la “convergenza del molteplice” (burocratese giudiziario, per dire che più pentiti hanno dato la stessa versione del fatto) divenne essa stessa fonte di prova sulla base incredibile che avendo più pentiti sostenuto la stessa versione dei fatti questo costituiva una prova? Si parla del caso eclatante di Totuccio Contorno, al quale capitò di riuscire a regolare i suoi conti, nel periodo in cui aderiva al trattamento speciale previsto dalla legge sui collaboratori: tanto da tornare indisturbato a Palermo, trovarsi al centro di una faida che vide uccisi ben 17 suoi avversari di mafia per, poi, essere arrestato nel triangolo della morte vicino a Bagheria insieme ai suoi temibili cugini Grado, armati fino ai denti di Kalashnikov e armi automatiche.

Merita di essere ricordato che i due esempi sopra riportati furono in maniera criptica e, per certi versi, allusiva, giustificati da alcuni esponenti della magistratura palermitana come un uso “dinamico” del pentitismo da parte degli inquirenti. Teoria messa a punto e ancora recentemente difesa in Tv dal procuratore Giancarlo Caselli.

Se questo è lo stato dell’arte, e fatta salva la necessità di utilizzare i collaboratori di giustizia, che cosa impedisce di alzare il velo su questo strumento investigativo in uso da oltre 20 anni per capire che cosa è accaduto nel frattempo, quali distorsioni o abusi o irregolarità possono eventualmente esseri emersi? Se dopo 15 anni di “pentitismo” non sia il caso di ricalibrare la legge per renderla più aderente alle necessità investigative e processuali e sottrarla all’arbitrio degli organismi investigativi e giudiziari? Che cosa impedisce questo resettaggio se non il timore di dover scoprire e prendere atto che dietro alcuni grandi successi della giustizia sono stati consumati abusi e soprusi su imputati perseguitati scoperti innocenti dopo una lapidazione pubblica?

 

Commenti
rosario nicoletti
14/12/09 18:33
leggi sbagliate?
L’idea ricorrente di modificare le leggi quando la loro applicazione non è soddisfacente fa parte del quotidiano dibattito politico. A pochi o forse pochissimi viene in mente che possono non essere sbagliate le leggi, ma “sbagliati” nella mentalità e negli intenti coloro che le applicano. Ritengo che di questo si tratti per la legge sulle intercettazioni e sui “pentiti”. Fino a quando i magistrati inquirenti non risponderanno di una applicazione disinvolta delle leggi, non saremo in grado di capire se queste sono adeguate o meno.
daniele
14/12/09 20:55
Forse mi è sfuggito
Forse mi è sfuggito qualcosa:Cosa c'entra il 41bis?
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