Venerdì 10 Febbraio 2012
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Il caso Fiat e la monovolume in Serbia

E' ora che il "sistema Paese" smetta di versare lacrime da coccodrillo

26 Luglio 2010

 

Ci risiamo con la Fiat. Dopo aver riorganizzato il gruppo predisponendo che, da ora in poi, il settore dell’auto vada per suo conto in giro per il mondo, in autonomia dalla famiglia, e diventi sempre più una public company di governance e di respiro internazionali, l’ad Sergio Marchionne ha lasciato tutti di stucco annunciando che la "monovolume" si farà in Serbia, dove il sindacato è più serio di quello italiano (ma esiste un sindacato in Serbia ?).

Le parole di Marchionne hanno suscitato le solite reazioni di casa nostra. A Torino si sono subito preoccupati per il destino di Mirafiori, tanto che - con il solito riflesso condizionato, sempre più assurdo - i lavoratori hanno scioperato.

La Cisl e la Uil si sono risentite per essere state genericamente accomunate in un giudizio severo sul sindacato italiano che, a loro avviso, non teneva ingenerosamente conto del loro impegno a risolvere i problemi, come avvenuto ultimamente a Pomigliano d’Arco.

La Fiom, nell’imbarazzo della Cgil, ha trovato un’ulteriore conferma della sua delirante strategia secondo la quale basterebbe scioperare di più per costringere la Fiat a restare e ad investire in Italia.

Intanto, il ministro Sacconi ha convocato le parti predisponendo l’agenda dell’incontro sulla base di una premessa di buon senso: prima di fasciarsi la testa è meglio aspettare di essersela rotta.

Anche il sindaco Sergio Chiamparino si è mosso sulla medesima linea del ministro, prendendo direttamente contatto con Marchionne ed accertandone la disponibilità a farsi carico dei problemi di Mirafiori. Si tratta, infatti, di sottoporre a verifica il piano denominato "Fabbrica Italia" rendendolo il più possibile compatibile con gli impegni internazionali del gruppo. La questione non può essere affrontata contrapponendo gli insediamenti all’estero a quelli in Italia. Un’azienda multinazionale deve articolare la sua presenza sul mercato globale, utilizzando ogni possibile convenienza offerta dalle politiche fiscali degli Stati e dal costo del lavoro della manodopera. Avere un’equilibrata presenza sui mercati internazionali – a costi concorrenti e competitivi – è anche una garanzia per la stabilità delle produzioni italiane. Del resto, che fosse all’esame un investimento in Serbia non era un segreto.

Nel confronto con la Fiat si dovrà preliminarmente verificare la compatibilità tra lo spostamento (e in quale misura?) della produzione della monovolume in Serbia e la saturazione degli impianti a Mirafiori, al di fuori della retorica sul significato della lettera "t" posta alla fine della ditta (che, come si sa, è il nome dell’impresa). Poi, gran parte del sistema Paese deve smetterla di versare lacrime da coccodrillo.

E’ tempo, invece, di riflettere sull’atteggiamento con cui l’establishment mediatico e culturale del Paese ha seguito e commentato una delle più importanti iniziative di politica industriale degli ultimi vent’anni: l’investimento di 700milioni a Pomigliano d’Arco.

In sostanza, la vicenda dello stabilimento Giambattista Vico è stata riassunta nel seguente interrogativo: è giusto rinunciare ai diritti in cambio di lavoro? Sulla base di questa rappresentazione fasulla della realtà i sindacati favorevoli all’intesa sono apparsi come succubi del "padrone" e i lavoratori che hanno votato sì come i soliti replicanti del vizio italiano del "tengo famiglia. La solfa dei diritti (addirittura di rango costituzionale) calpestati mediante il "vile ricatto" del lavoro è stata avallata da fior di giuslavoristi, quegli stessi che nelle Università insegnano ai nostri figli e preparano gli operatori del diritto di domani. In particolare, si è sostenuto che l’accordo conculcava il diritto di sciopero. Per sostenere questa tesi si è arrivati a teorizzare l’astensione dal lavoro come un diritto individuale indisponibile, inalienabile e assoluto, ben al di là di quanto dispone l’articolo 40 Cost.

In sostanza, il manager di un’azienda che negli Usa dialoga con Barack Obama, da noi è stato accusato di tentazioni schiavistiche, nel momento in cui si impegnava ad investire in uno stabilimento e in un’area del Sud dove tante sono le criticità.

Certamente, Marchionne è un "duro", un manager cresciuto ad una scuola dove s’insegna a non guardare in faccia a nessuno quando sono in gioco gli interessi del business.

Il sistema Italia preferisce i manager delle partecipazioni statali che elargivano emolumenti fuori mercato e mantenevano in vita posti di lavoro finti, magari riempiendosi la bocca di concetti come "politica industriale", "concertazione", "piani d’impresa" e quant’altro. Quei manager hanno lasciato dietro di sé una lunga fila di stabilimenti chiusi dopo aver dilapidato immense risorse pubbliche. L’ultimo esempio di quell’andazzo è stata l’Alitalia, la cui salvezza, nel tempo, costerà al Paese come una manovra finanziaria.

 

Commenti
Anselmo
26/07/10 09:51
lacrime di coccodrillo
Avreste potuto fondere in un unico articolo le ultime vicende kosovare ed il trasferimento della Fiat in Serbia dato che ormai siamo alla politica del bastone e della carota. Lo scambio necessitava di una contropartita. Molti analisti seri e accreditati hanno già tracciato un sottile filo rosso tra questi due eventi, separati solo da una manciata di ore... sentire Berlusconi affermare la speranza che questa manovra non sia "a scapito dell'Italia" è una affermazione di un'ipocrosia che rasenta l'incredibile...
Luciano Cecchini
26/07/10 12:08
Fiat deve fare scelte “economiche”
Il problema non si porrebbe se nella cultura italiana fosse chiaro che le imprese “globali”, quale oggi è (meno male!) Fiat, NON possono tener conto, nella impostazione e sviluppo del loro business (produzione e commercializzazione), di -come dice Epifani- un “rapporto con il territorio, con una identità e con una memoria”. Oggi più che mai le aziende debbono (purtroppo o meno male ?) produrre ai costi più bassi possibili e con le più avanzate tecnologie, frutto di necessari massicci investimenti in R&S. Le aziende (inclusa Fiat), se vogliono restare competitive e non essere espulse dai mercati (con conseguente fallimenti, chiusure e licenziamenti), debbono fare inevitabilmente solo scelte “economiche”. Se poi le scelte “economiche” causano (come può essere possibile) problemi sociali, la loro soluzione non può essere demandata alle imprese, ma –mi sembra- solo ai governanti, locali e/o nazionali ! Del resto, perché Fiat -compiendo solo una scelta economica- vuol delocalizzare in Serbia ? Perché il Governo serbo ha concesso finanziamenti, detassazione per 10 anni, sconti sul costo del lavoro, ingresso dello Stato in una società con FIAT con il 25%. Ma è quello che, mi sembra, fanno anche in Francia ed in USA !
Federico
26/07/10 12:54
Caro Cazzola, Fnalmente il
Caro Cazzola, Fnalmente il sindacato si trova davanti a un capo azienda FIAT che invece di chinare la schiena, tira dritto. La CGIL vive in un altro pianeta. Speriamo Marchionne tenga duro.
armando
26/07/10 21:16
se dal dopoguerra nessuna
se dal dopoguerra nessuna fabbrica automobilistica ha investito in italia ci sara un motivo
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