Martedì 22 Maggio 2012
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E' ora di far capire
alla Cina il rispetto
delle regole

25 Marzo 2008

Impossibile distogliere lo sguardo da quanto accade in Tibet: la repressione violenta dei manifestanti tibetani da parte dei cinesi pone i leader occidentali dinanzi a una certezza e a un interrogativo.

La certezza è che la Cina ha completamente ignorato il sistema di regole (minime) al cui rispetto è chiamata, e gli eventi di questi giorni ne sono l’ennesima, dolorosa conferma.

L’interrogativo che immediatamente ne segue è: come comportarsi con la Cina? Quale risposta offrire al resto del mondo?

Finora in Occidente, sul capitolo Cina, si è assistito a una clamorosa simultaneità di registri: una capacità raffinata nel tempo, da un lato, di criticare la Cina in politica, ma, dall’altro lato, di non azzardare alcuna mossa in economia.

I reportages sulle atrocità di Pechino – controllo delle nascite, torture, repressioni, ecc ecc.. – non mancano: puntuali e rigorosi soprattutto quelli di Asia News, del cui fondatore Padre Bernardo Cervellera consiglio il bellissimo “Missione Cina” (Ed. Ancora).

Ma perché di questi elementi non si tiene conto quando con la Cina si fanno affari? Per quale ragione – si dirà - gli scaffali delle librerie sono ricolmi di testi su etica ed economia se poi, alla resa dei conti, la loro resa pratica è nulla o quasi?

La risposta, il più delle volte, è che sarebbe antieconomico rinunciare al lucroso business con Pechino. La storia – si obietta - è piena di traffici più o meno intensi con regimi canaglia, e la Cina è pure membro del GATT/WTO.

Senza contare, poi, che la situazione attuale costringe gli occidentali a cercare partner ricchi di liquidità al di fuori del tradizionale bacino di finanziamento, inaridito dagli eccessi della finanza acrobatica.

Ma, di fronte a quanto sta accadendo in Tibet, con manifestanti pacifici trucidati dall’esercito cinese, è francamente orribile che si critichi Pechino sotto il profilo politico e si continui a farci business senza condizioni.

Alla base di questo atteggiamento, mi pare, c’è purtroppo un’idea distorta di progresso. Quella per cui i legami finanziari con la Cina possano da soli riscattare la Cina dalla forma politica dittatoriale dove è - saldamente – arroccata. Mi pare tanto una ripetizione del madornale errore commesso dagli USA sotto la reggenza Clinton.  Gli USA, infatti, ammisero la Cina nel salotto buono del mercato globale (il WTO) in cambio di semplici “promesse” di buon comportamento. Pechino queste promesse  non le ha rispettate, e ora pone enormi problemi agli equilibri mondiali.

Equilibri, si noti, economici e politici al tempo stesso. Politici, perché, nell’attuale frammentazione geopolitica (torna a circolare il paradigma ottocentesco “a palle di biliardo”) l’isola cinese sta raggiungendo in tempi rapidi una massa critica talmente pesante da porre in discussione la leadership occidentale, e i principi che la regolano.

Se non implode prima, nel 2025 la Cina sarà la prima potenza mondiale.  Ciò, a ruota, implicherebbe l’inevitabile migrazione del centro politico del pianeta da Washington a Pechino, ossia la vittoria del capitalismo autoritario su quello democratico.

Di questo scenario non mancano già oggi segnali premonitori, come la conquista cinese dell’Africa e di parte dell’America latina. Come spiega bene Mauro de Lorenzo dell’American Enterprise Institute (http://www.aei.org/publications/pubID.25912,filter.all/pub_detail.asp), l’espansione cinese di regola avviene tramite la stipula di un contratto con dittatori locali: energia, materie prime, accessi privilegiati al business in cambio di (i) uno scudo contro le pressioni democratizzanti, e (ii) armi e denaro.

Così stando le cose, rispondere efficacemente alla Cina non è solo una questione etica – che già non è poco- ma anche una tutela degli equilibri geopolitici.

Come fare? Mentre è impossibile escludere la Cina dai mercati – Pechino è ormai “allacciata” troppo saldamente nel sistema mercatistica pur non condividendone la governance democratico -  diventa necessario condizionare.

Paradossalmente, proprio la crisi finanziaria – e la necessità di cercare partner liquidi – può creare i presupposti per unirsi a investitori “sovrani” che hanno interesse a creare una Grande Alleanza (come nell’omonimo libro, www.lagrandealleanza.it) per bilanciare l’espansionismo stabilendo condizioni. E farle rispettare.

Commenti
sergio colombo
26/03/08 04:12
pianeta cina
gentile Galietti, ho letto con interesse il suo articolo, proverò ad esprimere le mie convinzioni dal mio privilegiato punto di osservazione, mi trovo in cina nella provincia dello zheijiang in una piccola città di nome quxi, vicino a wenzhou, la città cinese dove è più grande la produzione conciaria e calzaturiera, sto cooperando con un'azienda chimica cinese specializzata nei prodotti per conceria. personalmente credo che alla base di tutti gli articoli dedicati alla cina ci sia un vizio, qualcosa che si potrebbe quasi definire un peccato originale. mi spiego, l'occidente inteso come stile di vita e come cultura in senso lato ha una prerogativa che, secondo me, è sbagliata. esiste un complesso di superiorità palese nei confronti di tutte le altre culture, anche nel suo articolo più volte Lei auspica un'alleanza che possa creare delle regole e far sì che queste vengano rispettate, il problema è che queste regole sono le nostre e gli altri avranno due scelte: o rispettarle o venire messi in un angolo. intendiamoci, sono daccordo con Lei sul fatto che la repressione violenta non sia accettabile ma, anche il Dalai Lama ha chiaramente marcato il suo distacco da tutte la manifestazioni violente da una parte e dall'altra, quindi anche i tibetani non sono completamente esenti da colpe, lo dice la loro guida spirituale. di conseguenza questo mi fa pensare ad una certa unilateralità di giudizio da parte degli organi di stampa europei, il male solo da una parte il bene solo dall'altra salvo poi dire che nessuno può vedere direttamente la situazione sul campo, quindi come si fa ad essere al 101% sicuri e prendere le parti di uno dei contendenti? la cina è un continente, ha tradizioni millenarie e il popolo cinese non può essere assimilato in nessuna maniera a modi di esere e di pensare che non gli appartengono, prendiamo la pena di morte, Lei pensa che i cinesi subiscano questo come imposizione dall'alto? no, i cinesi o almeno la maggior parte, ho parlato con diversi di loro, sono daccordo sull'esecuzione di persone che si siano macchiate di crimini quali: omicidio, spaccio di droga, stupro e anche, e a volte soprattutto, corruzione. il nostro modo di vedere è diverso? ok il cinese dirà"non voglio interferire con il vostro sistema", naturalmente non accetterà di buon grado interferenze da parte di altri nel proprio. la democrazia è il migliore dei peggiori sistemi, qualcuno l'ha detto, si è ormai stabilito che è un bene non esportabile in certe zone, come i bikini o le minigonne nei paesi islamici, tanti criticano la guerra in irak per questo, ma poi, e sto parlando soprattutto di sinistroidi, vogliono esportare pacificamente la democrazia europea in cina. quello che mi chiedo è: ma i cinesi la vogliono? viaggio in cina da ormai più di dieci anni, non sono riuscito a capire questo popolo se non al 25%, mi fa paura che così tanta gente oggi in europa pensi di avere capito questo continente avendolo visitato, forse 4-5 volte. la società cinese si basa su equilibri molto complessi, è difficilissimo farli arrabbiare ma è ancora più difficile calmarli dopo, tempo fa ci fu una rivolta contadina in una zona interna, i polizziotti ebbero la mano un po' pesante coi contadini, questi furono ascoltati dal presidente della provincia i poliziotti puniti e successivamente anche il capo della provincia ebbe problemi col governo centrale in quanto non aveva agito completamente per il bene comune. si ricorda il problema quote latte? gli allevatori a nord del po stavano protestano e avevano assoltamente ragione, sono tuttora soto proceso e schedati dalla digos non hanno avuto nessun tipo di soddisfazione e continuano ad essere vessati da una legge europea assolutamente assurda, anche noi abbiamo i nostri problemi. quando ci fu tensione tra cina e giappone per i libri di testo giapponesi l'occidente mantenne un discreto distacco, il problema è che in quel caso i cinesi avevano ragione. i giapponesi negavano in quei libri stragi del periodo prebellico che rappresentano una pagine piùnere della storia dell'umanità, per esempio lo stupro di nanchino, i media europei si limitarono a registrare la cosa e diedero una descrizione abbastanza sommaria dei fatti avvenuti neglia anni trenta. si sa molto poco in europa di quello che successe in cina e nel sudest asiatico in quei tempi, i giapponesi uccisero in cina, filippine, corea, vietnam e altri paesi un numero di persone stimato in più di tre milioni, propagandando una superiorità razziale che per certi versi avrebbe fatto impallidire lo stessso hitler. poi, però, furono sganciate le due atomiche su hiroshime e nagasaki, oggi, all'inizio di agosto tutto il mondo occidentale commemora l'evento e cerca così di lavare l'infamia, ma non c'è nulla a proposito della condanna dell'imperialismo giapponese prebellico, non stuzzica la nostra coscienza. il continente asiatico è immenso, contraddittorio e difficilissimo da capire, ma su una cosa sono assolutamente sicuro: è inutile cercare di giudicarlo usando i nostri metri di giudizio, purtroppo non è facile fermare questo bisogno, tipicamente europeo di ergersi a guidice con la sicurezza di una superiorità che fattivamente non esiste. La ringrazio del tempo che mi dedicherà, chiedo scusa se talvolta la prosa e stata un po' sgangherata ma le dimensioni della finestra di scritura non permettono la visione d'insieme dello scritto. i miei migliori saluti Sergio Colombo
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