Impossibile distogliere lo sguardo da quanto accade in Tibet: la repressione violenta dei manifestanti tibetani da parte dei cinesi pone i leader occidentali dinanzi a una certezza e a un interrogativo.
La
certezza è che la Cina
ha completamente ignorato il sistema di regole (minime) al cui rispetto è
chiamata, e gli eventi di questi giorni ne sono l’ennesima, dolorosa conferma.
L’interrogativo che immediatamente ne segue è: come comportarsi con la Cina? Quale risposta offrire al resto del mondo?
Finora in Occidente, sul capitolo Cina, si è assistito a una clamorosa simultaneità di registri: una capacità raffinata nel tempo, da un lato, di criticare la Cina in politica, ma, dall’altro lato, di non azzardare alcuna mossa in economia.
I reportages sulle atrocità di Pechino – controllo delle nascite, torture, repressioni, ecc ecc.. – non mancano: puntuali e rigorosi soprattutto quelli di Asia News, del cui fondatore Padre Bernardo Cervellera consiglio il bellissimo “Missione Cina” (Ed. Ancora).
Ma perché di questi elementi non si tiene conto quando con la Cina si fanno affari? Per quale ragione – si dirà - gli scaffali delle librerie sono ricolmi di testi su etica ed economia se poi, alla resa dei conti, la loro resa pratica è nulla o quasi?
La risposta, il più delle volte, è che sarebbe antieconomico rinunciare al lucroso business con Pechino. La storia – si obietta - è piena di traffici più o meno intensi con regimi canaglia, e la Cina è pure membro del GATT/WTO.
Senza contare, poi, che la situazione attuale costringe gli occidentali a cercare partner ricchi di liquidità al di fuori del tradizionale bacino di finanziamento, inaridito dagli eccessi della finanza acrobatica.
Ma, di fronte a quanto sta accadendo in Tibet, con manifestanti pacifici trucidati dall’esercito cinese, è francamente orribile che si critichi Pechino sotto il profilo politico e si continui a farci business senza condizioni.
Alla base di questo atteggiamento, mi pare, c’è purtroppo un’idea distorta di progresso. Quella per cui i legami finanziari con la Cina possano da soli riscattare la Cina dalla forma politica dittatoriale dove è - saldamente – arroccata. Mi pare tanto una ripetizione del madornale errore commesso dagli USA sotto la reggenza Clinton. Gli USA, infatti, ammisero la Cina nel salotto buono del mercato globale (il WTO) in cambio di semplici “promesse” di buon comportamento. Pechino queste promesse non le ha rispettate, e ora pone enormi problemi agli equilibri mondiali.
Equilibri, si noti, economici e politici al tempo stesso. Politici, perché, nell’attuale frammentazione geopolitica (torna a circolare il paradigma ottocentesco “a palle di biliardo”) l’isola cinese sta raggiungendo in tempi rapidi una massa critica talmente pesante da porre in discussione la leadership occidentale, e i principi che la regolano.
Se non implode prima, nel 2025 la Cina sarà la prima potenza mondiale. Ciò, a ruota, implicherebbe l’inevitabile migrazione del centro politico del pianeta da Washington a Pechino, ossia la vittoria del capitalismo autoritario su quello democratico.
Di questo scenario non mancano già oggi segnali premonitori, come la conquista cinese dell’Africa e di parte dell’America latina. Come spiega bene Mauro de Lorenzo dell’American Enterprise Institute (http://www.aei.org/publications/pubID.25912,filter.all/pub_detail.asp), l’espansione cinese di regola avviene tramite la stipula di un contratto con dittatori locali: energia, materie prime, accessi privilegiati al business in cambio di (i) uno scudo contro le pressioni democratizzanti, e (ii) armi e denaro.
Così stando le cose, rispondere efficacemente alla Cina non è solo una questione etica – che già non è poco- ma anche una tutela degli equilibri geopolitici.
Come fare? Mentre è impossibile escludere la Cina dai mercati – Pechino è ormai “allacciata” troppo saldamente nel sistema mercatistica pur non condividendone la governance democratico - diventa necessario condizionare.
Paradossalmente, proprio la crisi finanziaria – e la necessità di cercare partner liquidi – può creare i presupposti per unirsi a investitori “sovrani” che hanno interesse a creare una Grande Alleanza (come nell’omonimo libro, www.lagrandealleanza.it) per bilanciare l’espansionismo stabilendo condizioni. E farle rispettare.


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