Giornale on-line della Fondazione Magna Carta
Venerdì 19 Marzo 2010
Per ricevere la Newsletter dell'Occidentale
Sapienza

Il Sessantotto è la patologia dell’università italiana

4 Giugno 2008
Sapienza.jpg

C’è un nesso tra le parole sui giovani pronunciate dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nel corso della consueta Assemblea annuale e quanto successo a “La Sapienza” qualche giorno fa? 

Nelle sue Considerazioni finali il numero uno di Via Nazionale ha parlato dell’“istruzione inadeguata”, che oggi “mortifica i giovani” e che sostanzialmente preclude loro la possibilità di diventare classe dirigente nel Paese, se non per esclusivo ius sanguinis. La solita retorica sulla questione generazionale e sulla mancanza di spazi per gli under-35, insomma? Mica tanto. Perché, sostengono le statistiche di Bankitalia, “non raggiungono il livello minimo di competenze giudicato necessario in una società avanzata il 50,9% dei quindicenni nella lettura e nella comprensione dei testi (con un aumento rispetto al 2006 di oltre 6 punti percentuali), il 32,8% in matematica e il 25,3% in scienze (42,8%, 21,3% e 23,3%, rispettivamente, nella media dei paesi Ocse)”. Altro che emergenza educativa. Qui si tratta di un disastro culturale.

Lo stesso disastro dal quale emergono le gramigne umanoidi che dal sessantotto invadono e infestano le nostre scuole e università. Professori e studenti. Tutti appassionatamente immersi in quel brodo di coltura che genera opposti estremismi, indolenza, anti-meritocrazia, pigrizia intellettuale, che in Italia ancora osiamo chiamare mondo accademico. Perché meravigliarsi allora dei collettivi di sinistra che hanno sequestrato il preside della facoltà di Lettere dell'Università La Sapienza Guido Pescosolido, reo di aver autorizzato una conferenza sulle foibe organizzata da un gruppo sedicente neofascista all’interno dell’ateneo romano? 

La domanda iniziale allora è ovviamente retorica, e il nesso c’è. Eccome. E riguarda il più ampio problema del sistema educativo e dell’istruzione, così come uscito dalla “rivoluzione” del 68. Perché lo spartiacque è solo quello. Chi lo nega o ignora i fatti o è in malafede. E dovrebbe arrossire di vergogna davanti alle parole di chi ancora sostiene che “l’Italia non è riuscita ad elaborare, come è stato fatto in altri Paesi a partire dalla Germania, il proprio passato in modo democratico” anche a causa del “governo attuale in cui siedono i fascisti che hanno un’idea della gestione del potere totalitaria e non democratica”, come ha detto sabato in un’intervista al Corriere della Sera la professoressa Laura Ronchi De Michelis. Onestamente c’è di che rimanere affascinati, e la tesi qualora dimostrata ben potrebbe concorrere per il Nobel. Già perché se da sempre la storia la fanno i vincitori, credevamo di vivere in un mondo quantomeno impregnato dall’ideologia comunista e di sinistra, che dal 1948 – e ancor più dal 1968 – ha saputo “okkupare” cultura e università, spazi politici e informativi. Ma forse abbiamo dormito a occhi aperti. Ed è ora il caso di svegliarsi. 

L’emergenza educativa riguarda le scuole e gli atenei, che non assolvono più ai loro impegni, e nei quali gli studenti – o presunti tali – partecipano solamente a giganteschi happening organizzati da professori fannulloni figli del “vietato vietare”, che pretendono di assegnare patenti di legittimità istituzionale antifascista e di conferire diritto di parola a chi lo merita. Purché la parola, però, rispetti un certo conformismo benpensante e radical chic. Scuole e atenei sono diventati centri sociali più che strutture formative. In cui si è completamente abdicato alla trasmissione rigorosa della conoscenza, all’apprendimento metodico della materia, allo sviluppo meritocratico delle capacità dei discenti. In nome dell’assenza di doveri, di un egualitarismo ipocrita e dannoso, di un sapere-bricolage che ognuno può modellare a propria immagine e somiglianza.

Don Giussani parlava di rischio educativo già nella metà degli anni 90, e le sue affermazioni sono state riprese solo pochi giorni fa da Papa Benedetto XVI, bandito a sua volta dalle aule della Sapienza. Purtroppo però si è oggi ben oltre la soglia dell’emergenza, della quale invero si può parlare riguardo a un evento improvviso che va contrastato con azioni rapide e intensive. L’istruzione italiana naviga a vista da tempo, segno che ormai l’emergenza è diventata, e non da ieri, patologia. Alitalia e la riforma della pubblica amministrazione sono importanti, emergenze da affrontare immediatamente. Ma se non si metterà mano in profondità e con solerzia al sistema educativo, tra dieci anni ci ritroveremo con un nuovo caso Alitalia e un’altra marea di “fannulloni” con cui fare i conti. Sono la bontà e la competenza della classe dirigente che fanno il pil. Non viceversa. Forse Draghi voleva dire proprio questo.    

La URL per il trackback di questo articolo è: http://www.loccidentale.it/trackback/52277
Commenti
Nicola
04/06/08 11:55
Appello al Governo: "carpe diem"!
Negli ultimi anni le università italiane per dimostrare la propria efficienza hanno compiuto degli errori imperdonabili: 1) hanno regalato la laurea a chiunque (o quasi); 2) hanno reso estremamente facile il superamento degli esami per spingere gli studenti a laurearsi il prima possibile; 3) hanno introdotto (anche se non dappertutto) il "30 politico" per dimostrare la bravura dei propri studenti; 4) hanno adeguato il proprio livello a quello di orde di studenti mediocri provenienti dalle scuole superiori nelle quali ormai non viene bocciato quasi più nessuno. Si tratta di una miserevole e squallida politica universitaria volta ad attirare il maggior numero di studenti, allo scopo di ottenere maggiori finanziamenti pubblici; la qualità dei laureati, conseguentemente, si è spaventosamente abbassata. L'Italia comincia a riempirsi di giovani (magari con libretti che traboccano di 30 e lode) che non sono in grado di scrivere in un italiano corretto e compiono errori di grammatica, sintassi ed ortografia (quando ero alle medie ed al liceo un ragazzo con lacune simili veniva bocciato...). Stendiamo, poi, un velo pietoso sul sistema di reclutamento dei docenti, baronale e non meritocratico... La classe politica ha certamente “qualche” colpa, non essendo stata in grado di ripristinare (mediante interventi legislativi adeguati e vincolanti) quei principi che sono fondamentali per una scuola ed un’università degne di considerazione: selezione rigorosa dei docenti, merito, disciplina; sono convinto, tuttavia, che la responsabilità del degrado dell'università sia comunque da attribuire fondamentalmente al corpo docente, non certo alle "istituzioni", alla "politica" o alla "mancanza di finanziamenti", come spesso si sente dire. Sono proprio i docenti che avrebbero potuto e dovuto avere a cuore la qualità dell'insegnamento e la correttezza ed imparzialità della valutazione degli studenti. Credo, inoltre, che molti professori universitari non abbiano alcun riguardo per il merito; ciò è dovuto ad una ragione semplicissima: la maggior parte di essi è entrata a far parte del corpo docente grazie ad un sistema di cooptazione baronale in spregio ai più elementari criteri meritocratici! Non vi è alcun dubbio che la mentalità post-sessantottina (sbandierata ed osannata dalla sinistra) sia stata determinante nel far sì che la scuola e l'università si evolvessero in un certo modo: quando si tratta di reclamare presunti diritti tutti scalpitano; quando, invece, bisognerebbe fare il punto sui "doveri" (con meritocrazia annessa) si è sempre trovata qualche scusa per "comprendere", "giustificare", "tollerare", “livellare” secondo un becero pseudo-egualitarismo che tutti purtroppo conosciamo (qualcosa di analogo avviene nella pubblica amministrazione, dove non c'è quasi nessuna distinzione tra chi lavora davvero e chi "ruba" lo stipendio). Delle università anglosassoni l’Italia avrebbe dovuto emulare i pregi (ad esempio la rigorosa meritocrazia), non scimmiottare i difetti (3 + 2, crediti, tesine da portare agli esami che si preparano in una settimana…). Una situazione analoga (forse peggiore) è ravvisabile in tutte le scuole di ogni ordine e grado (elementari, medie, superiori, conservatori musicali ed istituti d’arte). L’università pubblica italiana (e tutta la scuola in generale) è ormai difficilmente riformabile. Si abolisca il valore legale del titolo di studio e si abbia il coraggio di operare scelte strategiche al fine di valorizzare le eccellenze del nostro Paese, finanziando soltanto le scuole e le università valide ed i progetti culturali veri (per favore, ministro Bondi, lasci perdere il cinema e la pseudo-cultura di sinistra e l'intera Nazione Le sarà riconoscente). La Commissione europea intende dichiarare il 2009 anno della creatività e dell'innovazione; ergo, appello al nuovo Governo italiano: "carpe diem"! Credo, inoltre, che sia arrivato il momento di fare "grandi pulizie"...
l'Occidentale è protetto da Kaspersky
© 2007-2009 Occidentale srl. Tutti i diritti riservati. redazione@loccidentale.it
L'Occidentale è una testata giornalistica registrata. Direttore responsabile: Giancarlo Loquenzi.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007
Concessionaria in esclusiva per la pubblicità: Arcus Pubblicità srl