La decisione del governo di far tenere il referendum sulla legge elettorale nazionale il prossimo 21 giugno sembra mettere la parola fine a un incredibile gioco delle parti che ha tenuto banco per settimane.
A parte Silvio Berlusconi che ha avuto la sincerità – se non il candore - di dire esattamente come stavano le cose (“La vittoria dei sì ci avrebbe regalato un immenso vantaggio ma la Lega avrebbe fatto cadere il governo se avessimo accorpato referendum e elezioni europee ”), tutti gli altri protagonisti hanno indossato una o più maschere.
Il Pd ha inneggiato per settimane all’accorpamento per un solo motivo: sapeva che non gli sarebbe stato concesso. Così ha potuto spacciarsi insieme come il paladino della volontà degli elettori e come tutore delle pubbliche finanze: un doppio inganno. Infatti pochi referendum hanno lasciato indifferenti gli elettori come in questo caso, e quanto alla storia dei 400 milioni si è presto scoperto il bluff. Ora però che il referendum si farà il Pd incontra le prime difficoltà: Franceschini non ha potuto far altro che dichiarare la scelta del suo partito per il sì, suscitando perplessità e malumori. Oggi sia Europa che il Riformista definiscono il referendum una farsa e spingono per l’astensione.
Il comitato promotore ha giocato su tutte le corde del vittimismo affinchè il referendum potesse tenersi. Alla fine però si è tirato in dietro rispetto alla proposta di rinviarlo di un anno e in una data meno disperata del 21 giugno. Il motivo anche qui è semplice: meglio perdere oggi e dare la colpa alla Lega che perdere tra un anno, quando l’inconsistenza e lo scarso appeal del quesito referendario si sarebbero ritorti contro lo stesso comitato.
La Lega ha utilizzato in pubblico complicati ragionamenti costituzionali contro l’accorpamento mentre in privato minacciava la crisi di governo.
Di Pietro che da una vittoria dei sì verrebbe cancellato o quasi dal panorama politico, ha usato il referendum come una clava contro Berlusconi, anche qui sapendo di poter evitare la resa dei conti grazie all’impossibilità di raggiungere il quorum il 21 giugno.
Insomma tutti oggi si preparano all’esito scontato di un referendum senza quorum, convinti – chi più chi meno – di aver salvato il salvabile e magari di aver racimolato un gruzzoletto di consensi a poco prezzo.
Eppure le cose potrebbero ancora andare diversamente ed è Berlusconi ad avere la possibilità di cambiare il corso degli eventi.
Queste elezioni europee sono il primo vero appuntamento in cui gli elettori si troveranno davanti le liste del Pdl con dietro un partito in carne ed ossa. Il progetto era nell’aria già alle politiche del 2008, ma allora si trattava solo di una coalizione elettorale tra Fi e An. Se gli elettori dovessero premiare vistosamente questa novità, oltre a riconoscere i buoni risultati di un anno di governo, e se anche il Pd – nonostante la sua crisi attuale - non subisse risultati catastrofici, forse una riflessione più distaccata e approfondita sul bipartitismo si potrebbe ancora fare. E magari scoprire che quella che oggi sembra una fuga in avanti potrebbe rivelarsi un elemento già inscritto stabilmente nel dna dell’elettorato.
Visti i risultati delle europee, e se questi confortassero la tendenza verso un assetto bipolare e bipartitico, ci sarebbero due settimane piene per fare una convinta campagna elettorale per il sì al referendum. E se Berlusconi decidesse di “metterci la faccia”, magari avendo la sponda di un più deciso e determinato Pd, l’ipotesi di raggiungere il quorum prenderebbe sostanza.
Sarebbe una bella sorpresa per tutti: immaginatevi Di Pietro, che dopo aver gridato allo scippo del referendum e al furto di democrazia, dovrebbe inchinarsi al responso delle urne e salutare una legge che darebbe a Berlusconi una facile maggioranza assoluta in Parlamento. E immaginate la posizione della Lega, costretta a fare i conti con la sua natura territoriale e a decidere finalmente se stare sul versante della lotta o su quello del governo, su quello dello Stato (federalista) o su quello del localismo. E gli “estremisti di centro” dell’Udc?, obbligati a constatare che il centro in un sistema bipolare è un punto senza dimensione.
Forse non accadrà mai e queste sono pure speculazioni fanta-politiche. Ma forse è anche utile sapere che potrebbe accadere e che tutto dipende da Berlusconi.


Meglio così
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