Non una lettura sola per l’autore di queste note resterà la più significativa tra le innumerevoli fatte nel corso del 2009 (visto che tra le altre cose faccio anche il recensore di libri), ma almeno quattro. Che però mi hanno descritto una sorta di itinerario unico.
Prima di tutto, dunque, La battaglia di Teutoburgo di Harry Turtledove: Fanucci, pp. 370, Euro 18,50; e Imperium Solis di Mario Farneti: Nord, pp.454, Euro 18,60. Entrambi sono due riconosciuti maestri di quel genere che viene definito "ucronia": che cosa sarebbe successo se nel corso della storia a un determinato snodo cruciale le cose fossero andate in un modo anziché nell’altro. Se Napoleone avesse vinto a Waterloo. Se il 28 giugno 1914 l’auto di Francesco Ferdinando a Sarajevo non avesse sbagliato strada, finendo praticamente addosso a un Gavrilo Princip che, dopo il fallimento dell’attentato con le bombe di un suo complice, stava già pensando di andarsene. Se Vittorio Emanuele III avesse confermato lo stato d’assedio già proclamato dal governo Facta per respingere la Marcia su Roma… Il californiano Turtledove, in particolare, nel suo Ciclo dell’Invasione e della Colonizzazione ha immaginato un’invasione aliena nel pieno della Seconda Guerra Mondiale; nella serie Timeline 191 una vittoria sudista nella Guerra Civile Usa; e nell’Agente di Bisanzio Maometto che si converte al Cristianesimo. L’umbro Farneti, invece, è diventato famoso per quella trilogia Occidente in cui si vede Mussolini che decide di non fare le fatali dichiarazioni di guerra del 10 giugno 1940, e dunque finita la Seconda Guerra Mondiale può subito inserirsi come decisivo ago della bilancia nel dissidio che subito si apre tra americani e sovietici.
Nella Battaglia di Teutoburgo, però, Turtledove si è cimentato in una storia vera. Il racconto della micidiale imboscata con cui il germano Arminio, fingendosi amico dei romani dopo aver preso la cittadinanza romana e aver anche combattuto da legionario, annientò le tre legioni che Augusto aveva mandato a sottomettere la Germania, in un’allucinante Odissea che durò ben tre giorni: dal 9 all’11 settembre del 9. Perché anche quello fu l’11 settembre di un Impero, di cui nel 2009 si è celebrato il duemillesimo anniversario. Viceversa, in Imperium Solis Farneti si lancia in un’ipotesi che non è solo ucronica, ma anche abbondantemente fantastorica. Giuliano l’Apostata che, scampato per miracolo all’attentato dei cristiani, decide di fingersi morto, per raggiungere un esercito e una flotta da lui già organizzati in Britannia per dirigersi oltre l’estremo Occidente, lungo la rotta intravista da Pitea di Marsiglia, e andare a creare un nuovo Impero in America del Nord.
Le due opposte epopee, però, convergono al dunque in una sola suggestione. Se l’Impero Romano fosse riuscito a conquistare la Germania, se l’impero Romano fosse riuscito a espandersi in America, vale in fondo a chiedersi: e se l’Impero Romano fosse riuscito ad arrivare ai giorni nostri? E qui la palla passa al lettore. Sarebbe stato un bene: un’Europa unita e pacificata dalla civiltà romana, magari in grado di anticipare quei progressi che nella realtà furono ritardati da un millennio di Medio Evo? Oppure l’Impero Romano sopravvissuto sarebbe diventato una società stagnante tipo il suo erede Bizantino, all’origine dei totalitarismi zarista e sovietico? E dunque grazie barbari, per aver in qualche modo posto il lievito che sia pure con travaglio ha dato vita all’Europa moderna…
E qui arriviamo al terzo libro: Ballate popolari europee, di Giordano Dall’Armellina (Book Time, pp.240, Euro 28). Da Boccaccio a De Andrè, da Puccini a Keats, dalla Walt Disney a Shakespeare, da Lope de Vega a Branduardi, passando per Goethe, Coleridge, Chrétien de Troyes, Turoldo, Heine, Schiller, Cervantes, Oscar Wilde, è da un millennio e oltre che la cultura dell’Occidente si alimenta della ballata. Che, sorte curiosa per un genere poetico-musicale che in passato è stato il più popolare di tutti, è oggi troppo spesso confusa con la musica da ballo: equivoco peraltro tipico dell’italiano, e non di altre lingue dove per esempio la ballad inglese è nettamente differenziata dal verbo to dance, o la balade francese da dancer. In realtà, la ballata è una canzone in cui viene narrata una storia. In modo conciso, e diverso dunque da quell’altro genere di canzone narrativa lunghissima tipico invece del Mediterraneo, e alla cui famiglia appartengono le stesse Iliade e Odissea. In origine, come tutti sanno, tramandate oralmente.
Sono centinaia e migliaia le ballate presenti nella tradizione popolare dell’Europa e dei Paesi di colonizzazione europea, dalle Americhe all’Australia. E anche le melodie sono quanto mai variate. Ma i plot e spesso anche i testi corrispondono invece ad alcuni archetipi che passano da una lingua all’altra con sorprendente omogeneità, e che gli studiosi di folklore hanno infatti designato con titoli ben precisi. La storia del cartone animato Mulan, per esempio, corrisponde a quel plot che in Italia è definito La fanciulla guerriera. La storia della Tosca, la donna che si offre a un carceriere o giudice per salvare l’amato ma ne viene ingannata, è la ballata tipicamente italiana di Cecilia. La storia della donna che uccide il serial killer con cui era stata sposata è nota in italiano come L’eroina o L’inglesina, e corrisponde all’inglese Lady Isabel and the Elf-Knight, alla francese Renaud e a quella ballata spagnola variamente conosciuta come Triste de la que va sola, La Serrana o La Vengadore de su honra. E così via.
A chi come l’autore di queste note ama la musica etnica di per sé, questa antologia comparativa a livello continentale, che per ognuno dei plot più caratteristici mette assieme l’uno accanto all’altro esempi tratti da tradizioni differenti, è un godimento in sé. Anche e soprattutto per i quattro cd acclusi, in cui si possono ascoltare le esecuzioni delle 65 canzoni (in spagnolo, ebraico-spagnolo, catalano, occitano, francese, franco-valdaostano, inglese, anglo-scozzese, anglo-irlandese, tedesco, bavarese, italiano, piemontese, lombardo, veneto, umbro, marchigiano, romanesco, siciliano). Ma anche per chi non è particolarmente interessato dal versante musicale, diventa una grande sorpresa lo scoprire il modo in cui la cultura europea era così omogenea già nel Medio Evo in cui la gran parte di queste ballate sono nate. “Pur con molte varianti locali”, spiega Dall’Armellina, “si narravano le stesse favole e si cantavano le stesse storie. Se vogliamo conoscere l’Europa ed essere coscienti della nostra appartenenza a questo continente non si può prescindere dallo studio delle radici che l’hanno generata”. Insomma l’Europa, e l’Occidente che l’ha continuata anche oltre gli Oceani, è una realtà solida: malgrado il collasso dell’Impero Romano, o chissà se un po’ anche in seguito a questo collasso.
Ma riuscirà questo Occidente a reggere all’urto dei nuovi barbari? E qui il percorso si completa col quarto libro: Furia divina del portoghese José Rodrigues dos Santos (Cavallo di ferro, pp.511, Euro 19,50). Che sono poi tre storie parallele. Quella di una cassa di uranio e una cassa di plutonio che un commando di spietati guerriglieri ceceni riesce a trafugare in Russia. Quella di uno storico portoghese edonista e viveur, che per la sua specializzazione in crittografia è contattato dalla Cia, per aiutarla a risolvere uno strano enigma. Quella di un ragazzino egiziano con l’ingenuo zelo di tutti i bravi ragazzi che vanno a catechismo, e che un mullah fanatico trasformerà in uno spietato terrorista. Le tre storie si incontreranno infine di fronte al Palazzo di Vetro dell’Onu, in un modo che spiega la domanda del sottotitolo: “E se Al-Qaeda avesse la bomba atomica?”. La storia è in apparenza un thriller alla James Bond. Ma gran parte delle oltre 500 pagine sono occupate da dialoghi in cui da una patrte lo storico con la sua compagna di missione, dall’altra l’egiziano con i suoi mentori e anche con chi cerca di dissuaderlo, ci “sceneggiano” in modo efficace gran parte degli interrogativi sull’Islam che possono emergere dalla lettura di autori come Bernard Lewis, Oriana Fallaci, Bat Ye’or, Magdi Cristiano Allam o Carlo Panella.
Come spiega l’autore nella nota finale, “è vero che ci sono documenti di al-Qaeda e dichiarazioni dei loro dirigenti che rivelano l’intenzione del movimento di far detonare un dispositivo nucleare. È vero che, in possesso di cinquanta chili di uranio altamente arricchito, qualsiasi persona con conoscenze di ingegneria può montare in un garage una bomba nucleare, in meno di ventiquattro ore. È vero che è possibile entrare in possesso di uranio altamente arricchito o plutonio in paesi con misure di sicurezza di dubbia efficacia. È vero che sono già avvenuti vari furti di materiale nucleare in impianti russi, incluso Mayak. È vero che il Pakistan ha esportato per anni tecnologia nucleare verso i paesi islamici e i suoi scienziati sono stati consultati da bin Laden e da altri dirigenti di al-Qaeda. È vero che più di centocinquanta versetti del Corano sono dedicati al jihad”. E, come spiega la quarta di copertina, l’intero libro prima della pubblicazione “è stato completamente rivisto da un ex terrorista di Al-Qaeda”.



cambiare la Storia?
Mi ha convinta a fare un