“Nessun legame tra Saddam
Hussein e Al Qaeda”. E invece i legami c’erano eccome. Non stiamo parlando di
due analisi opposte, ma di due pareri tratti dallo stesso studio, commissionato
dal Pentagono all’Institute for Defense Analyses e pubblicato alla fine della
settimana scorsa. L’impatto che il dossier ha avuto sui media statunitensi è
paragonabile a quello provocato lo scorso dicembre dal rapporto delle sedici
agenzie di intelligence statunitensi (il famoso “Nie”) sul programma nucleare
iraniano: un forte senso di disorientamento del pubblico e la convinzione che
George W. Bush abbia mentito o si sia sbagliato, che la sua politica estera sia
dunque basata su gravi errori. Ma proprio il contenuto del nuovo rapporto, così
come allora quello del “Nie”, dimostra che il presidente non aveva mentito, né
che si era sbagliato. Il precedente dossier sul programma nucleare iraniano è
stato letto come un’assoluzione piena dell’Iran, ma non negava affatto
l’esistenza di un programma nucleare a scopo militare, semplicemente giudicava
“poco probabile” la prosecuzione dei lavori per la progettazione e costruzione
di testate nucleari dopo il 2003, dunque uno solo degli aspetti della
proliferazione. Mentre è sotto gli occhi di tutti che in Iran va avanti
l’arricchimento dell’uranio per l’ottenimento di materiale fissile, utile anche
per la costruzione di bombe atomiche. Anche la neutrale Agenzia Internazionale
per l’Energia Atomica (che in alcuni casi si è sbilanciata a favore dell’Iran)
ha ritenuto poco chiaro lo scopo del programma di Teheran, ritenendo possibile
un suo uso militare.
Nel caso del più recente rapporto sull’Iraq, l’effetto di distorsione mediatica dell’informazione è, se possibile, ancora più evidente. In quasi cento pagine (con 1600 pagine di appendice, il riassunto, ricco di estratti e citazioni, di un meticoloso lavoro di ispezione su una parte dei 600.000 documenti iracheni sequestrati nel 2003) si legge a chiare lettere come il vecchio regime di Baghdad fosse uno dei principali sponsor del terrorismo internazionale islamista. Dai documenti, per esempio, risulta che l’IIS, il servizio segreto del regime baathista, collaborasse con la Jihad Islamica egiziana di Al Zawahiri, il braccio destro (e la mente ideologica) dello “sceicco del terrore”, che fosse in contatto anche con l’Esercito di Maometto del Bahrain, altro movimento che gli stessi agenti segreti iracheni definivano “sotto l’ala di Bin Laden”. Tra le carte di Saddam si trova un suo ordine del 1993 per inviare irregolari iracheni in Somalia, per combattere contro gli americani al fianco di Bin Laden. Un rapporto dell’IIS al dittatore di Baghdad fornisce i dati di tutti i combattenti jihadisti accorsi a combattere in difesa del regime nel 1991,%0D quindi ai tempi della Guerra del Golfo. Il numero dei combattenti stranieri è costantemente cresciuto nei 12 anni successivi fino all’operazione Iraqi Freedom del 2003. Nel 1998 Baghdad fornì finanziamenti e supporto ai campi di guerriglieri nel Nord dell’Iraq, un patto che ebbe molta risonanza e fu interpretato dai servizi di intelligence occidentali come l’atto di alleanza tra Bin Laden e Saddam. Si trattava anche di un’alleanza di tipo ideologico e i documenti lo provano. Il regime di Baghdad fu il più assiduo sostenitore della causa jihadista, sia quella contro Israele, sia quella contro i regimi arabi moderati. Nel solo 2002 si tennero in territorio iracheno, con il patrocinio del Baath, ben 13 conferenze internazionali dei movimenti jihadisti, tutti gruppi banditi dai paesi di origine. Il servizio segreto di Saddam, inoltre, confezionò centinaia di passaporti falsi per terroristi internazionali. E i gruppi per cui il servizio segreto di Saddam raccomanda un contatto sono valutati in base alla loro capacità e volontà di colpire gli interessi occidentali. Ad esempio, dell’Organizzazione Rinnovamento e Jihad, un movimento jihadista clandestino palestinese, si legge che: “(i suoi appartenenti) Credono nella jihad armata contro l’Occidente e l’America. Sono anche convinti che il nostro leader, Saddam Hussein, che Dio lo protegga, è il vero leader della guerra contro gli infedeli. I capi dell’organizzazione vivono in Giordania, quando hanno visitato l’Iraq due mesi fa, hanno dimostrato la loro volontà a condurre operazioni contro gli interessi americani in ogni momento”. Del partito islamista di Hekmatyar, in Afghanistan, si apprezza il fatto che: “Sia considerato uno dei più estremi movimenti religiosi contro l’Occidente e uno dei più solidi partiti sunniti in Afghanistan. Questa organizzazione si basa sul sostegno finanziario iracheno e manteniamo buone relazioni con Hekmatyar sin dal 1989”.
Non solo il regime di Saddam sosteneva finanziariamente e ideologicamente i gruppi stranieri, ma usava esso stesso metodi terroristici. Ad esempio, nel capitolo “Terrorismo come strumento del potere statale” si leggono rapporti dettagliati sui programmi dei servizi di Saddam avviati nel corso degli anni '90: reclutamento e addestramento di “martiri”, costruzione di autobombe, studio di tecniche di guerriglia urbana, preparazione degli ordigni da strada (gli stessi che stanno decimando da cinque anni i veicoli della Coalizione), costituzione di campi per l’addestramento alla guerriglia, invii massicci di armi e mezzi ai gruppi di guerriglieri. Lo studio del Pentagono rivela prove sulla preparazione di attentati anche in paesi occidentali, con tanto di invio clandestino di commando ed esplosivi.
Insomma, da questo rapporto emergono prove a sufficienza per dimostrare che, ben prima del 2003, il regime iracheno fosse uno sponsor attivissimo del terrorismo islamista. E dunque il suo rovesciamento, specie all’indomani dell’11 settembre, era più che giustificato.
Come è stato possibile rovesciare questo messaggio chiaro? Lo stesso linguaggio usato dai redattori del rapporto si presta a interpretazioni sbagliate: “Siccome il servizio di sicurezza di Saddam e il network di Osama Bin Laden operavano per il raggiungimento di obiettivi simili (almeno nel breve periodo), era inevitabile una notevole sovrapposizione nel monitorare, contattare, finanziare e addestrare gli stessi gruppi stranieri. Questo ha creato sia l’apparenza (corsivo nostro, ndr) sia un legame di fatto tra le due organizzazioni. In alcuni casi, queste entità volevano operare assieme per il raggiungimento di obiettivi comuni, ma hanno sempre mantenuto la loro autonomia e indipendenza per la loro innata prudenza e mutua sfiducia. Sebbene l’esecuzione dei piani terroristici iracheni non abbia sempre avuto successo, le prove mostrano che l’uso del terrorismo da parte di Saddam e il suo sostegno ai gruppi terroristici rimase forte fino al collasso del regime”. In un altro sommario si legge che “Benché non vi sia la dimostrazione dell’esistenza di una ‘pistola fumante’ (il coordinamento tra Al Qaeda e il regime di Saddam), le prove mostrano che…”. Si tratta di un linguaggio molto prudente, inevitabile quando si parla di soggetto impalpabile come Al Qaeda, un’organizzazione che tuttora si stenta a capire e che è strutturata come una rete di legami informali, dunque priva di una sua gerarchia e impossibilitata, per sua stessa natura, a stipulare patti o trattati formali con altri soggetti esterni. Se si cercano contratti o trattati segreti tra il signor Osama Bin Laden e il signor Saddam Hussein, non si troverà mai nulla. Se si cercano le complicità, le collusioni e la cooperazione tra i due, il rapporto del Pentagono fornisce prove a sufficienza.
Oltre a quel che si legge, conta anche quello che si vuole leggere. Un linguaggio ambiguo, come quello del rapporto, offre una magnifica opportunità alla stampa liberal per attaccare Bush e il candidato repubblicano John McCain, che fonda tutto il suo credito sulla promessa della vittoria in Iraq. La notizia è stata diffusa per la prima volta dal McClatchy News Service, noto per essere contrario all’amministrazione Bush, prima della pubblicazione sul web del rapporto. Un’altra anticipazione è stata data dall’emittente di tendenza liberal ABC, poi ripresa dai due maggiori quotidiani di area dichiaratamente democratica: il Washington Post e il New York Times. Tutti hanno aperto con la stessa notizia: il Pentagono smentisce Bush, perché non c’erano legami tra Al Qaeda e Saddam. Stephen Hayes, editorialista di Weekly Standard, rivista vicina all’amministrazione Bush, riferisce del disappunto dei funzionari del Pentagono nel leggere le prime notizie sul loro rapporto: “Due funzionari si sono detti preoccupati per la cattiva informazione riguardo al contenuto del rapporto. Uno di essi ha dichiarato in un’intervista di considerare ‘sconcertante’ la copertura mediatica del suo studio. Un altro, James Lacey, ha espresso la sua preoccupazione a Karen Finn, dell’ufficio stampa del Pentagono, che stava gestendo la pubblicazione dello studio. Martedì, il giorno prima della prevista pubblicazione, Lacey ha scritto: ‘Questa storia sta trapelando. La ABC trasmetterà questa sera un servizio basato sul riassunto del rapporto. Il Washington Post sta redigendo un articolo basato sul servizio della ABC. Il documento è stato mal interpretato. Io chiedo che venga immediatamente pubblicato su Internet”. La lentezza burocratica ha fatto sì che passasse e si diffondesse la versione male interpretata dei media liberal prima della versione ufficiale del rapporto commentata dai funzionari del Pentagono che lo avevano commissionato. Ora tutti coloro che vogliono contestare la guerra in Iraq, hanno un’arma in più. Possono affermare che si tratta di una guerra sbagliata, perché: “lo dice anche il Pentagono”. Non è vero, ma a tanti piace pensare che sia così.

