Martedì 22 Maggio 2012
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Oro blu

Se l'acqua scarseggia è arrivato il momento di ridurre gli sprechi

3 Settembre 2008

L'altra faccia della medaglia, per quanto riguarda la complessa problematica della food crisis, è l'emergenza idrica. Un dramma per  circa un miliardo e trecento milioni di persone: la crescente richiesta di biofuels porta ad una produzione che sottrae riserve idriche alle popolazioni.

A Stoccolma si è tenuto nelle scorse settimane un summit della Fao, che ha presentato un rapporto redatto in collaborazione con l'Istituto Internazionale per la gestione delle acque e l'Istituto Internazionale di Stoccolma per le acque, che focalizza l'attenzione proprio sulla questione degli sprechi idrici, delle relative ricadute igienico-umanitarie e sulle possibili guerre per il cosiddetto oro blu. Il risultato è stato per certi versi sconvolgente: gli sprechi di acqua per la produzione di cereali e altri alimenti si contestualizza in uno squilibrio per cui pur producendo cibo a sufficienza per mantenere in buono stato di salute l'intera popolazione mondiale, alcune nazioni sprecano fino a 40.000 miliardi di litri (pari al bisogno domestico di 500 milioni di persone) e fino al 30% del cibo prodotto. Stati Uniti e Gran Bretagna sprecano almeno un terzo dei prodotti alimentari, la Svezia poco meno, e anche se manca una “graduatoria delle pecore nere” il dito viene puntato prevalentemente su Europa e USA. 

Particolarmente a rischio sono l'Africa sub-sahariana e l'Asia meridionale e, come spiega l'esperto dipendente della FAO Pasquale Steduto: “A meno di non modificare il modi in cui viviamo, nel futuro la disponibilità d'acqua diventerà uno degli ostacoli principali per la produzione di cibo”.

Un'altra emergenza riguarda la regione asiatica dell'Himalaya, fonte principale delle acque che scendendo dalle montagne alimentano i più grandi fiumi dell'Asia. Pare che il riscaldamento globale sia nell'area fortemente accentuato (con un'escursione di circa il doppio della media mondiale, cioè di 0.3 gradi ogni dieci anni) e che provochi un indietreggiamento di 70 metri all'anno dei ghiacciai. Mats Eriksson, responsabile responsabile del programma per la gestione dell'acqua al Centro internazionale dello sviluppo integrato delle montagne, e Xu Janchu, direttore del Centro studi dell'ecosistema montano in Cina, hanno evidenziato come il problema tocchi direttamente Cina, India, Nepal, Pakistan, Birmania, Bhutan e Afghanistan (che di problemi ne avrebbero già abbastanza), minacciando perciò miliardi di persone. 

Ma il rapporto riporta anche dell'emergenza igienica europea. Emerge infatti che nell'Unione Europea ben venti milioni di persone non hanno accesso a servizi igienici adeguati, soprattutto nei paesi dell'Est (Bulgaria e Romania in primis) ma anche in certe regioni di Francia, Irlanda e paesi mediterranei. Per intendersi, in Bulgaria il 42% della popolazione abita in zone rurali, e solo il 2% delle abitazioni hanno fognature a scarico diretto; in Romania solo il 15% degli abitanti ha acqua corrente a disposizione, e 10 milioni di persone non dispongono di acqua canalizzata. La problematica investe direttamente la salute dei cittadini europei, in quanto gli escrementi accumulati nel suolo si infiltrano nelle riserve d'acqua, nei pozzi, nei fiumi, che sono le fonti dirette di acqua per l'uso personale di pulizia e uso quotidiano (con valori di nitrato fino a 100 volte superiori agli standard consentiti).

Il problema è accentuato dal fatto che la normativa europea prevede con una direttiva delle regole di attrezzatura di servizi igienici molto più rigide per i centri abitati con più di 10 mila abitanti, causando una distrazione di fondi dalle zone rurali (si parla, nel prossimo lustro, di uno stanziamento di circa 336 miliardi di euro per gli stati membri più bisognosi, di cui 18 miliardi espressamente rivolti al miglioramento delle condizioni sanitarie). 

Anche se non si prevedono nei prossimi anni conflitti per l'oro blu, come molti analisti immaginavano negli scorsi anni, è tuttavia rilevante la questione degli sprechi e dell'allocazione di risorse scarse. In Italia la situazione non è certo drammatica ma non mancano i casi limite (Napoli è solo un esempio, più in generale il Meridione e le Isole si sa che spesso rimangono “a secco” per più o meno lunghi periodi).

E' necessario quindi che l'allarmistico richiamo all'ordine della FAO, senza essere considerato motivo di panico, spinga alla riflessione i governi occidentali e venga utilizzato per incentivare il libero mercato, piuttosto che essere lasciato a se stesso, con i prevedibili risvolti bellici e le emergenze umanitarie che con l'anticipo si possono ad oggi ancora prevenire.

 

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