Martedì 22 Maggio 2012
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Verso la svolta

Federalismo, la bozza Calderoli ora piace anche a Comuni e Regioni

29 Agosto 2008

Il federalismo fiscale, la “rivoluzione copernicana” che il Governo conta di avviare tra pochi giorni, a settembre, ha per intanto già prodotto un cambiamento radicale: una mutazione negli equilibri fra Regioni, Comuni e Governo.

 

E’ passata, almeno pare, la grande paura. Quella, cioè, di lasciare a secco intere aree del Meridione, un timore alimentato soprattutto da una serie di simulazioni numeriche – come quella diffusa pochi giorni fa della CGIA di Mestre – basate sulla bozza originaria (il DL “Lombardia”).

Piace, inutile girarci attorno, il principio cardine della riforma: quello della responsabilità. Fatti fermi i vari meccanismi perequativi, la solidarietà tra le regioni si trasformerà infatti in una solidarietà responsabilizzante. Dove è la garanzia che non si spaccherà il Paese? Come affermazione di principio, la garanzia è data dall’erogazione di tutti i servizi pubblici, sanitari, educativi, assistenziali, a costi standard.  La pausa ferragostana sembra aver fatto riflettere un po’ tutti ed in primis i Comuni: se ancora al 31 luglio erano il freno della bozza Calderoli, oggi sembrano apprezzare molto gli ultimi aggiustamenti della proposta.

Più in dettaglio, la bozza Calderoli, quasi pronta per il passaggio in Cdm l’11 settembre  prossimo, prevede l’abbandono del principio della spesa storica, ovvero la valutazione del fabbisogno sulla base delle uscite dell’anno precedente,  e l’adozione del criterio dei costi standard, ovvero il calcolo dei costi a seconda delle caratteristiche dei diversi settori. Calcolati i costi infatti,  stabilite le compentenze, queste verranno finanziate dalle Regioni con l’lIrap, dai Comuni con gli immobili, dalle Province con auto e trasporti. Fulcro della manovra l’articolo 2 del disegno legge, che prevede la sussidiarietà orizzontale tramite l’uso della leva fiscale per favorire la auto-organizzazione di cittadini ed enti no profit che fanno welfare e di tutte le entità che danno corpo a questo principio.

Tutti oggi riconoscono che il principio di fondo della manovra in cantiere è sacrosanto: il riequilibrio nei rapporti tra le Regioni, tra chi oggi beneficia di tutto e chi rimane a bocca asciutta. Il sistema è già logoro, o si cambia o crolla.

Nota pepata: come ricordato dal Professor Antonimi in una brillante intervista su Avvenire del 29 agosto, a volere il federalismo fiscale ci sono anche le regioni meridionali, e questo perché, malgrado il finanziamento statale pro-capite sia stato fino ad oggi uguale tra nord e sud i servizi non hanno raggiunto lo stesso equilibrio e assistiamo a fenomeni come l’emigrazione sanitaria.

La complessa macchina che si metterà in moto a settembre ha per base un criterio guida già delineato nello schema di Ddl delega:  la fiscalità autonoma, fatta dai tributi propri e dalle aliquote di compartecipazione, deve essere sufficiente a finanziare integralmente le competenze decentrate “in almeno tre Regioni”.

Tutto sembra dipendere da quali saranno le Regioni di riferimento, perché fissati i parametri, le altre dovranno trovare i mezzi per raggiungere gli stessi obiettivi. Più elevati saranno i termini di riferimento, più  la razionalizzazione dovrà  essere forte, il tutto ovviamente tenendo conto della “perequazione”, cioè del contributo che le regioni ricche metteranno a disposizione per ridurre il dislivello con quelle più povere.

Le difficoltà dell’impresa ci sono e sono oggettive. Ci sono le differenze storiche tra nord e sud che nel tempo non si sono attenuate, anzi si sono esaltate, e c’è il problema del pareggio di bilancio entro il 2011, un problema nazionale da affrontare di comune intesa con le Regioni e gli Enti locali, condividendo gli obiettivi anno per anno. A suggellare il cambiamento invece, la voce dell’Anci che accoglie con clamore la svolta “comunale” della bozza Calderoli, in un primo tempo percepita come “troppo regionalista”.  Piace l’idea che a ogni livello dello Stato sia attribuito un “grande tributo” per finanziare le funzioni che gli vengono attribuite  e piace l’idea di un unico tributo sugli immobili.

Persa l’Ici, i comuni vanno all’attacco e chiedono un nuovo tributo “proprio e autonomo” per superare la crisi di liquidità dovuta all’abolizione dell’imposta sugli immobili. Pesavate che l’era dei balzelli fosse finita? I comuni si trincerano dietro al fatto che la nuova tassa non sarà una nuova versione rivista e corretta dell’Ici, in realtà “preferiscono una tassazione che preveda una base imponibile diversa da quella immobiliare” come i servizi ai cittadini. Così il presidente dell’Anci fa intendere di riproporre al governo un discorso lasciato in sospeso: la tassazione dei servizi comunali. Ai comuni infatti piacerebbe realizzare un’imposta su servizi comunali (ISCO) destinata a gravare su tutti i cittadini presenti su un determinato territorio e che abbia come base di riferimento il reddito familiare dichiarato o accertato, il numero dei componenti familiari, il valore del bene abitato, quantità dei rifiuti prodotti, occupazione del suolo pubblico..

Ma tra gli echi del leader della Lega Umberto Bossi sulla necessità di reintrodurre l’Ici, già nel governo si intravede un nuovo nodo, l’imposta che il Presidente Silvio Berlusconi vorrebbe cancellare nella seconda parte della legislatura: il bollo auto. Il governo non  deve fare i conti solo con la cosiddetta “compatibilità di bilancio”, ma anche con la necessità, come vuole la bozza di legge delega sul federalismo, di presentare il bollo auto come tributo provinciale.

Perché il federalismo esprima tutte le sue potenzialità, è necessario che ogni ente locale viva di risorse proprie e ciò significa sia autonomamente riscosse sia autonomamente definite.

Senz’altro condivisibile è, al riguardo, l’idea del Ministro Tremonti secondo il quale solo con il federalismo fiscale si potranno ridurre le imposte: le regioni e comuni, finalmente padrone non più di “piccole imposte” ma di “grandi imposte”, saranno chiamate a competere tra loro. Come? Fissando aliquote sempre più basse per attrarre risorse, capitali ed imprese.

Per ora, mi pare che questo aspetto stia sfumando: sembra un gioco, un tirare la corda per vedere chi riesce a portare a casa di più, un pericoloso gioco in cui concorrono non solo le regioni del Sud che fisiologicamente rischiano di essere più danneggiate, ma anche per ultra-privilegiate regioni autonome. Il confronto che si è aperto è positivo: meglio un dialogo intenso che un no per partito preso! Pericolosissimo un federalismo pasticciato: farebbe lievitare la spesa pubblica, la tassazione e il debito, un vero disastro per il nostro Paese.

 

Commenti
Matteo
29/08/08 17:34
Mi vorrei soffermare proprio
Mi vorrei soffermare proprio sulla parte finale dell'articolo.. speriamo non si arrivi a realizzare un federalismo pasticciato e soprattutto speriamo che questa riforma porti finalmente ad una reale diminuzione delle tasse e da parte di tutti gli enti ad una più efficiente spesa per i vari servizi pubblici offerti. Rimango scettico comunque su una riduzione delle tasse dovuta alla "futura concorrenza" tra le regioni. Ma alcune domande.. hanno ancora ragione di esistere le regioni a statuto speciale?? E perchè non si è tentato di abolire le province che servono solo a piazzare raccomandati di tutti gli schieramenti politici ed incrementano la già notevole burocrazia italiana?
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