Nel cimitero di Hammamet, in una piccola tomba orientata verso l'Italia, si trovano le spoglie mortali di Bettino Craxi. Sono le spoglie di un esule o di un latitante? Sicuramente lo sono di un uomo politico di assoluta grandezza. Craxi è stato il primo socialista presidente del Consiglio, con l'eccezione del breve governo di Ferruccio Parri, azionista più che socialista, e il secondo presidente del Consiglio non democristiano, dopo i due governi di Giovanni Spadolini.
E' morto in terra d'Africa, ospite del suo amico, il presidente tunisino Bourghiba. Ai suoi funerali ha partecipato Yasser Arafat, leader dell'Olp. E' sepolto, unico caso fra i paesi democratici, in suolo straniero.
Alla notizia della sua morte, il 19 gennaio 2000, Massimo D'Alema, non più presidente del Consiglio da poche settimane, propose per lui solenni funerali di Stato, rifiutati dalla famiglia e in prima persona dalla moglie Anna. Allora come oggi la domanda è rimasta senza risposta: come può uno Stato rendere l'onore estremo a un cittadino considerato latitante? Un incauto Piero Fassino ha pensato bene, il 10 aprile 2007, di collocare Craxi nel Pantheon del Partito democratico in compagnia di Rosselli, Matteotti, Nenni e Pertini.
Flash-back. E' il 1984. Craxi siede a Palazzo Chigi e nel febbraio di quell'anno decide lo stop alla scala mobile, tagliando tre dei dodici punti previsti per quell'anno. "Un atto osceno in luogo pubblico", definì quella decisione Enrico Berlinguer, segretario del Pci in cui militavano Massimo D'Alema e Piero Fassino.
Il 13 febbraio 2005, cioè 21 anni dopo quell'evento, lo stesso Piero Fassino sentenziò: "fece bene Craxi a modificare la scala mobile, anche contro il parere di Berlinguer".
Ma Bettino Craxi che cosa è stato per la sinistra comunista italiana? Sicuramente un nemico e non un semplice avversario. Come oggi lo è Silvio Berlusconi. Non importa se la collocazione è diversa, Craxi di sinistra Berlusconi di centrodestra: nessuno dei due è mai stato comunista e nessuno dei due ha mai accettato la visione moralista e azionista della storia, entrambi sono "riformisti", quindi "deviazionisti", dunque nemici e come tali da trattare.
La "diversità morale" rivendicata per il Pci da Enrico Berlinguer davanti ai cancelli di Mirafiori nella primavera del 1980 si è abbattuta sulla politica italiana e sulla sinistra in particolare con la forza di un anatema, una condanna indelebile. Dalla quale, come l'acqua dalla sorgente, è sgorgato tutto il resto: Tangentopoli, Mani pulite, il populismo giustizialista, l'amore ostentato per il cappio. Un caleidoscopio di atrocità civili e politiche di fronte al quale la sinistra non più comunista e ancora non si sa cosa è rimasta impietrita, paralizzata come il topo davanti a un cobra.
Craxi è la damnatio memoriae della sinistra d'origine comunista. Egli incarna quello che probabilmente D'Alema, Fassino e lo stesso Napolitano avrebbero voluto essere e non hanno avuto il coraggio o la forza di essere. Riformisti ed europei, atlantisti e garantisti, liberali e socialisti. Come lo è stato Willy Brandt, dopo il congresso di Bad Godsberg, nel 1959; come lo è diventato la vecchia Sfio, trasformata da François Mitterrand, al congresso di Metz nel 1971, in un moderno partito socialista affrancato dall'ideologia marxista.
Craxi aveva intuito, fin dal congresso del Midas, nel 1978, che la modernizzazione dell'Italia doveva passare necessariamente da un riequilibrio dei rapporti a sinistra. Fu lui a mettere in discussione la teoria dell' "arco costituzionale", comodo espediente che consentiva di tenere il Movimento Sociale di Giorgio Almirante fuori dal recinto delle forze politiche. Una scelta quasi profetica, che costò a Craxi invettive crescenti e un'ostilità prima sorda e poi plateale da partedel Pci.
Sul tratto finale della parabola di Craxi rimane ben visibile il suo tentativo generoso, nel 1990, di portare il Pci nell'Internazionale socialista. Ma è un leader ormai sfiduciato e amareggiato quello che si prepara a resistere alla rivolta di Palazzo, come l'ha definita qualche giorno fa Rino Formica. Vincitore nel libro della storia, Craxi fu travolto da una valanga giudiziaria a lungo annunciata ma arrivata in modo imprevisto e in forme imprevedibili. E con il "tintinnar di manette" cambiò anche il fondale della scena. Il Pci, nel frattempo tramutato in Pds, rinviò sine die i conti con la propria storia. Peggio: si aggrappò alla speranza, quasi divenuta certezza, di cambiare il corso degli eventi sostituendo alla ruvida evidenza della storia una nuova stagione di "moralità pubblica". Così la "diversità" berlingueriana sopravvisse al suo ideatore condannando i suoi eredi alla damnatio memoriae.
A dieci anni dalla morte, il giudizio incompiuto sulla vita e l'opera di Bettino Craxi rimane il nodo principale da sciogliere per chiudere quella stagione e aprire davvero una pagina nuova. Come disse July Jilev, neo eletto presidente della Bulgaria appena uscita dal comunismo: "giusto - rispose a un deputato ex comunista che lo invitava a voltare pagina -dobbiamo voltare pagina, senz'ombra di dubbio. Avendo però cura di aver letto bene e meditate le pagine precedenti". La sinistra italiana un tempo comunista ha preferito invece lasciare intonso il proprio libro di famiglia.


Craxi esule o latitante?
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Ma per favore!
Lo spettro di Craxi continua
x Anti-Co