Il 2009 ha aperto una fase di profonda incertezza per il Cremlino, con la Russia colpita da una crisi economica molto più grave rispetto a quella in Occidente, al punto da innescare una crisi di sistema. Questa crisi dei fondamenti della Russia putiniana ha mostrato anche la fragilità dell’identità nazionale, che oscilla tra una serpeggiante nostalgia dell’Urss e la ricerca di una modernizzazione che non stravolga gli equilibri di potere. La Russia avanza verso il 2010 sotto il segno di una crisi dal doppio volto. La crisi dei mercati internazionali si è accavallata su una crisi di sistema sul piano delle infrastrutture, risalenti all’epoca sovietica e in pessimo stato di manutenzione, del rapporto con le istituzioni, continuamente gravato da una corruzione endemica, e di una legislazione che preferisce le grandi concentrazioni statali rispetto all’impresa privata. Il Pil russo del 2009 è diminuito di oltre il 10%, trascinato dal ribasso del prezzo del petrolio che ha indebolito notevolmente l’industria energetica, vero pilastro che sostiene l’economia russa.
L’altro volto della crisi si è originato proprio dal corto circuito di un sistema fondato sull’esportazione di risorse naturali, sul centralismo e il verticismo politico interno e sulla restaurazione di un’influenza globale. Nel 2009, per la prima volta, quelli che venivano ammirati come principi della rinascita russa vengono denunciati come cause della crisi in un atto d’accusa pubblicato sui giornali con la firma del presidente Medvedev. La tesi è drastica: per risolvere le cause strutturali della crisi occorre una modernizzazione destinata a trasformare l’intero sistema. All’improvviso il Cremlino si è spaccato tra la leadership modernizzatrice e filo-occidentale di Medvedev, il primo presidente che comunica abitualmente via internet, e il potere conservatore e nazionalista di Putin, che invece ama farsi fotografare mentre caccia feroci belve o si cimenta in rischiose avventure. La crisi economica ha provocato una crisi politica e istituzionale. Alla diarchia pacifica tra Putin e Medvedev è rapidamente subentrato un crescente antagonismo che già ora mostra evidenti segni di tensione in vista delle elezioni presidenziali 2012. Una democrazia egemonizzata da un solo partito presuppone un solo candidato vincente – se prima Putin era l’unico legittimo aspirante, adesso è affiancato da Medvedev. Questa tensione ha riacceso la crisi del potere russo nel Caucaso, con la Cecenia nuovamente sotto tiro di una nuova forma di ribellione anti-russa senza connotazioni particolari islamiche. E’ soltanto la reazione alla dura repressione della Russia. Il misterioso attentato di novembre al prestigioso treno Nevsky Express, tra Mosca e San Pietroburgo, conferma che il terrorismo ha ripreso ad attaccare il cuore della Russia.
Questa inaspettata crisi politica fa riscoprire alla Russia la contraddizione della sua identità nazionale, bloccata tra nostalgia del passato sovietico e slancio verso il futuro. Ma entrambi questi estremi sono ancora irraggiungibili e perciò generano frustrazione. Nel dicembre 2009 si è celebrato il 130esimo anniversario della nascita di Stalin (1879-2009) con un gran gala del partito comunista che si è trasformato in un festival della nostalgia stalinista. Intanto l’Europa dell’Est, dove brucia ancora il tradimento di Obama per l’affossamento dello scudo missilistico, rivive le sue fobie anti-russe di fronte alla strategia di Mosca di ripristinare una certa influenza nell’Est europeo. A settembre Russia e Bielorussia hanno effettuato manovre congiunte simulando un attacco nucleare proprio alla Polonia – che reagisce proibendo per legge l’esposizione dei simboli dell’Urss. Eppure Medvedev marcia coraggioso con la sua modernizzazione, lottando contro la corruzione e promuovendo le energie fresche della meritocrazia negli ossificati apparati statali. Putin risponde riattivando l’antico legame politico tra stato e chiesa ortodossa per coinvolgere il clero, con posizioni fortemente conservatrici, nella legislazione sulle materie socialmente più sensibili.
L’antagonismo vellutato tra Putin e Medvedev si configura anche come conflitto generazionale: la nostalgia dell’Urss non riesce a contaminare i quarantenni che dell’Urss hanno visto solo l’inglorioso tracollo e che sono stati educati al riformismo, anche caotico, di Boris Eltsin e di quel rocambolesco premier che fu Yegor Gaidar, l’artefice delle più discusse e incisive liberalizzazioni dei primi anni Novanta. A dicembre Gaidar è prematuramente scomparso senza provocare rimpianti. Alla sua morte hanno addirittura brindato pubblicamente gli estimatori delle gesta di Stalin. Meno rumore ha suscitato la scomparsa di Grigory Baklanov, icona della letteratura sovietica al tempo della seconda guerra mondiale e poi editore di Znamya, periodico di riferimento dell’intelligentsya alleata della perestrojka di Gorbachev, di cui Baklanov divenne il massimo interprete culturale. Più che della grinta di Gaidar, la Russia del 2010 avrebbe bisogno di un altro Baklanov per rielaborare la crisi e i suoi conflitti in chiave di sintesi e ricomposizione, superando la logica dello scontro e dell’esclusione reciproca.
Ma sarebbe un abbaglio credere alla resurrezione dell’epica staliniana: la Russia di oggi è un paese profondamente confuso e frammentato, persino su elementi politicamente neutri. Mosca, ad esempio, non sa decidersi se unificare i suoi undici fusi orari in quattro grandi fasce. Medvedev è logicamente favorevole a questa semplificazione. Invece di una rapida riforma si è acceso un fumoso dibattito sui fusi orari che per tanti soddisfano il bisogno di esibire la grandezza planetaria della Russia. Quindi non si fa nulla. Un altro ostacolo è insorto su internet: il governo ha imbastito una pesante campagna di comunicazione per favorire l’uso dell’alfabeto cirillico sul web, mentre il popolo della rete russa preferisce di gran lunga l’inglese. Quando nel 2010 scadranno le registrazioni dei domini internet, ogni utente dovrà scegliere l’alfabeto da utilizzare. Altrimenti scatta la chiusura del sito, che in molti interpretano come una censura indiretta per chi non si converte alla versione russofila della rete.
La storia secolare della Russia conferma che la stabilità è il fulcro che regge ogni sua forma di stato e di governo. La duplice crisi, prima economica e poi politica, ha messo in scacco la stabilità putiniana. Il 2010 preme già per “ri-stabilire” un nuovo equilibrio di potere interno, che non sarà soltanto una questione riservata al Cremlino, ma coinvolgerà l’intero sistema.

