Da donna araba che ha patito per trent’anni le sofferenze di una vita sotto la sharia islamica, per me è evidente che la civiltà occidentale debba combattere senza esitazione contro l’ideologia politica dell’Islam e la sharia per impedirne l’applicazione in ogni libera società.
Tuttavia mi sono ritrovata a combattere su due fronti. Da una parte contro gli islamisti, con i quali senza dubbio la lotta è scoraggiante in partenza. Ma dall’altra parte mi trovo a dover fronteggiare un insieme di troppi individui, con ben poche informazioni, che amano definirsi “progressisti” dalla mentalità aperta. Ed in qualche modo sembrano rivendicare la superiorità della compassione, della pace, dell’apertura mentale e del riconoscimento delle altre culture. Considerandosi persone tolleranti, che vantano libertà di pensiero, evitano di porre domande sulle cattive intenzioni dei musulmani. Si limitano semplicemente ad una auto-critica, ricercando scuse “politicamente corrette” per l’islamismo. Purtroppo, mostrano la loro accettazione incondizionata degli “altri” a spese della responsabilità pubblica di conoscere la verità sui principi deleteri dell’Islam.
E’ di importanza cruciale per questi cosiddetti “progressisti” rendersi conto piuttosto che l’Islam è basato su un sistema anti-liberale. E’ necessario che queste persone aprano gli occhi davanti alle politiche e alle pratiche disumane degli islamisti in tutto il mondo. Ed è necessario che comprendano come gli islamisti si oppongano totalmente ai valori liberali alla base di quella visione “progressista”. Ed è ugualmente importante che non diano per scontato il rispetto dei valori umani e della dignità che ad oggi sono assicurati in America e in Occidente.
Per me il confronto con coloro che si attengono al relativismo multiculturale rappresenta la battaglia più dolorosa. Il loro punto di vista rende più difficili gli sforzi dei riformisti musulmani. Quando gli occidentali ricercano delle scuse “politicamente-corrette” per l’islamismo, in realtà non fanno altro che mettere a tacere ed indebolire le voci di chi, come me, si trova all’interno di questa lotta.
In parole semplici, troppe persone e troppe istituzioni si frappongono alla reale possibilità di sconfiggere l’ideologia politica dell’Islam. Con il loro approccio distensivo in realtà ostacolano lo sforzo pressante di modernizzazione della religione musulmana.
Quando sono immigrata negli Stati Uniti per la prima volta, ho appreso, con mio grande sgomento, che l’Islam è stato definito da molti come “la religione della pace”. Ma per me, nata in Siria e cresciuta in un paese islamico, un sistema di credenze per il quale le donne sono malvagie è senza dubbio un sistema dannoso e sbagliato. Un’ideologia pia – che costringe chi non è musulmano a vivere sottostando alle sue regole come diverso – è un’ideologia pia immorale.
Purtroppo, spesso abbiamo ascoltato dure risposte “politicamente-corrette” alle critiche dell’Islam da parte di coloro che ammoniscono gli arabi ed i musulmani liberati. Molto spesso tirano fuori i soliti cliché, affermando ad esempio che “ci sono storie di violenza in tutti i testi religiosi”, oppure “come possiamo fare per riunire tutti i musulmani in un unico gruppo?” o ancora che “in mezzo ai cristiani e agli ebrei ci sono anche fanatici che hanno commesso azioni orribili contro gli altri”. Tutte queste scuse sono accampate senza considerare le dottrine cruciali islamiche che giocano un ruolo deleterio nella marcia dell’Islam verso il declino dell’Occidente.
Due anni fa il rabbino Stephen Julius Stein ha pubblicato su Los Angeles Times un articolo in cui mi criticava ingiustamente. Di recente quell’articolo è ritornato in auge, dato che un arabo, dopo aver letto i miei scritti, lo ha tradotto nella sua lingua e lo ha pubblicato in un sito arabo con il titolo ““Un rabbino ebreo scandalizza Wafa Sultan”.
Tra le varie rivendicazioni, Stein sosteneva di non riuscire ad immaginare “una donna ebrea che stando in mezzo ad un gruppo di musulmani critichi l’ebraismo nello stesso modo in cui Wafa Sultan critica l’Islam”. Ma forse Stein ha delle lacune sulla conoscenza di base dell’Islam e dimostra una doppia faccia riguardo alla sua stessa religione ebraica?
Proviamo a considerare alcuni scenari ipotetici:
Se un gruppo di fanatici ebrei decapitasse un musulmano innocente, giustificando tale atto raccapricciante come un’azione permessa dai testi ebraici, esistono forse dubbi sul fatto che un numero infinito di donne ebree criticherebbe pubblicamente i principi dell’ebraismo che permettono tali dottrine oltraggiose?
Se le donne ebree fossero state relegate allo stato di animali, come risultato dei loro insegnamenti religiosi, qualcuno potrebbe dubitare dell’ovvio sostegno da parte del rabbino Stein nei confronti delle donne ebree in rivolta contro le proprie tradizioni?
Di recente, una donna egiziana, avvocato di gran fama, è apparsa su una Tv nazionale araba per incitare i giovani palestinesi a perseguitare e stuprare le donne israeliane, come parte della loro guerra contro Israele (è possibile vedere il suo filmato su MEMRI.org).
Se una donna israeliana, avvocato, avesse pronunciato pubblicamente su una Tv di stato israeliana lo stesso incitamento contro gli Arabi, il rabbino Stein avrebbe forse avuto qualcosa da obiettare contro l’esplicito rifiuto da parte delle donne ebree di una provocazione tanto odiosa?
E ancora, devo dire di essere alquanto sorpresa dall’ignoranza del Rabbino Stein sulla natura intrinseca dell’anti-semitismo islamico. Si potrebbe pensare che il dovere di insegnante e di leader di una comunità ebraica sia quello di educare e proteggere la propria gente. Sfortunatamente, le sue critiche servono solo ad indebolire gli ebrei, e a rafforzare ulteriormente l’anti-semitismo dei musulmani. (Consiglio la lettura del nuovo libro di Andrew Bostom: “The Legacy of Islamic Antisemitism”).
Un concetto islamico, in particolare, in arabo viene chiamato “Al Taqyya”. Questo permette ed incoraggia i musulmani a mentire e ingannare gli altri al fine di raggiungere il loro scopo finale, che consiste nel sottomettere il mondo all’Islam e alla legge della sharia. Per andare sul sicuro, gli islamisti che seguono l’ideologia politica volta a rovesciare i non-musulmani, assoggettandoli all’Islam, applicano realmente il concetto di “Al Taqyyaa”.
E’ dunque venuta a crearsi una relazione distruttiva: da un lato, gli islamisti mentono ai non-musulmani creduloni e, dall’altro lato, molti non musulmani, in particolare coloro che propongono un dialogo interreligioso, accettano quelle bugie ed evitano di fare domande in modo crudo e diretto, come sarebbe necessario per mettere in evidenza le loro pericolose intenzioni. In questo contesto, l’“Al Taqyyaa” dei musulmani e l’ignoranza e l’ingenuità degli occidentali riguardo alle reali intenzioni degli islamisti sono entrambi dei dolorosi modelli di partecipazione ed impegno.
Inoltre, entrambi i modelli violano il nostro diritto di conoscere la verità, al di là di come l’obiettivo di ciascuna parte sia malvagio o involontario. E così, “Al Taqyyaa” e la correttezza politica rappresentano vere e proprie ricette per un danno irreversibile ai valori della libertà, che costituiscono le fondamenta della nostra costituzione statunitense e delle democrazie liberali occidentali.
Il rabbino Stein è soltanto una voce in mezzo ad un gruppo di infinite altre che osservano la correttezza politica per evitare di ferire coloro che lo stesso Stein definisce “i suoi amici musulmani”, come si può leggere nel suo articolo.
La gente che rifiuta di affrontare gli oscuri fatti che riguardano l’Islam, non ha l’autorità morale necessaria per ammonire gli arabi liberati come me. Tutti coloro che non possono confrontarsi a testa alta con la dottrina islamica e che non permetteranno a se stessi di porre apertamente domande sulle spaventose componenti dell’Islam, si trovano dalla parte sbagliata di questo conflitto.
Mi è stato chiesto più volte di addolcire il mio messaggio, giungendo ad un compromesso. Mi sono sempre rifiutata di fare una cosa del genere. Io sono convinta che la strada per risolvere questa difficile situazione sia quella di evidenziare il problema e di affrontarlo nel modo più sincero possibile, sebbene sia anche quello più doloroso. Siamo sicuramente tutti d’accordo sul fatto che, a volte, una grave malattia deve essere affrontata in maniera aggressiva piuttosto che con una buona medicina come l’aspirina.
Infine, io porterò avanti la mia missione perché amo i musulmani. Il mio sogno è quello di un futuro in cui tutti i musulmani, soprattutto quelli del Medio Oriente, che desiderano ardentemente una vita migliore al di fuori dell’ambiente oppressivo che li circonda, possano assaporare il gusto della libertà, che noi tutti sperimentiamo qui negli Stati Uniti. Non si tratta semplicemente del sogno del Dr. King; si tratta di un sogno che dovrebbe essere garantito all’umanità intera – compresi tutti coloro che vivono nel mondo musulmano.
© Hudsonny
Traduzione Benedetta Mangano
Wafa Sultan è una psichiatra e attivista per i diritti umani di nazionalità siriana. Il suo ultimo libro in uscita si intitola “A God That Hates”.


