Sentire che un egiziano accusi, pubblicamente e apertamente, il governo israeliano “d’essersi infiltrato tra i media occidentali” o “d’appartenere ad una cultura arrogante e razzista” è diventato ormai un fatto di ordinaria amministrazione. Non è un segreto che proprio il primo Paese arabo che ufficialmente ha stipulato la pace con Israele da più di trent’anni continui a sostenere una cultura antisionista, specialmente grazie ai suoi “illuminati” accademici. A quello che però non ci abitueremo mai è che l’uomo in questione sia Farouk Hosni, il candidato più probabile alla guida della direzione dell’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite dedita a propugnare l’educazione, la scienza e la cultura nel mondo.
Hosni è il ministro della cultura dell’esecutivo di Mubarak fin dal 1987. Ex pittore di grande fama, nel suo curriculum pluridecennale abbondano le ragioni per far scattare più di un campanello d’allarme. Forse perché fino a pochi mesi fa questo personaggio girava il mondo accusando Gerusalemme, tra le altre cose, “di vivere rubando i diritti altrui e negando agli altri tali diritti”. Molti si ricordano di lui per aver dichiarato in Parlamento che, se avesse saputo della esistenza di libri israeliani nelle biblioteche egiziane, avrebbe appiccato di persona il fuoco per bruciarli. (Non sorprende questa promessa pubblica, dato che è stata proprio una direttiva del suo ministero ad impedire la pubblicazione di libri di autori israeliani o in lingua ebraica).
A maggio di quest’anno, poi, c’è stata la svolta. Tutto d’un tratto Hosni decide di dare ascolto alle proteste del mondo intellettuale internazionale e, in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, fa dietrofront ammettendo d’aver parlato di getto e senza aver meditato le sue parole (nonostante molti media arabi lo abbiano difeso dicendo che si era trattato di un errore di traduzione). Come per miracolo, il ministro della cultura apre alla traduzione dei libri di Amos Oz e di David Grossman, due celebri scrittori israeliani (ma si dimentica di aggiungere che le traduzioni in arabo saranno fatte da una lingua europea, proprio per non dover trattare con gli editori israeliani). Allo stesso tempo, iniziano i lavori per la ristrutturazione della sinagoga ebraica del Cairo. E, ciliegina sulla torta, il ministro propone di creare il primo Museo dell’Antichità e della Cultura ebraica in Egitto. Solo in seguito all’agitazione dei chierici egiziani, Hosni è costretto precisare che il suo progetto è condizionato “dalla fine degli attacchi sanguinari che avvengono ogni giorno contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza e in West Bank”.
Ma a che cosa è dovuto questo cambio di atteggiamento? Visti i suoi 71 anni, si potrebbe pensare ad un ripensamento senile e un po’ tardivo, anche se colpisce la rapidità con cui è avvenuto. O – più verosimilmente – a pesare sono state le voci che giravano per i corridoi dell’Unesco di Parigi che lo vedevano come un candidato dal forte sostegno internazionale alla guida dell’organizzazione. Tanto più che può godere dell’appoggio di Israele, o almeno di una parte della classe dirigente israeliana. Proprio l’11 maggio, infatti, si è tenuto a Sharm el-Sheikh un incontro tra Mubarak e Netanyahu che si è concluso con il ritiro delle riserve di Israele alla candidatura di Hosni. Molti dei dettagli dell’accordo rimangono a tutt’oggi segreti: se da un lato la scelta del governo israeliano rappresenta un passo significativo e un’apertura in un certo senso storica verso l’Egitto, dall’altro svela la complessità dei rapporti tra i due Paesi. Non è un caso che proprio il Cairo, accanto a Berlino, sia il mediatore arabo per il rilascio di Gilat Shalit, il soldato rapito tre anni fa da Hamas.
Con la decisione di non ostacolare la candidatura di Hosni, sostengono in molti, il governo israeliano non solo avrebbe ceduto ad un ricatto, ma avrebbe anche reso un organismo come l’Unesco – che dovrebbe diffondere valori di eguaglianza e di dialogo interculturale – ancora più vulnerabile alla linea anti-sionista e anti-israeliana già emersa a Durban. D’altra parte, la si può anche intendere come una lezione di realismo politico visto che l’Egitto è considerato il partner più affidabile tra i Paesi arabi moderati. Il governo di Tel Aviv non è comunque l’unico ad accettare la candidatura di Hosni. L’attuale ministro della cultura egiziano ha ottenuto il sostegno della Lega Araba, imponendosi sugli altri candidati arabi del Marocco e dell’Oman, e anche dell’Unione Africana. Vari Paesi europei hanno dato il loro beneplacito alla sua nomina o comunque non si sono opposti. La Francia, Paese sede dell’Unesco, ha espresso la sua “neutralità” nonostante le malelingue ritengano che il ministro degli Esteri Kouchner abbia profonde riserve sulla candidatura. Ufficialmente, l’Italia è rimasta sulle posizioni stabilite dal governo Prodi il 9 agosto 2007, quando fu proprio il viceministro degli Esteri Ugo Intini a lanciare per primo il nome di Hosni come presidente dell’Unesco.
Resta invece una grande incognita il parere degli Stati Uniti. Secondo alcuni, il presidente Obama sarebbe più incline a dare il suo appoggio al brasiliano Marcio Barbosa perché l’amministrazione americana intende favorire un candidato con un’esperienza e un programma centrato sulla scienza e l’educazione, piuttosto che la cultura e l’arte. Ma la nuova politica estera americana mira ad aprire nuovi canali di dialogo con il mondo arabo e assegnare la presidenza dell’Unesco ad un esponente egiziano sarebbe l’inizio di quel dialogo tanto auspicato nel discorso di Obama tenuto proprio al Cairo. Fatto sta che, a meno di un mese dall’elezione, non esistono Paesi che abbiano espresso alcuna opposizione formale alla candidatura del ministro egiziano. Eppure in Italia – così come è avvenuto in Israele – molti politici e accademici si stanno mobilitando per chiedere al governo di opporsi alla nomina di Hosni. In ambito parlamentare, Fiamma Nirenstein ha diffuso un appello bipartisan per il boicottaggio della candidatura del ministro egiziano: “E’ importante sondare la sensibilità sull’argomento e spingere l’Italia ad esprimersi contro. Il nostro Paese deve mantenere una posizione autonoma rispetto agli altri Paesi ”, dice la Vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati e deputata del Pdl. Nel frattempo, non ci resta che attendere l’appuntamento del prossimo ottobre, quando saremo testimoni impotenti del passaggio di potere della più importante organizzazione culturale al mondo nelle mani di ex antisemiti (apparentemente) redenti.


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Fiducia