Venerdì 10 Febbraio 2012
Per ricevere la Newsletter dell'Occidentale
Il realismo di Israele e le promesse dell'Egitto

Farouk Hosni e gli strani giochi della candidatura egiziana all'Unesco

3 Settembre 2009
Farouk Hosni, ministro della cultura egiziano

Sentire che un egiziano accusi, pubblicamente e apertamente, il governo israeliano “d’essersi infiltrato tra i media occidentali” o “d’appartenere ad una cultura arrogante e razzista” è diventato ormai un fatto di ordinaria amministrazione. Non è un segreto che proprio il primo Paese arabo che ufficialmente ha stipulato la pace con Israele da più di trent’anni continui a sostenere una cultura antisionista, specialmente grazie ai suoi “illuminati” accademici. A quello che però non ci abitueremo mai è che l’uomo in questione sia Farouk Hosni, il candidato più probabile alla guida della direzione dell’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite dedita a propugnare l’educazione, la scienza e la cultura nel mondo.

Hosni è il ministro della cultura dell’esecutivo di Mubarak fin dal 1987. Ex pittore di grande fama, nel suo curriculum pluridecennale abbondano le ragioni per far scattare più di un campanello d’allarme. Forse perché fino a pochi mesi fa questo personaggio girava il mondo accusando Gerusalemme, tra le altre cose, “di vivere rubando i diritti altrui e negando agli altri tali diritti”. Molti si ricordano di lui per aver dichiarato in Parlamento che, se avesse saputo della esistenza di libri israeliani nelle biblioteche egiziane, avrebbe appiccato di persona il fuoco per bruciarli. (Non sorprende questa promessa pubblica, dato che è stata proprio una direttiva del suo ministero ad impedire la pubblicazione di libri di autori israeliani o in lingua ebraica).

A maggio di quest’anno, poi, c’è stata la svolta. Tutto d’un tratto Hosni decide di dare ascolto alle proteste del mondo intellettuale internazionale e, in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, fa dietrofront ammettendo d’aver parlato di getto e senza aver meditato le sue parole (nonostante molti media arabi lo abbiano difeso dicendo che si era trattato di un errore di traduzione). Come per miracolo, il ministro della cultura apre alla traduzione dei libri di Amos Oz e di David Grossman, due celebri scrittori israeliani (ma si dimentica di aggiungere che le traduzioni in arabo saranno fatte da una lingua europea, proprio per non dover trattare con gli editori israeliani). Allo stesso tempo, iniziano i lavori per la ristrutturazione della sinagoga ebraica del Cairo. E, ciliegina sulla torta, il ministro propone di creare il primo Museo dell’Antichità e della Cultura ebraica in Egitto. Solo in seguito all’agitazione dei chierici egiziani, Hosni è costretto precisare che il suo progetto è condizionato “dalla fine degli attacchi sanguinari che avvengono ogni giorno contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza e in West Bank”.

Ma a che cosa è dovuto questo cambio di atteggiamento? Visti i suoi 71 anni, si potrebbe pensare ad un ripensamento senile e un po’ tardivo, anche se colpisce la rapidità con cui è avvenuto. O – più verosimilmente – a pesare sono state le voci che giravano per i corridoi dell’Unesco di Parigi che lo vedevano come un candidato dal forte sostegno internazionale alla guida dell’organizzazione. Tanto più che può godere dell’appoggio di Israele, o almeno di una parte della classe dirigente israeliana. Proprio l’11 maggio, infatti, si è tenuto a Sharm el-Sheikh un incontro tra Mubarak e Netanyahu che si è concluso con il ritiro delle riserve di Israele alla candidatura di Hosni. Molti dei dettagli dell’accordo rimangono a tutt’oggi segreti: se da un lato la scelta del governo israeliano rappresenta un passo significativo e un’apertura in un certo senso storica verso l’Egitto, dall’altro svela la complessità dei rapporti tra i due Paesi. Non è un caso che proprio il Cairo, accanto a Berlino, sia il mediatore arabo per il rilascio di Gilat Shalit, il soldato rapito tre anni fa da Hamas.

Con la decisione di non ostacolare la candidatura di Hosni,  sostengono in molti, il governo israeliano non solo avrebbe ceduto ad un ricatto, ma avrebbe anche reso un organismo come l’Unesco – che dovrebbe diffondere valori di eguaglianza e di dialogo interculturale – ancora più vulnerabile alla linea anti-sionista e anti-israeliana già emersa a Durban. D’altra parte, la si può anche intendere come una lezione di realismo politico visto che l’Egitto è considerato il partner più affidabile tra i Paesi arabi moderati. Il governo di Tel Aviv non è comunque l’unico ad accettare la candidatura di Hosni. L’attuale ministro della cultura egiziano ha ottenuto il sostegno della Lega Araba, imponendosi sugli altri candidati arabi del Marocco e dell’Oman, e anche dell’Unione Africana. Vari Paesi europei hanno dato il loro beneplacito alla sua nomina o comunque non si sono opposti. La Francia, Paese sede dell’Unesco, ha espresso la sua “neutralità” nonostante le malelingue ritengano che il ministro degli Esteri Kouchner abbia profonde riserve sulla candidatura. Ufficialmente, l’Italia è rimasta sulle posizioni stabilite dal governo Prodi il 9 agosto 2007, quando fu proprio il viceministro degli Esteri Ugo Intini a lanciare per primo il nome di Hosni come presidente dell’Unesco.

Resta invece una grande incognita il parere degli Stati Uniti. Secondo alcuni, il presidente Obama sarebbe più incline a dare il suo appoggio al brasiliano Marcio Barbosa perché l’amministrazione americana intende favorire un candidato con un’esperienza e un programma centrato sulla scienza e l’educazione, piuttosto che la cultura e l’arte. Ma la nuova politica estera americana mira ad aprire nuovi canali di dialogo con il mondo arabo e assegnare la presidenza dell’Unesco ad un esponente egiziano sarebbe l’inizio di quel dialogo tanto auspicato nel discorso di Obama tenuto proprio al Cairo. Fatto sta che, a meno di un mese dall’elezione, non esistono Paesi che abbiano espresso alcuna opposizione formale alla candidatura del ministro egiziano. Eppure in Italia – così come è avvenuto in Israele – molti politici e accademici si stanno mobilitando per chiedere al governo di opporsi alla nomina di Hosni. In ambito parlamentare, Fiamma Nirenstein ha diffuso un appello bipartisan per il boicottaggio della candidatura del ministro egiziano: “E’ importante sondare la sensibilità sull’argomento e spingere l’Italia ad esprimersi contro. Il nostro Paese deve mantenere una posizione autonoma rispetto agli altri Paesi ”, dice la Vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati e deputata del Pdl. Nel frattempo, non ci resta che attendere l’appuntamento del prossimo ottobre, quando saremo testimoni impotenti del passaggio di potere della più importante organizzazione culturale al mondo nelle mani di ex antisemiti (apparentemente) redenti.

Commenti
03/09/09 10:50
Alla faccia della libera circolazione delle idee!!
Dopo la denuncia per diffamazione ricevuta da Repubblica, si è aperta una raccolta di firme, una sottoscrizione, che in difesa delle 10 domande fatte a Berlusconi, cita persino la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, a livello di circolazione di idee . Un appello che ha ricevuto parecchie firme prestigiose ma, tra quelle ce ne sono anche alcune che, hanno firmato un appello a favore di Farouk Hosni, per favorirne l’elezione alla direzione dell’Unesco, nonostante questo signore abbia in passato pubblicamente dichiarato di essere disposto a «bruciare personalmente i libri israeliani», una sciocchezzuola! per uno che, in passato, aveva già promosso promosso la traduzione in arabo dei Protocolli dei savi di Sion e del Mein Kampf” di Hitler. Alla faccia della libera circolazione delle idee e della Cultura!!
vanni
03/09/09 13:47
Fiducia
Sono recisamente dissenziente e maldisposto nei confronti della candidatura di Hosni. Anche per l'UNESCO patteggiamenti e lavoro da sensali. Educazione scienza e cultura sono ben metabolizzate con lenta digestione dalla propaganda dall'ideologia e dal bilanciamento (o sbilanciamento) politico e quindi riproposte in abito diverso. Così va il mondo. Tutto è negoziabile. Oppure, ragionando su ipotesi stravaganti - per celia - la candidatura del Dalai Lama... no, mi scuso della mancanza di rispetto... meglio: la candidatura di Harry Wu, o quella di Natan Sharansky, o quella di San Suu Kyi... per dire... pure quella di Salman Rushdie, sarebbero ritenute impresentabili, così provocatorie come sono, quanto meno inopportune? È verosimile del resto che nel mondo la cerchia dei papabili sia assai ristretta e si debba fare di necessità virtù. Comunque: che prerogative ha chi guida l'Unesco? Quanto dura la sua carica? È una carica revocabile?
l'Occidentale è protetto da Kaspersky
© 2007-2011 Occidentale srl. Tutti i diritti riservati. redazione@loccidentale.it
L'Occidentale è una testata giornalistica registrata. Direttore responsabile: Giancarlo Loquenzi.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007
Concessionaria in esclusiva per la pubblicità: Arcus Pubblicità srl