Venerdì 10 Febbraio 2012
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Immigrati o cittadini

Gli stranieri preferiscono la pensione a casa loro o la cittadinanza in Italia?

29 Settembre 2009

Si faccia un sondaggio, un’inchiesta seria tra gli immigrati. Lo si faccia in tempo di crisi e in tempo di vacche grasse, e gli si chieda: preferisci la cittadinanza automatica per chi nasce in Italia, il diritto a chiederla dopo 5 anni e non 10; oppure preferisci la garanzia che se sei disoccupato, ti si paghi la disoccupazione nella banca o all’ufficio accanto a casa tua nel paesino da cui vieni e così per la pensione? Insomma, la tua ambizione è quella di diventare cittadino italiano, oppure di vivere in Italia per quanto ti serve a lavorare e poi tornare a goderti la vecchiaia e la pensione a casa tua, dove hai le radici?

Lo si faccia. Si avranno delle sorprese e si uscirà dalla incredibile cappa ideologica, sentimentale (e strumentale) che ha il dibattito sulla cittadinanza –come tutto quanto attiene all’immigrazione- nel nostro paese. Lo si faccia, e ci si accorgerà che gli immigrati sanno benissimo cos’è un volo low-cost, che hanno tutti il cellulare, che in proporzioni incredibili si spostano rapidamente da un paese d’Europa all’altro. Si scoprirà, insomma, che sanno perfettamente far uso della globalizzazione, che tra loro e i nostri minatori di Marcinelle (a loro è ferma l’analisi della sinistra italiana e purtroppo anche di certa destra), c’è la stessa differenza che passa tra una macchinetta fotografica a fuoco fisso e pellicola Kodak e le nostre di oggi con mega giga di memoria e straquintalioni di pixel.

D’altronde, basterebbe lasciare l’atteggiamento pietistico, o ideologico, o moralistico (o strumentale, com’è la legge presentata oggi) che caratterizza l’approccio ai temi dell’immigrazione della sinistra (e purtroppo, ora, anche di parte della destra) e ci si accorgerà che per centinaia di migliaia di immigrati in Italia, il tema vero, urgente, è di essere aiutati nella rotazione del loro lavoro e quindi della loro collocazione, non certo ottenere la cittadinanza. Si scoprirà che ben 300.000 immigrati sono tornati in patria dalla Spagna a seguito della crisi e che una cifra simile di immigrati ha lasciato l’Italia. Non disponiamo di cifre, ovviamente –così si può astrologare sul tema- ma sappiamo che le rimesse degli immigrati dall’Italia sono diminuite del 10%. 4 milioni sono gli immigrati, diamo pure spazio ad un restringimento delle singole rimesse, ma il resto della diminuzione deve essere dovuto al fenomeno del ritorno (o dello spostamento in altro paese). La domanda è facile: cosa sarebbe servito a loro avere la cittadinanza?  Solo a stare da disoccupati in Italia. Ma è meglio ricevere l’assegno di disoccupazione in Italia –con i costi del nostro paese- o in patria (dove vale tra le 5 e le 10 volte di più in potere d’acquisto?).

Dunque, l’urgenza assoluta è quella di interventi forti (in larga parte puramente amministrativi –che mancano- non normativi), per aiutare gli immigrati nella rotazione e nella mobilità, con la certezza che questa è la prima, assolutamente la prima necessità.

E’ da dilettanti, è sbagliato, non è cristiano, sostenere che il dovere nostro è di integrare definitivamente gli immigrati nella nostra società e non invece, fare di tutto, per garantire loro che dopo una dignitosa vita di lavoro in Italia –protetti dal nostro welfare- possano ritornare in vecchiaia là dove sono le loro radici e magari costruire lì, con i soldi accumulati in Italia, quel tessuto di piccole attività artigiane (e quelle abitazioni) che a milioni hanno costruito i nostri emigrati in Germania, Belgio e Svizzera che poi sono tornati a casa loro.

Ma non basta guardare al mercato del lavoro, ai flussi reali dell’immigrazione per rifiutare un’impostazione tutta centrata sulla cittadinanza.

L’autorevolissimo Cinanni, membro del Comitato Centrale del Pci e autore del migliore saggio sull’emigrazione italiana, spiegava che le nazioni hanno scelto lo ius sanguinis o lo ius soli non tanto in base a astratte tradizioni giuridiche, ma –semplicemente- a seconda che fossero in debito o in eccesso demografico. Tutto qui. Inghilterra (sì, anche l’Inghilterra), Usa, Australia e tante altre nazioni avevano bisogno di popolare il loro territorio e così sceglievano di regalare la cittadinanza a chiunque fosse nato sul loro suolo. I paesi di immigrazione, invece, come l’Italia e la Germania, hanno fatto la scelta opposta.

Ora, dunque, l’Italia è in pieno eccesso demografico, è satura, non ha territori da popolare, ma ha un problema drammatico: i cittadini italiani hanno un saldo demografico negativo: muoiono più italiani di quanti non ne nascano. Il saldo diventa attivo solo grazie all’apporto degli immigrati.

E’ dunque chiaro che concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia, significa semplicemente avviare un processo che porterà di qui a qualche decina di anni a modificare il volto del nostro paese. L’Istat giudica che da qui al 2030 il rapporto tra immigrati e italiani sarà –senza modifiche della cittadinanza- di 1 a 5, 1 a 6. Se però tutti i figli degli immigrati saranno naturalizzati, gli italiani di origine italiana, nell’arco di un lungo periodo di tempo, non superiore al secolo, però, si avvieranno a diventare minoranza.

La maggioranza degli abitanti l’Italia sarà di figli di immigrati o di immigrati.

E’ un obiettivo auspicabile?

Non credo.

E’ un meccanismo che farebbe salire al calor rosso l’allarme che già oggi coinvolge strati crescenti di italiani, e non solo al Nord? E non solo elettori della Lega?  Sì, di sicuro, con riflessi ben maggiori e ben più gravi del consenso che sicuramente il Pdl perderebbe se approvasse questa legge alle prossime elezioni regionali. 

E’ più auspicabile di una politica che porti gli immigrati e i loro figli a poter trovare un lavoro dignitoso nel loro paese?

No, di sicuro.

Infine, ma non per ultimo, è lecito chiedere a Gianfranco Fini, e a chi nel Pdl oggi si fa promotore o sponsor di questa legge, come mai, non più tardi di 18 mesi fa, ha alzato le barricate alla Camera e al Senato quando la sinistra di Sandro Gozi e Livia Turco, tentava di far approvare lo stesso cambiamento dello ius sanguinis con lo ius soli.

La contraddizione è il sale della vita, spiegava Leonardo Sciascia, ma in questo caso, spiace, ma il dubbio della strumentalità rispetto a scopi che hanno a che fare più col riequilibrio dei poteri dentro il Pdl che col tema su cui si interviene normativamente, è molto, molto grande.

 

Commenti
Ritvan Shehi
29/09/09 12:20
Una cosa non esclude l'altra
"Gli stranieri preferiscono la pensione a casa loro o la cittadinanza in Italia?" si chiede Panella. Premesso che "gli stranieri" non sono un singolo organismo biologico dotato di un unico cervello, che male ci sarebbe ad ofrir loro entrambe le possibilità?
Daniela Santus
29/09/09 14:54
ma ci rendiamo conto?
Ma ci rendiamo conto di quanto è stato scritto? Ma, ribaltando il problema, c'è forse qualcuno che pensa che il siciliano che è emigrato in Piemonte negli anni Cinquanta-Sessanta, per lavorare nelle fabbriche e trovare a fatica un appartamento in cui vivere ("non si affitta ai meridionali" recitavano i cartelli appesi sulle porte) avrebbe scelto una pensione sussidiaria a Cefalù o avrebbe preferito venire a spaccarsi la schiena alla Fiat? Suvvia, non scendiamo nel ridicolo...
Albert
29/09/09 17:03
Gli stranieri preferiscono la pensionei
"Protetti dal nostro welfare" Il Welfare italiano per gli Italiani comporta per coloro che non abbiano raggiunto sufficienti contributi, una “sociale” di 389,00€ al mese , non esportabile. Devono aver compiuto i 65 anni e non possono disporre di altre entrate e, se coniugati, nemmeno di quella del coniuge. Devono sfilare in fila, ogni anno, presso i sindacati per rinnovarla. Sono obbligati a consumarla in loco. La pensione di invalidità civile al 100% si aggira sulle 240€ al mese. Spesso trattasi di persone che hanno subito la condizione di co.co.co inventata da Prodi, Visco e Treu per rimpinguare le casse dell’Inps, dissanguate dalle baby pensioni; dalle pensioni con contributi “figurativi” offerte ad amici e compagni che avessero dichiarato con “due testimoni” di aver lavorato presso un partito, un sindacato, una coop., un Acli...sino dalla più tenera età; dagli strabilianti compensi dei dirigenti degli Enti... Obbligati al 740, alla tassazione Irpef di “autonomo” e per sovrappiù alla Tassa della salute (giudicata, dopo, anticostituzionale, ma mai restituita ai violentati), i co.co.co hanno vissuto privati di qualsiasi ammortizzatore: indennità di malattia, maternità, ferie o tredicesime, liquidazioni, disoccupazione…. A differenza del 'welfare' di un Paese come la Norvegia dove chi non ha ‘abbastanza contributi’ ottiene una pensione di 1.350€, ma nessuno supera i 3500, nel nostro Paese accanto ai vecchi arnesi con 389,00 al mese abbiamo dei “giovanotti” che già a 50 anni hanno ottenuto 5.216 euro netti di pensione al mese senza badare ad accumuli con altre entrate:9 mila euro lordi di vitalizio e compensi per attività varie: Walter Veltroni. Abbiamo altri Tribuni del Popolo, come Antonio Di Pietro, che assommava, già dieci anni, perciò in LIRE: una pensione di 4.181.849, una indennità parlamentare da senatore di 34.486.171, una indennità integrative da eurodeputato di 24.896.570. Per un totale lordo mensile: 63.564.590 ! Gli immigrati che decidano di tornare al loro Paese possono usufruire del rimborso dei contributi versati o di una pensione conforme (come succede in gran parte dell’Europa) - solo gli Italiani subiscono “il welfare all’italiana” e non ottengono nessuna restituzione del mal tolto. E per di più devono misurarsi con i costi e i prezzi di un Paese dell’area OPULENTA del mondo.
enrico falcinelli
29/09/09 18:04
stranieri in italia
A leggere i commenti ci si domanderebbe dove sia la verità. Le opinioni, si sa, cozzano spesso con la realtà. La maggior parte degli stranieri che io conosco abitano con le gambe qui e la testa nel loro paese e mi sembra più che normale. Era così anche per i nostri emigrati in america ed altrove ed il tema ricorre in tante canzoni nostalgiche napoletane.Gli altri, quelli che hanno portato qui anche la testa, ovviamente, godono invece di quella diversità di scelta che si chiama individualità e che necessità di soluzioni personalizzate. Alzando lo sguardo, però, il tema della conservazione della nostra cultura non è trascurabile, al confronto; una cultura è legata ad un popolo, quando il popolo non c’è più, non c’è più nemmeno quella cultura.
Indipendent
19/04/10 08:36
All'ideologia si risponde con altra ideologia
La tesi in breve è: basta col pietismo di sinistra, bisogna fare di tutto per impedire a chi viene a lavorare (regolarmente) in Italia ma è straniero (peggio ancora se extracomunitario) di otterenere la cittadinanza italiana perché questo alla lunga stravolgerebbe la demografia del paese e, quindi, anche gli assetti politici. Mi sembra tanto l'auspicio di chi teme di perdere un potere che si basa su una presunta identità culturale che già oggi come oggi è solo sbandierata, ma non reale (basti vedere la "cultura" delle nuove generazioni), del resto, per risolvere il problema e non semplicemente dilazionarlo bisognerebbe togliere completamente agli stranieri, ovvero agli italiani non di sangue, la possibilità di ottenere la cittadinanza, perché con 10 anni certificati di residenza questa si può chiedere a prescindere, e 4 se si è cittadini comunitari. Ma allora bisognerebbe chiedersi cosa rende una persona un italiano? E' più italiano un figlio di genitori pakistani che dalla prima elementare arriva al 5° liceo scientifico o il nipote newyorkese di nonno siciliano che non spiccica nemmeno mezza parola di italiano? Se a questa domanda si risponde il nipote americano allora la tesi del pregiudizio è fondata, quindi si pretende dall'italiano non una partecipazione continuativa alla vita del paese quanto una presunta omologazione culturale, etnica e religiosa a prescindere da ogni altra considerazione. Non c'è dubbio che è sacrosanto impedire le ragioni dell'immigrazione della speranza verso l'Italia come altri paesi, ma questo si dovrebbe fare con delle serie politiche comunitarie che spesso confliggono con gli interessi stessi dei paesi sviluppati che sfruttano a proprio vantaggio le debolezze strutturali, politiche ed economiche, degli stati da cui partono i migranti. Questo, in ogni modo, non può essere un altro alibi per togliere un diritto a chi, venuto in Italia, ha lavorato e vissuto, meritandosi di essere trattato a tutti gli effetti come un qualsiasi cittadino italiano.
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