La vendetta è un piatto che va gustato freddo. E oltre duecento anni possono bastare, anche per quel Paese che, nella furia rivoluzionaria, ghigliottinò i propri sovrani insieme a una massa indistinta di cortigiani. Laure de Charette e Benoist Simmat, due giornalisti francesi, nel loro ultimo libro “Gotha City” spiegano come i nuovi “aristos” d'Oltralpe si siano finalmente presi una rivincita sulla Storia. Diversi da quella jeunesse doree che resta chiusa nei suoi palazzi, gli “aristos” del XXI secolo scendono a patti con la globalizzazione, e stabiliscono il loro potere attraverso le relazioni sociali e i network internazionali.
Sono ministri, consiglieri di amministrazione, uomini dell’alta finanza, gli eredi dei Polignac, dei Brissac, dei Castries, dei Poniatowski, dei Wendel o dei Panafieu. Fanno jogging lungo i viali di Neuilly-sur-Seine, sorseggiano un caffè in un bistrot del Quartiere Latino, un tempo ritrovo dei bohemien parigini, o dell’ancora più chic Saint Germain de Pres, mentre dirigono qualche multinazionale o varcano la soglia del Palais Bourbon. Non sono poi così numerosi, rappresentano circa lo 0,4 per cento della popolazione, ma ciò che li rende forti e spregiudicati è la convinzione di essere investiti di una missione per la Francia.
Nicolas Sarkozy è il simbolo dei nuovi “aristos”. Figlio di un nobile ungherese, naturalizzato francese, è stato cresciuto dalla madre. Una volta laureatosi, si è dedicato alla politica. Fa jogging tutte le mattine, indossa le Nike e gira con i Ray-ban, ma non disdegna impegni culturali, galà esclusivi, e sopratutto sa stringere la mano ai francesi. Conosce la globalizzazione, ci convive e la rispetta. E’ talmente internazionale che ha sposato un’italiana, bellissima, ma che con la politica c’entra poco, modella e cantautrice, e pure di sinistra.
Sarkò è il primo degli “aristos”, una sorta di primus inter pares. Perché è consapevole della superiorità del proprio rango, tanto più che la noblesse di oggi vota compatta a “droite”, anche se talvolta c’è qualche reticenza a dichiararlo. Ci sono poi le regole che ogni bravo aristocratico è tenuto a rispettare: ad esempio, mai indossare la chevalière, l’anello con tanto di stemma del proprio casato, che fa démodé e pure parvenu. Ben venga, invece, comprarsi un castello, andare a cavallo, collezionare cani di razza o avere un orto biologico alla Michelle Obama.
Questa aristocrazia è molto più potente che in passato. Non è una semplice massoneria, con gli anni si è trasformata in una casta vera e propria, che è entrata con discrezione nelle stanze del potere, di cui, ovviamente, non intende privarsi. La Francia di oggi non potrebbe fare a meno di Sarkò o di Henri De Castries, presidente di Axa, leader nel paese per investimenti e assicurazioni, o dei banchieri De Rotschild, o di Nicolas de Tavernost, patron del network M6.
E nel Belpaese? Magari saremo un po’ più cafonal, come dice Dagospia, forse non avremo i castelli della Loira, ma anche da noi la lista dei nuovi “aristos” si arricchisce. L’ultimo, in ordine di tempo, è tale Carlo Clavarino, aristomanager di origine genovese, grande amico di Giovannino Agnelli, che da poco è diventato nuovo console generale di Norvegia a Milano. Più che esaustiva la spiegazione dell’ambasciatore di Oslo, Einar Bull: “Per le sue capacità e la sua fitta rete di rapporti”.


Chevalière
...e brava Gaia...