Ieri il deposto presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, è tornano al confine tra il Nicaragua (dove si trova in esilio) e il suo Paese, sfidando i golpisti del presidente ad interim Micheletti. Due giorni fa era provocatoriamente rientrato in Honduras, per qualche minuto, protetto dai suoi fedelissimi, mentre le truppe schierate a difesa del Paese lo osservavano interdette.
Imbracciando un megafono, e con lo Stetson calato sulla testa, Zelaya ha risposto al segretario di stato americano Clinton che aveva giudicato “avventato” il suo rientro in patria: “Penso che la signora Clinton dovrebbe farsi dare delle informazioni più corrette su ciò che sta accadendo in Honduras, e che le sue parole dovrebbero essere dirette contro i leader golpisti e non contro il popolo eroico che resiste e mi sta accompagnando per fare in modo che si ritorni alla normalità”. Dopo il golpe, gli Usa hanno assunto una posizione attendista, condannando il colpo di mano e lasciando intendere che Zelaya dovrebbe riprendere il suo posto.
A rincarare la dose ci ha pensato l’ex ministro degli esteri honduregno: “non si può mettere sullo stesso piano quelli che tirano fuori i fucili e quelli che manifestano pacificamente… Zelaya ha passato il confine senza armi, senza giubbotto antiproiettile, come un uomo di pace”.
Un eroe, un uomo di pace, un politico ingiustamente perseguitato, stritolato negli ingranaggi dei “poteri forti” – dalle multinazionali che fanno il bello e il cattivo tempo nel piccolo stato sudamericano, ai “fascisti” di Micheletti che stanno usando il coprifuoco per reprimere ogni dissenso. Questo il senso di un lungo articolo apparso all’inizio di luglio su Liberazione, che raccontava gli ultimi anni della vita politica honduregna: “Nel 2005 venne eletto presidente un leader liberale, uno dei partiti dell’oligarchia. Il suo nome era Manuel Zelaya. Poco o niente da lui speravano i movimenti popolari. Cattolico osservante e sincero, toccò con mano la miseria del suo popolo. Cercò soluzioni, guardò intorno a sé, concentrò il suo sguardo su Cuba, dove nessun bambino dorme per strada; apprezzò i programmi sociali di Lula in Brasile; si entusiasmò con la rivoluzione bolivariana in Venezuela e con il miracolo Evo Morales in Bolivia. Decise la sua strada… Osò aderire al sistema Alba, Alleanza Bolivariana per le Americhe, insieme a Venezuela, Nicaragua, Cuba, Bolivia, Equador, fra gli altri. Cominciò a fare i primi passi sul binario del movimento continentale ‘Socialismo del XXI secolo”.
Fin qui la retorica neocomunista. Ma le cose vanno guardate un po’ più in profondità. In Honduras non è andato in scena il solito golpe sudamericano a cui ci aveva abituato la storia del XX secolo. Primo perché gli Stati Uniti hanno preso la posizione che abbiamo detto, secondo perché non è che Zelaya goda poi di tutto questo consenso. Monica Villamizar, la reporter di Al Jazeera che l'ha seguito nel suo sconfinamento, ha scritto: “Zelaya non sembra avere il sostegno necessario per rientrare in Patria. L’impressione è che stia cercando di convincere quanta più gente possibile ad appoggiarlo… A parte una carovana di una trentina di auto e di qualche giornalista, non ho visto un gran numero di persone che lo accompagnavano. C’era il suo ministro degli esteri ma nessun altra personalità di alto profilo del mondo sudamericano”.
Il pedigree di Zelaya non è proprio quello di un bolivarista classico. Viene da una famiglia che era un’incarnazione dei grandi privilegi latifondisti che hanno affossato il centro e il Sudamerica: mentre lui suonava la chitarra montando a cavallo e guidando la sua Harley, il padre, Jose Manuel Zelaya, finiva sottoprocesso per aver aiutato degli ufficiali dell’esercito a torturare e uccidere 14 attivisti del movimento contadino, compresi 2 preti cattolici.
Zelaya Jr. era destinato a un futuro nella comunità imprenditoriale del Paese – magari a diventare presidente degli industriali locali o qualcosa del genere, ma aveva fiuto politico e seppe farsi strada nel Partito Liberale, il più vecchio e influente partito dell’Honduras.
Nel 2005, vinse la corsa alla presidenza e nei suoi primi anni di governo non mostrò una spiccata propensione ideologica verso i poveri e gli oppressi della sua terra. Preferiva spendere e viaggiare nel lusso. La grande crisi economica internazionale lo ha riportato di colpo alla realtà, la realtà di un piccolo Paese fermo povero di materie prime e vittima delle oscillazioni del prezzo del petrolio. C’era da stringere i denti e fare i conti con la crisi, ma è allora che Zelaya viene fulminato sulla via del bolivarismo. Fa un rimpasto di governo e mette agli esteri Patricia Rodas, un ministro che fin dai tempi dell’università ha fama di seguire un’interpretazione letteraria, dottrinale, del marxismo. Il peso dei gruppi e dei movimenti di sinistra cresce parallelamente all’aggravarsi della crisi.
Zelaya capisce, o gli fanno capire, che per restare al potere deve ispirarsi al “culto della personalità” di matrice chavista. Inizia a fare discorsi sempre più anticapitalisti, attaccando “gli uomini d’affari e le oligarchie corrotte responsabili di due secoli di povertà dell’Honduras”. Lo scorso 26 agosto, durante un comizio con Chavez e Ortega, dice: “Oggi stiamo facendo un passo per diventare un governo di centro-sinistra, e se nessuno dirà il contrario, rimuoveremo presto la parola ‘centro’ lasciando solo la ‘sinistra’”. Iniziano a chiamarlo “Comandante Cowboy”, ma anche “Boss dei boss”.
Segue un’agenda populista come quelle che si sono imposte in Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador. Il bolivarismo usa le questione della povertà e del sottosviluppo, sfrutta i trend negativi dell’attuale assetto capitalistico, per accumulare consenso interno nelle classi popolari, occupando le tv e i giornali, ed estendendo il controllo del governo sul parlamento, le altre istituzioni e i poteri democratici, come sulle principali leve dell’economia. Sembra che la “Petrocaribe” di Chavez abbia concesso circa 126 milioni di dollari di aiuti al governo dell’Honduras negli ultimi anni.
Insomma, il vero colpo di stato lo stava preparando Zelaya. Come quello che è riuscito a Chavez quando ha fatto passare il referendum che gli permetterà di candidarsi nuovamente al governo del Venezuela. Anche Zelaya stava ordendo una consultazione del genere, per dare vita a un’assemblea costituzionale che gli permettesse di restare al potere. Ma le classi medie dell’Honduras remavano contro, come fanno in Venezuela. E la Corte Suprema glielo ha impedito. Uno perché in Honduras non è il presidente a poter indire un referendum, due perché la legge non prevede ulteriori mandati.
Quando Zelaya è andato avanti i militari si sono rifiutati di distribuire le schede referendarie nel Paese. E quando lui ha minacciato di azzerare i vertici militari del Paese, i generali hanno reagito, costringendolo a un’indegna fuga in pigiama dal palazzo presidenziale. Non sembra proprio il copione di un golpe cileno.
Zelaya dice di ispirarsi al caudillo della rivoluzione honduregna del XIX secolo, il generale Morazan. Ma secondo il suo vecchio mentore, il cardinale Oscar Rodriguez – uno dei candidati alla successione di Giovanni Paolo II – “Con Zelaya eravamo buoni amici. Solo che poi lui è cambiato drasticamente. E’ stato Chavez. E’ tutta colpa di Chavez”. Il prelato ha chiesto al presidente come mai ha usato i soldi pubblici, compresi quella della Central Bank dell’Honduras, per finanziare il suo referendum, invece di usarli per combattere la povertà.
La risposta viene direttamente da Caracas. “La mediazione del Costarica per risolvere la crisi honduregna – ha detto Chavez sabato scorso – è indegna di un Paese latinoamericano ed è manovrata dal segretario di stato americano Clinton”. Che vorrebbe re-insediare Zelaya! L’impressione è che in Honduras stia andando in scena una tragicommedia che potrebbe facilmente finire nel sangue, come ha avvertito il presidente ad interim Micheletti. Costui ha minacciato di arrestare Zelaya se rimetterà piede in Honduras, dove lo aspetta un processo per alto tradimento.
Micheletti non ha escluso la costituzione di un tribunale internazionale che, sulla base delle leggi honduregne, giudichi l’ex presidente. Ma forse non ce ne sarà bisogno. Zelaya non è Chavez, anche se avrebbe voluto tanto diventarlo.

