Venerdì 10 Febbraio 2012
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Diritti umani e responsabilità dell'Occidente

Bush guardava alla libertà, Obama tende la mano ai dittatori

10 Ottobre 2009

Pubblichiamo il discorso di Fiamma Nirenstein pronunciato ieri al convegno della Fondazione Magna Carta "Le nuove Relazioni Transatlantiche 2009", realizzato in collaborazione con il Forum Strategico del Ministero degli Affari Esteri.

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Un’autentica schizofrenia caratterizza oggi la politica dei diritti umani nel mondo. Si tratta di una sensibilità estrema, raffinata e dettagliata verso la politica dei diritti umani quando si tratta, da un lato, di rapporti verso determinate categorie sociali e politiche o verso temi legati alla nostra società, e dall’altro, invece, di una progressiva indifferenza verso gli stessi temi quando si affrontano scenari internazionali. E’ una suddivisione sperimentale, primitiva, che aspetta ancora una definizione migliore che spero venga dalla discussione. Ma di certo possiamo dire che negli anni passati, gli Stati Uniti si sforzavano di chiudere il gap nella sensibilità verso i diritti umani: le dottrine politiche che ne hanno guidato la politica estera, di cui ora non discuto gli inevitabili problemi, partivano dall’idea che l’oppressione dei popoli era un problema che penetrava direttamente la politica interna, e che comunque ogni uomo sulla terra, come ha scritto Natan Sharansky, desidera la libertà e ha diritto di perseguirla.

E’ stata una naturale espansione del modo di vita americano, in cui lo stato di diritto, il rule of law, si deve estendere dentro i confini storicamente negoziati dell’accordo religioso e linguistico. L’Europa invece ha fatto del dettato dei diritti umani una specie di dottrinale trattato di 170 pagine di regole oppressive che definiscono una moralità post moderna di “non discriminazione” che di fatto mette a rischio le identità locali valorizzando principi astratti, e con i suoi annessi e connessi ha stabilito regole di “diritti umani” per ogni minuzia, principi astratti e severissimi per cui essi precedono i diritti della comunità primaria, e anche prescindono dalla situazione di fatto. Farò degli esempi più avanti. Penso però ai giudizi sbagliati sulla politica italiana verso l’immigrazione, ma soprattutto sulla incapacità, per esempio, di dare valore alla libertà degli iraniani mentre la si dà a quella dei rom di andare a scuola anche se assolutamente la loro società si rifiuta di farlo, preferendo usare i bambini per altri scopi. Penso alla discussione sul burqa e sul diritto delle donne che lo desiderano a indossarlo, ignorandone completamente i molteplici significati oppressivi o di sfida a una società di diritti; penso alle furiose proibizioni sul fumo, alla difesa del diritto di un giornale svedese di scrivere che gli ebrei estraggono organi dai palestinesi, che uccidono apposta, al divieto in alcune scuole di appendere il crocifisso e di fare l’albero di Natale, alla proibizione patente di disegnare una vignetta che faccia ridere dell’Islam, a denunciare pubblicamente alcuni usi e costumi altri come la poligamia o l’escissione. C’è grande confusione dunque sui diritti umani in Europa. Essi vengono confusi con un profondo senso di intimidazione. E dagli USA all’Europa è sempre giunto un segnale di chiarezza, un’indicazione storica sui termini dell’integrazione, sul legame fra democrazia e tradizione giudaico-cristiana.  

Oggi il gap che negli anni passati esisteva fra noi e gli USA sembra ridursi; precisi segnali, come la mancanza di una sottolineatura del tema dei diritti umani dei Cinesi da parte della Segretaria di Stato, l’assenza di critica democratica ai regimi autocratici islamici, la cessazione, proprio ora, dell’erogazione di tutti i fondi federali all’Iran Human Rights Documentation Center, la principale organizzazione no profit che documenta le violazioni di diritti umani in Iran, oltre che la timidezza di certe posizioni relative a Gerusalemme (ricordo invece la presa di posizione di Clinton, che diffidò Arafat dal procedere sul terreno del negazionismo dell’origine ebraica di Gerusalemme) fanno mancare all’Europa da parte degli USA il suo salutare richiamo costante al tema della libertà.

Già da tempo, peraltro, la politica dei diritti umani che il mondo fondò nel dopoguerra con le Nazioni Unite attraversa una crisi mai vista prima. Nel Palazzo di Vetro non è rimasta neppure l’apparenza di una necessità dello spirito alla libertà, l’aspirazione astratta alla realizzazione della democrazia e dell’eguaglianza. La mancanza di una rapida vittoria nelle guerre contro il terrorismo, che di fatto si sono configurate come guerre di civiltà, affrontate recentemente dagli USA e dai suoi alleati, le difficoltà (e non le chiamo sconfitte) legate al tema dell’esportazione della democrazia, hanno incontrato una imprevedibile, accresciuta ostilità del mondo cosiddetto in via di sviluppo, o non allineato, dopo la caduta dell’Unione Sovietica; il mondo islamico, anche quello tradizionalmente più dialogante, ha subito il fascino ideologico dello jihadismo che promette vittoria e un modello di vita identitario e vittorioso, dopo settecento anni di oppressione, nei confronti del consueto nemico occidentale; l’Europa, invasa da migrazioni di popoli per i quali i diritti umani sono ai primordi rispetto al cammino da noi compiuti nella protezione dei deboli (le donne in primis) e la certezza del diritto, ha segnato il suo stupore e la sua paura con una condiscendenza diffusa quasi per ogni dove. E’ ovvio che i popoli, l'islamismo, le culture tribali che hanno acquisito un rilievo e una dignità ideologica mai sfiorati nel secolo scorso, ne abbiano fatto una bandiera politica che si esprime con decisione sul palcoscenico del discorso pubblico internazionale. Intanto, si creavano all’ONU, sempre più larga nel numero, maggioranze automatiche antioccidentali che prima avevano il segno dell’URSS, e oggi quello dell’Islam e del totalitarismo.  

Non parlo solo dell’orrore di vedere la tribuna dell’ONU invasa dai vari Chavez che sentono puzzo di bruciato perché di là è passato il demonio americano, o Ahmadinejad che predica lo sterminio degli ebrei e sdottoreggia sulla giustizia nel mondo mentre sta strangolando la sua opposizione, né di Gheddafi che invita a trasferire, e ha ragione, l’ONU nell’emisfero meridionale del pianeta. Ciò che impressiona sono gli abbracci del nicaraguense Miguel d'Escoto Brockmann, presidente della scorsa Assemblea Generale, ad Ahmadinejad, dopo che questi ha appena terminato di evocare la prossima fine del regime sionista; o il fatto che la Svezia, presidente di turno dell’Unione Europea, che rimane in sala durante il discorso del presidente iraniano perché non riscontra che egli, mentre svolgeva il tema della cospirazione ebraica che domina il mondo, abbia sorpassato nessuna linea rossa prestabilita dalla geniale mente dell’Unione Europea.

Non vorrei apparire troppo iconoclasta, ma il presidente stesso degli Stati Uniti, che tra l’altro proprio in questi giorni non ha trovato il tempo per ricevere il Dalai Lama – primo rifiuto della Casa Bianca in 18 anni – perché si prepara a un incontro importante con Hu Jintao a fine mese, mostra un cambiamento fondamentale dell’Occidente rispetto al tema che qui ci interessa, nella sua strana semigenuflessione al monarca saudita, nella sua autentica ed evidentemente sentita politica della mano tesa verso civiltà del tutto prive del concetto stesso di democrazia, nel suo intimo, storico, rapporto con una religione in questo momento all’attacco dell’Occidente in tutto il  mondo. Mostra in sostanza una propensione (forse inconscia) alla trasformazione dell’acquisizione dei diritti umani, per come noi li intendiamo, in un tema del tutto secondario.

Bush non avrebbe mai respinto la richiesta di appuntamento con il Dalai Lama in visita a Washingon. Obama certo sa che alla luce di questo episodio, fa più effetto che abbia incontrato Chavez e svariati dittatori arabi. Anzi, George W. Bush fece conferire dal Congresso al Dalai Lama la Medaglia d'Oro, massima onorificenza civile negli States, definendo la guida spirituale tibetana "simbolo universale di pace e tolleranza", nonostante le proteste delle autorità cinesi.

Ho visto personalmente, nel giugno 2007, George Bush a Praga incontrare uno a uno i dissidenti dei Paesi di tutti continenti in cui i diritti umani sono conculcati, inclusa la Russia, la Libia, la Cina, ovvero Paesi la cui rilevanza strategica negli assetti internazionali è fuori dubbio. Per quell’amministrazione, comunque se ne voglia giudicare l’operato complessivamente, il rispetto per una cultura altra ha sempre significato identificarne l’aspetto viable, praticabile, laddove esprime un’aspirazione verso la libertà. Un interessante modo di cercare un sincretismo, per esempio, con l’Islam, o con la cultura orientale o africana. L’idea di sincretismo è in sé legata alla sopravvivenza: due culture si avvicinano e si mischiano per vivere insieme, mentre oggi la premessa della convivenza rispetto alla tolleranza è in piena decadenza. Per esempio, le corti islamiche, poiché non rispettano i diritti umani da noi conquistati, non contengono nessun principio di integrazione o di convivenza, e tuttavia noi in Europa le abbiamo silenziosamente accettate, e abbiamo anche assorbito pratiche come la poligamia, l’escissione, il velo integrale, o riabilitato nei fatti orrori con i quali le nostre società avevano finito di fare i conti decenni fa, come gli omicidi e i suicidi (indotti) d’onore: insomma tutti i problemi dell’immigrazione che di fatto escludono la nostra idea di diritti umani.

La questione dei diritti umani, che credevamo di aver risolto dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, invece è tornata la più drammaticamente attuale.

E qui un punto fondamentale: il ruolo di gran lunga maggiore nel condannare a morte i diritti umani lo ha avuto il fraintendimento della questione palestinese con la conseguente nascita di ciò che io chiamo “palestinismo”. Il trasformarsi agli occhi dell’ONU in una questione umanitaria di una questione nata dal rifiuto arabo e nutrita da interessi particolaristici prima e poi dallo jihadismo internazionale, in gran parte foraggiato dall’Iran, è stato letale. L’abnorme quantità di attenzione dedicata dall’ONU alla faccenda e riferibile solo al terzomondismo tipico della guerra fredda da una parte, e dall’altra a una invincibile, storica antipatia verso lo Stato d’Israele, in quanto stato della nazione ebraica, ha un andamento paradossale, che ha martellato a morte la mente occidentale e ha distrutto ogni possibilità di combattere effettivamente la battaglia per i diritti umani.

L’Onu ha trovato il tempo per dedicare un terzo delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza a condannare Israele; ha inventato l’inverosimile formula di sionismo eguale razzismo, nel 1975, a soli tre anni dalla strage delle Olimpiadi di Monaco; è riuscita a trasformare una Conferenza internazionale contro il razzismo, quella di Durban nel 2001, in una conferenza razzista contro Israele e gli ebrei, in cui Castro, Arafat, Mugabe ma anche tutti gli organismi internazionale ufficiali parlavano di nuovo apartheid, citando solo ed esclusivamente Israele come massimo violatore di diritti umani sul globo terrestre; ha tentato di replicare quest’anno a Ginevra, nell’aprile scorso, con la “Durban Review Conference”, ma questa volta molti paesi hanno protestato preventivamente e in questo la decisione dell’Italia di ritirarsi è stata determinante; ha promosso, per mezzo del Consiglio per i Diritti Umani, la Commissione d’inchiesta Goldstone sul conflitto di Gaza le cui conclusioni creano un precedente della cui pericolosità le istituzioni internazionali non sembrano rendersi conto: togliendo a Israele il diritto a difendersi, stabilendo che bisogna arrendersi di fronte al terrorismo sistematico che colpisce e fa uso dei civili come scudo umano, promuove in sostanza il terrorismo in tutto il mondo.

Proprio lo scorso 29 settembre, al Consiglio per i Diritti Umani, la discussione del rapporto Goldstone ha concesso a emeriti violatori di diritti umani quali Yemen, Venezuela, Libia, Iran, Cuba, Pakistan, Sudan, di parlare di “genocidio israeliano”, “crimini contro l’umanità” contro i palestinesi.

La costante vittimizzazione dei palestinesi, l’esclusività dei profughi palestinesi e dei loro discendenti, istituzionalizzata con la creazione dell’UNRWA nel 1949, ovvero l’unica Agenzia dell’ONU che si occupa di uno specifico gruppo di profughi, mentre tutti gli altri sono sottoposti all’UNHCR (UN High Commissioner for Refugees), ha contribuito a fomentare questa concezione “settoriale” di una problematica che si estende invece ai quattro angoli della terra.

Gli organismi di difesa di diritti umani sono guidati da personaggi e paesi cui solo l’idea dei diritti umani fa orrore. Basti pensare che la preparazione della Conferenza contro il razzismo nota come “Durban 2” è stata affidata a paesi come Iran, Cuba, Pakistan, violatori seriali di diritti umani.

Non vogliamo immaginare quali cori di protesta si sarebbero sollevati se si fosse osato proporre una candidatura israeliana alla presidenza dell’Assemblea Generale. Eppure, nessuno ha sollevato un dubbio sull’opportunità della presidenza libica con Ali Treki, che guiderà la 64ma Assemblea inaugurata il 23 settembre.

Recentemente si è evitato un ulteriore scempio per le istituzioni internazionali con la mancata elezione del Ministro della Cultura egiziano, Farouk Hosni, alla direzione del principale ente mondiale per la promozione della cultura. Sarebbe stato ridicolo vedere dirigere l’UNESCO da un personaggio che ha rilasciato in più di una occasione dichiarazioni antisemite e anti-occidentali e che applica la censura nel suo paese nei confronti di chi non è il linea con il governo.

Delle solamente 10 sessioni speciali tenute sino ad oggi dall’Assemblea Generale dell’ONU, 6 sono state dedicate a questioni mediorientali. La decima, che è stata aperta 12 anni fa sotto richiesta del Qatar, è praticamente diventata una commissione permanente sui diritti dei palestinesi (è denominata: “Illegal Israeli actions in Occupied East Jerusalem and the rest of the Occupied Palestinian Territory”). La gravissima problematica che giustifica questa decennale discussione sarebbe la costruzione israeliana del quartiere di Har Homà, a Gerusalemme Est. Non si è chiaramente pensato di interrompere tale esistenziale dibattito o quantomeno di accantonarlo per parlare delle irregolarità delle elezioni in Iran e della conseguente repressione, giusto per citare uno degli argomenti che più hanno infiammato le opinioni pubbliche mondiali quest’estate.

Nel 2008, a fronte delle 28 risoluzioni emesse su Israele dai vari organismi dell’ONU - di cui 6 solo dal Consiglio per i diritti umani – sulla Birmania, per citarne una, sono state formulate solo 4 risoluzioni. In generale, in tutto il 2008, Israele è stato il principale paese condannato per violazioni di diritti umani: 120 atti di varia natura si sono occupati di questo paese, seguito, con grande distacco, da Sudan (47 atti), Repubblica Democratica del Congo (37), Birmania (32), e UDITE UDITE!! Stati Uniti (27). Nemmeno una risoluzione è stata adottata sullo Zimbabwe, che nel periodo marzo – luglio 2008 è stato al centro di grandi polemiche per via delle contestate elezioni presidenziali che hanno provocato scontri, arresti e un numero mai accertato di vittime.

Il 2009 non romperà la tradizione: a oggi sono stati rilasciati 96 atti ufficiali di varia natura riguardo Israele. Sudan: 46; Birmania: 32; Iran: 23, di cui nemmeno una risoluzione, nonostante i riots in corso da giugno.

In questi anni le violazioni nel mondo dei diritti umani sono state, come sempre, gigantesche e aggravate dalla crescita degli scontri religiosi. Il genocidio del Darfur perpetrato dai Janjaweed avvallati dal governo di Omar Al-Bashir; per rimanere in Sudan: nessuna condanna è giunta ancora dall’ONU alla terribile notizia di questi giorni, che per altro ci raggiunge in vergognoso ritardo per via della carenza di operatori dell’informazione su quei territori dimenticati, della crocifissione di 7 cristiani da parte di infiltrati del Lord’s Resistance Army ugandese; non abbiamo idea di cosa sia successo esattamente nella Valle dello Swat nelle operazioni intraprese dal governo pakistano per fronteggiare l’avanzata talebana e che hanno provocato oltre 1 milione di sfollati: l’Onu non ha ritenuto di dovere esaminare gli effetti collaterali della guerra al terrorismo in questo caso; sulla violenta repressione di una manifestazione di Uiguri a Urumqi, la capitale della regione cinese dello Xinjiang, lo scorso luglio, la reazione dell’ONU si è limitata a una dichiarazione dell’Alto Commissario per i Diritti Umani Navi Pillay, nella quale si diceva "alarmed over the high death toll”, notando che si tratta di un “extraordinarily high number of people to be killed and injured in less than a day of rioting”; il “Committee on the Elimination of Racial Discrimination” in un rapporto annuale ha affermato che “Pechino deve garantire maggiore protezione ai vari gruppi etnici”; l’uso micidiale di decine di migliaia di bambini soldati, se ne calcolano 300mila che combattono in varie parti del mondo, la maggior parte sotto i quindici anni; i perseguitati del regime iraniano, torturati, impiccati, per motivi politici, religiosi, per discriminazioni sessuali; le persecuzioni da parte di Hamas degli uomini di Fatah, le loro uccisioni senza processo insieme a quelle di uomini di altre sette contrarie al loro regime…

Tutto questo è rimasto senza risposta. L’idea che “se i palestinesi avessero uno stato…” è sembrata alla fantasia internazionale la panacea dell’aggressione iraniana, talebana, islamista in genere, la palma di pace da porgere in cambio del consenso.

E’ fantastico che nelle risoluzioni del tribunale internazionale sul recinto di difesa il terrorismo non sia stato preso in considerazione, e che oggi la commissione Goldstone non abbia considerato che la sua risposta agli eventi è totalmente disancorata da una realtà in cui diritti umani sono violati innanzitutto dalla parte aggressiva, Hamas. La questione palestinese ha disgregato l’Europa in primis, costituendo il fondamento organico di mutazione del concetto di diritti umani di cui parlavo all’inizio. Essi, e parlo anche per gli USA, sono invece il vincolo ontologico, la linfa vitale su cui costruire il rapporto interatlantico.

Gli USA, nonostante l’11 settembre, non conoscono la paura che striscia nelle città europee, e l’Europa non conosce, o non riconosce, il senso di una guerra contro il terrorismo che restituisca il mondo alla strada della civiltà. E invece di sforzarsi in questa indispensabile reciproca comprensione, ci sforziamo perfino, ciascuno, di cancellare la nostra propria ansia con una politica selettiva che ci allontana da noi stessi, dalla nostra gloriosa storia di diritti umani.


Fiamma Nirenstein è Vice Presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati e membro del Board di Politica Estera della Fondazione Magna Carta.

Commenti
Erasmo
10/10/09 10:17
Israele nella Nato: utile discuterne
Occorre che l’Occidente dia al mondo un segnale chiaro che inverta la tendenza all’abbandono di Israele ed al suo isolamento progressivo. L’ipotesi di associare Israele alla Nato, almeno, in una prima fase, con una partnership, come avviene con la Russia ed altri 22 paesi europei (ex sovietici ed ex neutrali) è meno provocatoria ed anzi più fondata di quanto possa sembrare (se ne parla, infatti da tempo, e alcune forme di cooperazione già sono in atto) specie in vista della possibile acquisizione della bomba nucleare da parte dell’Iran. L’esistenza e la sicurezza di Israele dovrebbe essere accettata apertamente come un dato irreversibile dall’intera comunità internazionale ed in primo luogo dall’Occidente e dall’ondeggiante e ambigua Europa. Conosco bene le difficoltà dell’ipotesi, sulle quali non mi soffermo. Tra queste difficoltà non ultima, e non la meno importante, è il timore dello stato israeliano di vedersi paralizzato dall’obbligo di consultazioni in sede Nato, prima di reagire alle aggressioni quotidiane. Ma forse il gioco di discutere quell’ipotesi vale la candela: fare chiarezza all’interno dell’Occidente e della Nato sui suoi veri interessi vitali.
mj23
10/10/09 11:48
cara sig.ra Nierenstein...
Perchè non propone per 2010 la candidatura di George W. Bush a "Nobel per la Pace"? Visto che siamo in vena di delirio, perchè non fare anche questa proposta? Saluti.
Anonimo
10/10/09 13:02
Quanto a rispoetto dei
Quanto a rispoetto dei diritti umani, il torturatore Bush e compagnia erano sul luvello dei Pasdaran e dei talebani, con l'aggravante di agire in nome della democrazia e dei diritti umani stessi. Obama, almeno nelle intenzioni, ha capito che è ora di cambiare linea,tendere la mano e confrontarsi,sì, anche con i "dittatori" dei paesi non allineati. Senza questo cambio di linea avremo sempre e solo guerre inutili, costose,prive di risultati effettivi e distruttive per tutti (vedi Iraq e Afghanistan,dove ci stanno facendo un mazzo nero).E' giusto che Obama si confronti e parli, ciò fa anche parte del piano di rilancio dell'immagine degli USA nel mondo, che con Bush sono diventati il paese più odiato sulla terra, ora con Obama potrebbero diventare nuovamente i più amati. Questa manovra "commerciale/pubblicitaria" è più importante di quanto crediamo. Inoltre bisogna capire in fretta che le culture si stanno mischiando più velocemente del previsto,è ora di aiutare l'integrazione eliminando le periferie ghetto e permettendo, come in Inghilterra, il sorgere di moschee accanto alle chiese, la possibilità di scegliere tra banche islamiche o meno,diritto islamico o meno. Questa è un'importante conquista per la convivenza che, comunque,ci sarà a breve. A Torino si vedono già coppiette miste italiani/marocchini, bimbi magrebini giocare accanto agli italiani, mamme con il velo solidarizzare con mamme italiane, italiani che comprano nei negozi etnici islamici,stranieri che danno lavoro agli italiani ecc..., come è possibile non capire che questa direzione è già stata presa e non si può che tender la mano alle diversità, smussare gli angoli? Bene farà Obama se darà un seguito alle proprie parole, affinchè non si ripeta con i musulmani ciò che già successe, più di 60 anni fa, con gli ebrei...
Anonimo
10/10/09 13:05
Bush guardava alla
Bush guardava alla libertà...ma non la capiva! Un cow boy piuttosto rozzo e un po' ubriacone, che lascia un paese odiato in tutto il mondo, con un'immagine da ricostruire, che ha attaccato l'Iraq mentendo al mondo intero sulle armi di distruz.di massa, che ha speso triliardi in guerre mai vinte, che ha fatto sacrificare migliaia di giovani americani in un'occupazione maldestra e che ha sulla coscienza le torture inflitte a migliaia di prigionieri...non può esser preso ad esempio di nulla di buono, meno che mai la LIBERTA' di cui si è riempito la bocca ma che non ha mai saputo comprendere...
Pierpaolo
10/10/09 16:02
Israele nella NATO
Occorre mettere Israele nella lista d'attesa, assieme a Georgia ed Ucraina, finchè non dia completa attuazione alle condizioni indispensabili per poterne fare parte. Esse sono, irrinunciabilmente, la restituzione della terra usurpata ai precedenti propietari, fino all'ultimo metro quadrato, la parificazione della religione ebraica al cristianesimo ed all'islam, l'attuazione, senza se e senza ma, della regola democrtica "ogni persona=un voto". Bisognerà, poi, vedere se quando Israele avrà ottemperato alle condizioni irrinunciabili ci sarà ancora la NATO. Ammesso, però, che ci sia ancora Israele.
Autores
10/10/09 16:44
il problema e' la Pena di morte
non esiste Dalai Lama contro la Pena di morte.
Autores
10/10/09 17:04
Ahmadinajad come il Dalai Lama
per esempio oggi Ahmadinajad urla contro tutti chi simette contro l'Iran verra'ucciso,mica e' scemo come il Dalai Lama che e'dalla parte Didattoriale allo stato completo del odio estremo contro la vita e ha permesso di fare urlare in Internet a tutti i Stati con la pena di morte che tramite determinata strategia si possono ritrovare alla situazione del effettiva abolizione completa della pena di morte al loro Stato.Lo sa chi sono io?
Anonimo
11/10/09 00:29
Grazie Fiamma per la forza
Grazie Fiamma per la forza della verità
luigi russo
11/10/09 06:11
anonimi
siete forti voi anonimi a sparare di nascosto.. bush almeno i nemici li avvisava prima i frutti del vostro ubamuccio li vedrete ,quando' l'america sarà in ginocchio. bisogna uscire dall'onu fiamma solo così il segnale sarà chiaro
Lapinerazzurro
11/10/09 10:56
Come rovinare
Come rovinare un ottimo discorso sul valore assoluto della libertà e sui primari diritti di ogni individuo confondendolo con il valore di un mero strumento quale è la democrazia (la quale, va detto, ha i suoi strumenti sotterranei per fare con discrezione le stesse porcherie che i tiranni fanno con prepotenza). Come rovinare delle validissime considerazioni sulla mollezza dell'occidente e sul suo ingiustificato senso di colpa (che lo porta a tollerare le infamie di alcune società nei confronti degli stessi individui che le compongono nonché le prepotenze, le discriminazioni e le violenze verso gli altri) con la continua difesa di Israele. Signora Nierenstein, sono d'accordo con lei che l'esclusività concessa ai profughi palestinesi con l'istituzione dell'UNRWA sia ingiustificata; ma essa fa coppia con l'esclusività concessa agli Ebrei (non sul piano istituzionale, certo) ogni volta che si parla di razzismo, termine che sembra non essere mai sufficiente da solo ma che va sempre in coppia con antisemitismo: «Dobbiamo lottare perché scompaia ogni forma di razzismo e di antisemitismo». Fa coppia anche con la preponderanza degli esempi su Israele da lei addotti in questo intervento, così che la necessità di quello stato di difendersi come meglio crede dai Palestinesi finisce col diventare il vero oggetto di un discorso specifico mascherato da considerazioni generali. Il fatto è che lei ha ragione: lo stato di Israele e la questione palestinese hanno un ruolo fondamentale nel formarsi di questo atteggiamento tafazzistico da parte degli occidentali; ma l'ottica e la soluzione vanno ribaltati: l'occupazione del territorio palestinese da parte di Israele è forse l'unico caso eclatante in cui l'occidente ha torto e costituisce, quindi, per gli antioccidentali interni ed esterni un argomento al quale appigliarsi con qualche ragione per sostenere, rispettivamente, il loro senso di colpa e il loro odio. Occorre sbarazzarsene per poter poi in piena serenità far valere anche con estrema durezza le ragioni della nostra civiltà e, prima ancora, quelle dei diritti degli individui di tutto il mondo. E il primo passo è riconoscere che, se oggi è necessario trovare una soluzione che tenga conto dello status quo, Israele al momento in cui è nato non aveva ragione di esistere, ma i suoi cittadini avrebbero dovuto tornare a fare gli Italiani, i Francesi, gli Ungheresi, i Polacchi, gli Olandesi di religione ebraica
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