Martedì 22 Maggio 2012
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Il viaggio in Terra Santa

II Papa si è conquistato un'occasione storica ma ha perso quella politica

14 Maggio 2009

Occorreva attendere qualche giorno per poter fare una valutazione equilibrata del viaggio del Papa in Terrasanta, e forse occorrerà attenderne altri. Tuttavia già da ora è possibile avanzare un giudizio che conferma impressioni maturate in altre situazioni e in altre vicende. Potrei riassumerlo in questo modo: fino a che Benedetto XVI si muove sul piano prettamente spirituale, religioso, teologico, dottrinario, egli appare mosso da una lucidità e da una chiarezza di intenti assolutamente trasparenti; sul terreno prettamente politico le cose vanno in tutt’altro modo. Difatti, giunti alla tappa di Betlemme il suo viaggio appare spaccato come una mela in due parti che hanno una portata diametralmente opposta nei rapporti con Israele e l’ebraismo.

Nella prima fase del suo viaggio, essenzialmente dedicata ai temi del dialogo interreligioso e del rapporto tra cristianesimo (cattolicesimo, in particolare) ed ebraismo, il pensiero di Benedetto XVI è apparso trasparente e soprattutto equilibrato. Egli ha saputo usare un linguaggio aperto e ineccepibile sia nei confronti dei musulmani che degli ebrei. In particolare, dopo l’incidente dei propositi negazionisti del vescovo Williamson e le polemiche sulla preghiera del Venerdì santo, la questione del rapporto con l’ebraismo era centrale e le attese erano grandi. A mio avviso, la scommessa è stata vinta. Non sono affatto d’accordo con chi ha cavillato sulle sillabe del discorso allo Yad Vashem, si è impiccato sul fatto se fossero o non fossero stati menzionati esplicitamente i nazisti e sul perché non era stata chiesta scusa. La sostanza di quel discorso era ineccepibile e rifletteva il profondo legame che unisce Benedetto XVI all’ebraismo, più volte espresso e confermato da parole, gesti e atti concreti; e, in questo caso, testimoniato dai continui riferimenti all’Antico Testamento con la dottrina e la sensibilità di chi sa che cosa sia importante per l’anima ebraica. L’invito a sgomberare definitivamente il campo dai detriti dell’antigiudaismo cristiano è stato chiaro e definitivo. Chi ha polemizzato si è arrampicato sugli specchi.

Ma quando il discorso è passato sul terreno politico le cose sono andate in una direzione ben diversa. E’ difficile dire se questo sia avvenuto perché il Papa si muove a disagio sul terreno politico o perché si affida ai consigli e all’organizzazione di collaboratori che hanno già mostrato nel caso Williamson un livello di goffaggine sconcertante, ma di certo quel che è avvenuto mercoledì rischia di distruggere i risultati delle giornate precedenti. Non si tratta del fatto che il Papa abbia difeso l’idea della creazione di uno stato palestinese, visto che questa parola d’ordine è un luogo comune ampiamente diffuso. E potremmo ben considerare secondario che oggi questa parola d’ordine sia del tutto irrealistica in quanto sono soprattutto i palestinesi a non volerne sapere di realizzare uno stato. Essi non sono in grado di trovare un’unità su questo obbiettivo. Siamo all’indomani di una rottura tra Hamas e Abu Mazen e lo slogan delle trattative è una parola vuota perché non si sa con chi e su che cosa si dovrebbe trattare. In fin dei conti, se si fosse trattato di un’invocazione generica di un’autorità spirituale che invita alla pacifica convivenza non vi sarebbe stato nulla da dire. Ma non si è trattato di questo. Già il gesto di indossare la kefiah sulle spalle, due volte reiterato, ha avuto il senso di una scelta di parte molto marcata: la kefiah non è un simbolo religioso, bensì un simbolo politico alquanto estremo.   Ma tenere un discorso davanti alla barriera difensiva, detta “Muro”, dicendo che «in un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte, al commercio, ai viaggi, alla mobilità della gente, agli scambi culturali, è tragico vedere che vengono tuttora eretti dei muri» è molto grave. Sarebbe stato più appropriato dire che «è tragico che si sia costretti a erigere dei muri» anziché dire che «è tragico che vengano eretti». E questo per ricordare che Israele è stata costretta a erigere quel muro per difendere i suoi cittadini da attentati criminali che ne hanno ucciso o mutilato per sempre un numero impressionante. Il Papa ha parlato soltanto della tragedia della divisione e dei disagi che il “Muro” comporta per i palestinesi, non ha neppure accennato alle cause che ne hanno determinato la costruzione e come – tragicamente, è il caso di dirlo – esso abbia dimostrato la sua efficacia e la sua necessità.

Certo, il Papa ha invitato i palestinesi a non ricorrere al terrorismo e alla violenza, ma ancora una volta, parlando di Gaza ha parlato della necessità di togliere il blocco non dicendo da cosa questo blocco è stato causato. In questo viaggio abbiamo fin qui sentito molte parole sulle sofferenze del popolo palestinese, non abbiamo sentito nominare una sola volta le vittime israeliane del terrorismo palestinese, non abbiamo sentito il nome di Sderot, e soprattutto non abbiamo sentito un invito ai palestinesi a riconoscere una buona volta l’esistenza dello stato di Israele. Senza un invito di questo genere a che cosa serve parlare di due stati per due popoli, se non a riattizzare il sentimento sbagliato di aver tutto da pretendere e nulla da concedere?

E che la questione del diritto a Israele ad esistere, ed anzi il pervicace desiderio di vederlo sparire, sia del tutto aperta è stato reso evidente da un episodio: quando, nel momento dell’incontro tra il Papa e il Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas e il Primo ministro Salaam Fayad per visitare una scuola, sono stati rilasciati in aria 61 palloni neri a simboleggiare il lutto per i 61 anni di vita di Israele. In tal modo la presenza del Papa è stata strumentalizzata per rovesciare in modo derisorio il suo discorso di pacificazione in un appello all’odio e alla distruzione.

In questo contesto a dir poco difficile, se il discorso fosse rimasto sul terreno prettamente religioso-teologico, nulla da dire. Ma esso è sceso sul terreno politico, e su tale terreno ha messo in luce un disequilibrio sconcertante che, lo ripetiamo, rischia di distruggere in un sol colpo tutti gli effetti positivi della prima fase del viaggio.

Vorrei concludere osservando che il giudizio qui espresso esprime un punto di vista diametralmente opposto a quello di certa sinistra anche ebraica, sia in Israele (si pensi al giornale Haaretz) che altrove. Questi ambienti trovano sempre da ridire sul piano teologico e religioso, avanzando e critiche cavillose e irrilevanti nei confronti del Papa che è invece del tutto sincero e trasparente ed ha contributo come pochi altri a ristabilire un buon rapporto tra ebraismo e cattolicesimo. Al contrario, ora essi salutano con fervore la presa di posizione politica sostanzialmente filopalestinese del Papa. Non posso che ritenermi soddisfatto di trovarmi su posizioni simmetriche a quelle di chi coltiva quella ben nota sindrome detta “odio di sé”.

Commenti
AndreaS
14/05/09 12:11
con tutto il rispetto
Egregio Redattore, con tutto il rispetto che sinceramente nutro per qualsiasi essere umano che agisce nelle regole comuni, desidererei avere una semplice risposta ad una domanda altrettanto semplice. Premetto che sono stato negli ultimi 7 anni ben 3 volte in Israele e nei territori limitrofi, quindi parlo per esperienza diretta avendo assistito ai fatti: come mai accade che le autorità israeliane la sera alle 21 comunicano di sgomberare un legittimo insediamento arabo che poi verrà raso al suolo la mattina dopo alle 7, e dopo qualche mese su quell'insediamento arabo sorgono residence per gli israeliani? Penso che questo sia un simbolo di quanto l'occidente e la società civile in generale criticano della politica israeliana. Per dirla in parole da uomo semplice, e mi creda al di fuori di qualsiasi intento offensivo che esula dalla mia natura, non ritiene che tale atteggiamento denoti prepotenza (se vogliamo, arroganza), mania di superiorità, forse un po' di razzismo al contrario? Sarei davvero onorato di un suo pensiero in merito. Cordialmente
Giorgio Israel
14/05/09 17:39
risposta
Non è vero che l'Occidente in generale e il mondo "civile" in generale condannino Israele per prepotenza e razzismo. Questa condanna, in questi termini, viene piuttosto da altri che hanno da farsi perdonare ben peggio. Comunque, non ho la minima esitazione a condannare fatti come quelli che lei descrive e che sono comunque molto più rari di quanto fa credere la sua lettera. Tanto è vero che basta che una casa palestinese venga acquistata da un israeliano perché si sollevi uno scandalo internazionale. Mi piacerebbe però sapere cosa lei pensa delle questioni sollevate nel mio articolo e di altre. Ovvero: ritiene oppure no che siano atti criminali e talora anche razzisti alcuni di questi che elenco? 1) Inviare attentatori suicidi a uccidere bambini che stanno festeggiando un compleanno o persone che stanno sedute in un caffè; 2) sparare razzi su una cittadina come Sderot; 3) riempire i libri di scuola dei bambini palestinesi di propositi di assassinio di ebrei e presentare i medesimi come porci e scimmie e unica sciagura dell'umanità; 4) educare i bambini alla prospettiva di essere attentatori suicidi; 5) lanciare 61 palloni neri in presenza del Papa per significare che Israele è la disgrazia da cancellare e danzare mostrando le chiavi delle case perdute da riavere. Osservo al riguardo che ci sono in Israele 800.000 ebrei che hanno perso le loro case nei paesi arabi da cui sono stati cacciati e che potrebbero agitare chiavi e non lo fanno. Io stesso ho almeno un paio di chiavi da agitare e non vivo in un accampamento in attesa di riavere case perdute. 6) Usare i fiumi enormi di quattrini che da decenni vengono riversati sui palestinesi non per migliorare la loro condizione economica o iniziare a costruire uno stato (come si poteva fare a Gaza) bensì per comprare armi. Osservo che un cattolico insospettabile come Vittorio Messori ha osservato che se i palestinesi avessero usato i soldi in tal senso vivrebbero tutti in ville con una piscina a testa. Potrei continuare ma mi fermo qui. Insisto sul fatto che se un muro esiste è chiaro chi ne ha provocato la costruzione. E di muri ne esistono molti e ben più grandi. Per esempio, tra gli Stati Uniti e il Messico oppure a Ceuta e Melilla dove il governo spagnolo spara a chi voglia superarlo. E molti molti altri di cui però non si parla e che non sono denunciati come orrore incivile. La possibilità di riconciliazione passa attraverso la buona volontà e non può basarsi sulla pretesa di sanare ogni torto. Altrimenti, come i palestinesi, milioni e milioni di persone - incluso lo scrivente - starebbero davanti a qualche frontiera con il mitra in mano. Concludendo, se vuole che mi pronunci contro certe pratiche come quella che ha descritto, non ho problemi. Lei farà altrettanto o vuol far passarci la favola dei palestinesi brava gente che lancerebbero fiori e distribuirebbero baci se non fosse per quei cattivi israeliani?
ciro beporretti
15/05/09 09:51
I nostri amici ebrei - credo
I nostri amici ebrei - credo - dovrebbero chiarire un punto: è possibile ritenere fondamentale per la nostra civiltà il dialogo e l'incontro fra ebrei e cristiani, cercare di approfondirlo culturalmente e teologicamente, e avere - al tempo stesso - riserve non sull'esistenza dello Stato di Israele (OVVIAMENTE!), ma su alcuni aspetti della politica delle sue classi dirigenti? o si deve prendere tutto in blocco? La difesa senza se e senza ma della politica israeliana è una conditio sine qua non per portare avanti anche il dialogo culturale-religioso? E se il papa parlando di fronte ai cristiani che vivono in Israele (che sono tutti arabi)critica implicitamente alcuni aspetti della politica israeliana, questo basta per dichiarare - come titolava ieri sera INFORMAZIONE CORRETTA accompagnando questo articolo di Israel - che sta rinascendo "l'antico odio"? Io non so quanto questo arroccamento giovi alla causa israeliana e al dialogo fra ebrei e cristiani: il dettare sempre le condizioni di questo dialogo, il non essere mai soddisfatti delle dichiarazioni degli interlocutori, il giudicare sempre inadeguate le loro prese di posizione, il sottolineare che manca sempre qualcosa. Sono atteggiamenti che rischiano di stancare e scoraggiare anche i più tenaci. L'isolamento e l'autoreferenzialità sono sempre rischiosi.
vanni
15/05/09 10:23
Sine ira ac studio è arduo
Egregio AndreaS guardi, alla mia età è difficile credere ai buoni e ai cattivi e ho imparato che fra il nero e il bianco ci sono tante sfumature di grigio (sono tanto grigio io che lo confesso pure!). Io sono filoisraeliano, e la vicenda che Lei presenta con pochi tratti, mi stringe il cuore e mi tormenta la coscienza. Mi è difficile dirlo, però le Sue parole così concise non cancellano nella parte più grigia della mia anima partigiana una incertezza. Fuori dai denti: io credo che non sia una balla che civili abitazioni (pure scuole ed asili, e - di passaggio - anche qualche Chiesa) siano utilizzate talvolta per insediamenti piuttosto eterodossi. In certi casi "agire nelle regole comuni" è duro per tutti. Che gli innocenti e gli inermi paghino è noto.
mj23
15/05/09 14:25
risposta alla risposta
E della nascita di Hamas finanziata e sostenuta da Israele e dal Mossad in particolare per screditare Arafat e spostare la rabbia palestinese dal nazionalismo laico al fanatismo islamico, cosa si dice? Mi spiace doverlo dire, ma i governi israeliani hanno troppi scheletri negli armadi (che danneggiano gli stessi cittadini israeliani, oltretutto!) per poter essere "compatiti" o per avere la pretesa di ricevere solidarietà da qualcuno. Saluti.
dani
16/05/09 09:51
ebraismo-Israele
leggendo l'articolo di Israel mi sono domandata se l'ebraismo è una religione o lo stato di Israele. Se l'ebraismo è una religione, perché non impostare l'articolo sui punti di controversia e di accordo tra ebraismo, cristianesimo e cattolicesimo? Dell'ebraismo come religione si conosce poco, sono pochi gli ebrei che ci dicono in cosa credono in quanto religiosi. Gli ebrei raccontano di essere stati perseguitati per secoli per la loro religione fino all'Olocausto, ma non parlano mai del loro Dio. Anzi, dopo l'Olocausto secondo alcuni ebrei, non è più possibile parlare di Dio. Neppure del Dio per il quale gli ebrei sono morti? Scrivono libri su Gesù, ma non scrivono mai libri sul loro Dio. A tutti farebbe piacere sapere di più sulla religione ebraica, perché non ce ne parlano invece di parlare dello stato di Israele?
Ermanno
16/05/09 11:14
Ottimo articolo su cui
Ottimo articolo su cui concordo pienamente. Pur essendo un fedelissimo cattolico non adulto ed assolutamente entusiasta di Papa Benedetto XVI sono rimasto amareggiato proprio dalla sensazione filo palestinese che questo viaggio mi ha lasciato. Come giustamente fa notare l'articolo occorre analizzare le cause degli effetti e Israele dal lontano 1948 è circondato da paesi che ne sognano il totale annientamento. La vera priorità è il leale e reale riconoscimento da perte dei palestinesi tutti (e non solo ma anche da parte di Iran, Siria, ecc..ecc..)del diritto di Israele ad esistere e quando penso di essere qui a parlare ancora di diritto all'esistenza mi sento a disagio perchè il diritto ad esistere non dovrebbe mai essere nemmeno argomento di discussione.
Marco A.
17/05/09 07:18
L'imprescindibilita' dell Stato d' Israele per il Cristianesimo
L'argomento elaborato da Giorgio Israel punta ad una discrepanza tra discorsi "teologici" e discorsi "politici". Accade, piu' spesso di quanto ci si potrebbe auspicare, che l'universale teologico s'imponga sul particolare politico EX MACHINA, e che di consequenza si proceda verso un'eclissi o incomprensione della reale natura della vita politica--con aspettative surreali che contribuiscono alla tendenza barbarica a cercare nella PRAXIS la "soluzione finale" ai problemi pratici. _Vale la pena porre in evidenza il triste fatto che in Europa la critica a particolari discipline del governo israelita quasi sempre IMPLICA anti-Israelismo, e che questo risulti sinonimo di anti-ebraismo (odio della "presenza" dell'Ebreo "tra di noi"). Il "Cristiano" barbaro e' tentato a trascendere la distanza tra il Dio di Mose' ed il Cristo--ovvero sia, tra il Cristianesimo e l'Ebraismo--attraverso l'assimilazione dell'Ebreo nel Cristiano. Ma la sintesi del Cristianesimo e dell'Ebraismo null'altro e' se non l' ISLAM. Anche aldila' dell'ipocrisia dell'Europeo che rispetta il musulmano semplicemente perche' lo teme (mentre depreca l'Israelita perche' da lui non ha mai avuto nulla da temere), lo stesso Europeo vuole la conversione del Cristianesimo in Islam il momento stesso che veda lo STATO d'Israele come ostacolo alla civilta', anziche' come RICHIAMO AL FATTO che la civilta' svanisca ogni qual volta l'universale nominale venga scambiato per "ideale da realizzare" (alla Kant). In realta' iI cosiddetto "Ideale" NON SI REALIZZA, ed ogni tentativo di "realizzare" l'ideale (p.e. "la pace nel mondo," o "la giustizia globale/universale") risulta sistematicamente in un oscuramento dell' IDEA, che in se' e'--per dirla col Vico--specchio de "LA VERA CIVIL NATURA DELL'UOMO".
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