I paradossi della nostra storia ideologica nazionale sono molti. E neppure ci sarebbe troppo da stupirsi: la storia delle idee è un'insieme più o meno coerente di paradossi. Ma in occasione dei 150 anni di unità nazionale vale la pena di rilevare un paradosso particolare.
Le forze politiche e culturali che oggi sembrano schierate con più forza e più convinzione per la celebrazione sono le medesime forze che - almeno negli ultimi sessant'anni - si sono impegnate per criticare il processo di unificazione nazionale. E in particolare il Risorgimento. Detto in modo molto semplice, a partire dalla fine dell'Ottocento sono stati soprattutto i grandi partiti di massa - il popolare e il socialista - ad avanzare sospetti sul Risorgimento. Dopo la seconda guerra mondiale, la retorica risorgimentale è stata sempre più sostituita dalla retorica della resistenza, che però non ha mai avuto - bisogna avere il coraggio di confessarlo - quella capacità di penetrare le coscienze e i cuori che avevano avuto le grandi figure del risorgimento e della prima guerra mondiale.
Sappiamo bene che la resistenza era simbolo, per gli italiani, di guerra civile; ma anche di una duplice scissione: quella tra l'Italia che era stata fascista (non proprio una piccola minoranza) e la nuova Italia antifascista (non tanto numerosa quanto si credeva); quella tra l'Italia monarchica e l'Italia repubblicana. Ma forse se ne potrebbe aggiungere anche una terza: quella tra l'Italia occidentale e l'Italia che guardava all'URSS. In ogni caso, mentre fino al 1943 la storia nazionale italiana ha nel risorgimento la sua grande radice unitaria, dopo quella data il rapporto si incrina in modo comprensibile e al tempo stesso catastrofico. La DC e il PCI non avevano particolari ragioni per richiamarsi ai miti risorgimentali, del tutto estranei alle loro culture di riferimento.
La confusione tra partiti e stato avviene nel 1946, quando furono i due grandi partiti di massa a prendere il posto della legittimazione che veniva data al potere statale dalla tradizione monarchica. Piaccia o non piaccia, l'unica grande cultura politica italiana che poteva fare i conti in modo positivo con l'unità storica della nazione lungo tutto il suo corso era quella liberale: ma i liberali sono stati i grandi sconfitti della storia repubblicana e la loro voce culturale è sempre rimasta minoritaria. Il grande paradosso dei nostri giorni è che il partito - il PD - che si richiama alla cultura politica democristiana e a quella comunista, cioè alle due culture politiche estranee e nemiche del risorgimento, oggi si fa difensore delle celebrazioni dei centocinquantesimo. Si tratta di una scelta politica effettuata in chiave anti-leghista, che però non convince fino in fondo.
Il risorgimento, i grandi simboli nazionali dell'Ottocento, restano in gran parte estranei al coacervo di culture politiche che si chiama Partito democratico. E anche i suoi intellettuali, in questi mesi di polemiche, non hanno dimostrato molti argomenti positivi, al di là dell'uso strumentale delle celebrazioni (mancate o sottotono) in chiave anti-leghista. Una delle ragioni per cui la presa di posizione in favore delle celebrazioni della sinistra è debole riguarda innanzitutto una questione cruciale, che è la grande assente di tutti i dibattiti: la questione della monarchia. Che ruolo ha avuto nell'unificazione italiana la monarchia come istituzione e la casa Savoia in particolare? Al di là dell'ovvietà del mero racconto storico, si tratta soprattutto di un giudizio di valore.
Al compimento del 150 anni di unità nazionale, una delle questioni spinose ancora aperte nel nostro paese è quella del ruolo e del valore della monarchia nella sua storia, senza la quale - soprattutto se si parla di risorgimento - tutti gli altri discorsi rischiano di apparire mancanti. Ma si sa, l'Italia è soprattutto un paese critico, negativo, in cui manca la capacità del giudizio storico sintetico. Ma è solo nella capacità della sintesi storica - anche quando questa sintesi appare difficile e occorre una certa determinazione intellettuale per compierla - che si può trovare il senso di un'unità nazionale. Un'unità nazionale proclamata con una sorta di beneficio di inventario non ha un gran senso e rischia di lasciare sempre il dubbio di una certa fragilità di fondo, che nasconde alla fine prese di posizione politiche del momento, come nel caso della passione - tutta tattica - della sinistra italiana per le celebrazioni del centocinquantesimo.
Dagli intellettuali di sinistra vorremmo quindi sapere in che senso il risorgimento ha avuto un valore positivo e per quale ragione dovremmo oggi celebrarlo. Vorremmo anche capire se a loro modo di vedere il ruolo della monarchia sia stato positivo o meno in questo processo - e, se no, in che modo si possa lodare un fenomeno storico che ha avuto nella dinastia Savoia uno dei suoi centri propulsori sia dal punto di vista politico che dal punto di vista (non meno importante, sotto il profilo storico) della capacità carismatica e simbolica. D'altro canto - seppure in modo diverso - anche a destra bisogna rispondere a domande simili. In che senso il Popolo delle libertà intende appropriarsi dell'eredità risorgimentale? Negli ultimi anni negli ambienti della destra è cresciuto, spesso in parallelo con un certo libertarismo che ha poco a che vedere con le più nobili, sobrie e solide tradizioni risorgimentali, uno spirito anti-risorgimentale molto spiccato.
D'altro canto, una certa debolezza culturale di fronte alla Lega Nord si deve anche ammettere - pur senza scadere nell'altro grande tatticismo del momento, cioè quello di Gianfranco Fini. Se c'è un grande partito - e una grande area culturale - che in questo momento può intestarsi il valore della grande sintesi storica dell'unità italiana, questo è senza dubbio il Popolo delle libertà. Ma per farlo occorre prendere una posizione chiara e fare delle celebrazioni dell'unità nazionale un chiaro momento di sintesi, capace - anche con un certo benevolo eclettismo – di dare un volto nuovo e integro all'immagine della nostra identità nazionale. Una nazione non vive solo di partite iva e di linee ferroviarie: vive anche - e starei per dire soprattutto - di simboli e di capacità di rappresentare la propria identità in grandi luoghi e momenti.
Visti da destra i prossimi mesi saranno un momento importante - perché il Popolo delle libertà ha tutte le carte in regola per assumersi il compito di una riunificazione profonda dell'identità nazionale. Ammesso che lo voglia fare.



Rabbocchi
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Anghelé