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Sguardo d'insieme

Lula e i leader del Sudamerica nel 2009. Tanto coraggiosi quanto capricciosi

31 Dicembre 2009

"I numeri non mentono". E’ questo il titolo del notiziario finale pubblicato da una delle più note agenzie di statistica, la Consulta Mitosky, che ha fotografato il 2009 dell’America Latina raccontandoci un continente orgoglioso dei propri leader (salvo alcune eccezioni), ottimista nonostante la crisi e che considera come prioritarie la sicurezza e l’eliminazione delle disparità economiche.

E' stato l’anno di Funes, Lula, Bachelet, Uribe e Vasquez. Il primo, giornalista e borghese che vince in Salvador contro il partito conservatore al potere da sempre, e mette insieme un ex gruppo di guerriglieri, convincendo un paese tormentato da focolai di guerriglia urbana, corruzione negli apparati statali e nell’esercito, a fidarsi di lui. Lula è l'uomo che ha saputo trasformare, pur con tanti compromessi, un paese in via di sviluppo in una potenza mondiale, leader nel biodiesel, nell’agricoltura di nuova generazione, nelle battaglie politiche in rappresentanza del Sud. Bachelet e Vasquez lasciano il Cile ed Uruguay in crescita (unici paesi sudamericani, con il Brasile, a potersi permettere il segno positivo nell’anno della grande crisi), con riforme innovative, a volte controcorrente sul piano etico, ma approvate dalla gran parte della popolazione. Leader coraggiosi e leader capricciosi.

L’America Latina non è comunque un’area tranquilla. Il caso Honduras conteso tra due presidenti per cinque mesi, in cui è stato risvegliato il fantasma dei rovesciamenti facili e delle Costituzioni da modificare con lo schiocco delle dita, ne è l’emblema più rappresentativo. Ora il nuovo presidente Porfirio Lobo governa un paese diviso, sfiduciato, in preda ad illegalità diffuse e senza appoggio internazionale. Non solo Honduras però. Il 2009 è stato l’anno delle continue scaramucce al confine fra Venezuela, Ecuador e Colombia, del conflitto diplomatico perdurante fra Uruguay ed Argentina sullo sfruttamento delle acque del Rio Uruguay, al confine fra i due paesi, ma anche quelle delle lotte intestine fra indios peruviani e  governo di Alan Garcia, che ha provocato lo scorso giugno, morti, trasferimenti, mobilitazioni prima della revoca dei decreti di concessione delle piattaforme petrolifere nelle regioni di Loreto ed Amazonas; o quella dei narcos messicani contro il governo che ha provocato 14mila morti negli ultimi tre anni; ed infine  la guerra di tutti i giorni nelle strade di Rio de Janeiro, eletta città olimpica del 2016, una delle mete più desiderate ma anche più insicure al mondo.

Nell’anno in cui Barack Obama avrebbe dovuto sancire l’avvicinamento degli Usa al continente latino-americano, Usa e latinos sono stati distanti su tutto, dalle politiche economiche alla questione immigrazione, dalla crisi in Honduras all’installazione di nuove basi militari in Colombia, in sostituzione di quelle che proprio Bush smobilitò in Ecuador. In un continente dove forte è la richiesta di libertà e pluralismo nella comunicazione, i leader hanno capito che l’informazione è il modo migliore per conservare o conquistare il potere. Se in Argentina la riforma del sistema radio-televisivo viene considerata da molti il modo migliore per bloccare pubblicità ed introiti del grande Gruppo Clarìn; in Venezuela è solo il pretesto per statalizzare le emittenti e chiudere le poche che ancora resistono, un modo per consentire a Chávez di chiudere la bocca all’opposizione. Le stesse riforme sono annunciate in queste ore in Ecuador e nei prossimi mesi in Brasile, dove l’anno prossimo si eleggerà il prossimo presidente, mentre in Cile è proprio il proprietario di una catena televisiva, Sebastian Pinera, ad essere favorito nel ballottaggio presidenziale di gennaio.

Non c’è riforma a Cuba, dove nel 50° anniversario della rivoluzione, il paese si è scoperto più castrista e meno “obamiano” di quanto previsto e dove la voce di Yoani Sanchez, che scrive su Generación Y, un blog "invisibile" a causa dell’oscuramento di internet a Cuba, ha fatto capire al mondo tutto ciò che non è propaganda ma oppressione politica e come il web possa superare le barriere della vecchia comunicazione. Non c’è America Latina senza Europa e senza Usa. Le mancanze europee ed americane sono la forza del Sudamerica, dal gas al petrolio all’etanolo, dal litio al rame - almeno fino a quando tali risorse non inizieranno a scarseggiare anche in questo angolo del mondo ed il mercato non aprirà nuove frontiere dall’Oriente all’Africa. Ecco perché l’America Latina, la sua popolazione ed i suoi governanti stanno iniziando a capire che cantare fuori dal coro, può essere positivo oggi, ma controproducente in un domani molto vicino ed in un mondo sempre più veloce.

Nel 2010 la svolta politica potrebbe arrivare in tanti paesi alle urne, Cile, Colombia, Brasile, o ancora Venezuela ed Argentina (questi ultimi due voteranno solo per le elezioni parlamentari), sono attese le risultanze economiche dell’alleanza dell’ALBA e dell’allargamento del Mercosur, fino all’annosa questione dell’immigrazione e del narcotraffico che ancora gli Usa non hanno voluto o saputo affrontare, nella speranza che nuove crisi e nuove epidemie (come quella H1N1 che proprio in Messico ha conosciuto la sua fonte) non mettano in ginocchio un’area tanto evoluta e tanto fragile.

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