Il passaggio di consegne tra George W. Bush e Barack Obama ha stato l’avvenimento che più ha caratterizzato il 2009 delle relazioni internazionali. Molto alte erano le aspettative verso il nuovo presidente degli Stati Uniti, accompagnato alla Casa Bianca da un’aura quasi messianica. Passati finalmente gli anni bui della presidenza “imperiale” targata Bush-Cheney, a sperare nel cambiamento e nell’apertura di una nuova fase sono stati soprattutto gli europei. Le opinioni pubbliche del Vecchio Continente avevano infatti maturato una forte ostilità ideologica nei confronti dell’amministrazione uscente ed hanno accolto l’elezione di Obama come una liberazione, vedendo nel primo afro-americano alla presidenza degli Stati Uniti l’incarnazione dell’America dal volto buono in grado di far dimenticare la guerra al terrorismo e l’intervento in Iraq. Allo stesso modo, l’elezione di Obama è stata salutata con un sospiro di sollievo da tutte le cancellerie europee, che negli otto anni precedenti, ognuna a proprio modo e indipendentemente dal colore politico, avevano sofferto l’assertività della politica estera di Bush specie durante il suo primo mandato. Risultava infatti sempre più difficile mantenere un equilibrio virtuoso tra l’orientamento dell’opinione pubblica, le esigenze tattiche stringenti, ancorché di corto respiro, e gli interessi strategici vitali nel campo della sicurezza proiettati in una visione di lungo periodo.
Ciò è particolarmente vero per l’Italia. La vocazione intermedia del nostro Paese – interpretata di volta in volta secondo la sensibilità e gli interessi degli attori politici di turno, ma che resta, invariabilmente nel tempo, il fondamento strutturale della politica estera repubblicana –, dopo la “vacanza strategica” degli anni Novanta si era trovata stretta nel bushiano «con noi o contro di noi», teso a serrare le fila degli alleati all’indomani degli attentati terroristici dell’11 settembre. Contorsioni politiche e diplomatiche si sono così rese spesso necessarie per coniugare l’appartenenza all’Alleanza Atlantica e l’impegno militare al fianco dell’alleato americano nelle operazioni per il ripristino della sicurezza internazionale (Afghanistan e Iraq), con la tradizionale politica della stabilità al cospetto dei regimi mediorientali e del Golfo, e il crescente legame con la Russia. L’entrata in scena di Obama ha quindi “liberato” il potenziale di mediazione dell’Italia, di cui i dossier russo e iraniano sono stati finora i principali campi d’azione. Segnali in tal senso erano già emersi in corrispondenza del “calare” dell’amministrazione Bush, con la rivoluzione democratica nel Grande Medio Oriente ormai impantanatasi in Iraq e un presidente lame duck che preparava il terreno a quelle che sarebbero state molte dell’iniziative del suo successore. È poi con la «mano tesa» verso Teheran e il «reset button» con Mosca lanciati da Obama che la diplomazia italiana ha ritrovato a tutti gli effetti gli abituali spazi di manovra.
Sul versante iraniano, notevole è stato lo sforzo della Farnesina affinché il regime khomeinista raccogliesse l’invito di Obama alla cooperazione nelle numerose questioni pendenti, dal nucleare all’Afghanistan, dal terrorismo al processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ciononostante, pur vantando relazioni consolidate risalenti al primo governo Prodi, nonché il record di primo partner commerciale europeo della Repubblica islamica, i risultati sono stati deludenti. La vetrina internazionale offerta dalla presidenza del G8 2009 aveva generato aspettative forse eccessive. La leadership di Teheran non ha infatti voluto stringere la mano tesa del governo italiano, malgrado la disponibilità del Ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, a recarsi in visita ufficiale nella Repubblica islamica e l’invito offerto al suo omologo iraniano, Manoucher Mottaki, a partecipare al vertice dei Ministri degli Esteri del G8 che si è svolto a Trieste lo scorso giugno.
La Farnesina puntava a ritagliare per l’Italia un ruolo di mediazione tra Iran e Stati Uniti, vista anche l’assenza del nostro Paese nel cosiddetto “5 più 1” al tavolo dei negoziati con Teheran sul suo sospetto programma nucleare. Oltre all’assodata inaffidabilità del regime khomeinista nelle vesti d’interlocutore, a compromettere definitivamente il buon esito dell’iniziativa è stata la grave crisi scoppiata in seguito alla contestata riconferma alla presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, crisi che è tuttora in corso. Non ha probabilmente giocato a favore neppure lo “sgarbo” che il Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, avrebbe commesso ai danni di Ahmadinejad quando, nel maggio 2008, ha preferito non incontrare il Presidente iraniano in visita a Roma per il vertice della FAO, a causa delle sue ripetute esternazioni antisemite. Altro fattore che potrebbe aver inciso negativamente è il chiaro sostegno dell’attuale governo italiano all’esistenza d’Israele e alle ragioni di sicurezza dello Stato ebraico (che marca un’importante differenza culturale e politica rispetto all’ambigua “equivicinanza” del precedente esecutivo, benché nel pieno appoggio alla nascita di uno Stato palestinese, nella massima solidarietà per le condizioni della popolazione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, e alla luce della presenza italiana in Libano sostanzialmente non ostile a Hezbollah).
Sul versante russo, l’Italia continua a essere molto attiva nel tentativo di favorire un punto d’incontro tra l’Alleanza Atlantica e il Cremlino. In quest’ottica, il ruolo di primo piano assunto da Berlusconi, principale ispiratore degli accordi di Pratica di Mare del 2002, rispecchia l’orientamento prevalente a livello politico e diplomatico nel nostro Paese, e non è pertanto semplicemente frutto della personale inclinazione del Premier. Sul sistema di difesa missilistica da schierare in Polonia e Repubblica ceca, Berlusconi aveva apertamente espresso il suo dissenso ancor prima che Bush lasciasse la Casa Bianca, mentre nell’agosto 2008, durante la crisi del Caucaso, tra i paesi europei dell’Alleanza era stata l’Italia ad esprimere la maggiore comprensione verso l’intervento russo in Georgia.
Numerosi incontri al vertice, anche informali, tra Berlusconi e la leadership russa sono serviti a consolidare l’asse tra Roma e Mosca, la cui forza risiede tanto nei settori commerciale ed energetico, quanto nel supporto italiano all’idea di una nuova architettura di sicurezza europea lanciata dal Presidente Medvedev, considerata dal Cremlino un’opportunità per ridimensionare il ruolo della NATO nel mantenimento della sicurezza euro-atlantica e rilanciare quello russo. Ciò è inevitabilmente fonte di tensione con gli Stati Uniti che non vedono di buon occhio il feeling instauratosi tra il nostro governo e il Cremlino. Finora, le ripetute riconferme dell’Alleanza Atlantica quale fondamento della politica estera e di sicurezza dell’Italia non è bastata a rassicurare Washington circa la nostra affidabilità di alleati. L’invio di nuovi rinforzi in Afghanistan nel quadro della missione ISAF della NATO, così come richiesto da Obama, intende fornire garanzie anche in tal senso, sebbene non sembri sufficiente ad attenuare la preoccupazione degli Stati Uniti dovuta alle relazioni italo-russe e ai loro eventuali sviluppi e ripercussioni sulla sicurezza euro-atlantica.
Guardando sempre all’Europa orientale, il governo italiano è stato criticato per i crescenti rapporti con la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko, specie in conseguenza della recente visita di Berlusconi a Minsk con cui l’“ultimo dittatore d’Europa” ha contraccambiato l’ospitalità che gli era stato offerta precedentemente in Italia. Al di là del risalto forse inappropriato attribuito all’evento, degli aspetti economici ad esso connessi, e delle improvvide dichiarazioni encomiastiche nei confronti di Lukashenko rilasciate dal Primo Ministro italiano, l’avvicinamento della Bielorussia s’inserisce all’interno delle manovre diplomatiche finalizzate ad affermare il nostro Paese nella funzione di ponte tra Europa e spazio ex sovietico. Manovre che inoltre non esulano dal quadro più ampio della strategia adottata dall’Unione Europea con la Eastern Partnership che include Armenia, Azerbaijan, Georgia, Moldavia, Ucraina e appunto Bielorussia.
A proposito di Europa, nel corso del 2009 si sono accresciuti i motivi di frizione con l’UE che hanno accompagnato l’attuale esecutivo italiano sin dal suo insediamento. La Commissione e il Parlamento europeo si sono espressi a più riprese in maniera sfavorevole ad alcuni provvedimenti del governo principalmente in materia d’immigrazione clandestina. In realtà, si è trattato di giudizi rispondenti a logiche meramente politiche, quasi a sostegno dell’opposizione nella dialettica politica interna italiana. Le spiegazioni ufficiali offerte dal governo, volte a fare luce sul suo operato, sono state pertanto interpretate come un segnale di “leso” europeismo che ha oscurato i frequenti richiami di Frattini alla centralità dell’UE e del multilateralismo nella politica estera italiana, comprovati inter alia dall’impegno dell’esecutivo per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.
Una nota a parte merita il caso dei rapporti italo-libici, sia per l’eccesso di enfasi posta sui vertici bilaterali che per l’eccesso di libertà d’azione lasciata al colonnello Muammar Gheddafi nelle sue visite nel nostro Paese. Ragioni di mera realpolitik sono alla base della special relationship ormai decennale tra Roma e Tripoli che vede coinvolto il sistema-Italia trasversalmente e nel suo complesso. Le fonti energetiche, la disponibilità finanziaria, la regolazione dei flussi migratori dal Nord-Africa, l’intelligence e una già dimostrata capacità di incidenza sulla sicurezza italiana: sono numerose le leve che consentono a Gheddafi di dettare le condizioni nei rapporti con Roma. Ciononostante, per quanto Gheddafi rappresenti un partner estremamente difficile da gestire, la politica estera italiana verso Tripoli dovrebbe essere improntata, se una maggiore autorevolezza non ci è possibile, quanto meno a una maggiore discrezione a tutela della dignità e della credibilità internazionale del nostro Paese.

