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Scenari

Il 2010 dell'energia: la stabilità del greggio sarà il volano delle rinnovabili

23 Dicembre 2009

I trend energetici nel 2010 potrebbero restare tutto sommato stabili, posto che il costo del petrolio non subisca una impennata, che non si complichino alcune crisi geopolitiche locali, e non arrivino nuove pericolose turbolenze nei mercati. Lo dice una indagine di Roubini Global Economics, un’agenzia che si occupa di analizzare i punti chiavi dell’attuale dibattito economico e geostrategico.

Durante il meeting dell’Opec che si è svolto un paio di giorni fa in Angola, i grandi produttori di petrolio hanno deciso di mantenere invariati i livelli di produzione del greggio, definendo “perfetta” l’attuale quotazione del petrolio: “I mercati restano ben forniti e i prezzi si muovono verso l’alto a livelli adeguati”, ha detto il presidente dell’Opec, anche se l’economia mondiale (produzione industriale, consumi, occupazione) resta fragile e questo potrebbe influenzare gli assetti energetici futuri. In ogni caso, secondo Roubini, è inverosimile che la quotazione del petrolio possa essere spinta oltre i 100 dollari a barile nel corso del prossimo anno: parliamo di un mercato “over-supplied” che può contare su scorte sufficienti, su un aumento della produzione dei Paesi Opec e non-Opec. Dopo l’aumento delle quotazioni a cui si è assistito dalla scorsa estate il prezzo del greggio dovrebbe assestarsi sui 75/80 dollari al barile per il 2010 (un dato confermato da UBS).

Va anche considerata l’espansione della domanda proveniente dalle economie dei mercati emergenti, e in particolare quelle della Cina e dei paesi asiatici. Pechino si sta muovendo pesantemente in Africa come in Iraq per siglare una serie di intese utili ad assicurarsi importazioni di greggio che sostengano lo sviluppo della Repubblica Popolare. Tra i "grandi", la Russia sembra destinata a “fare cassa” con l’oro nero: nel 2009 la produzione di Mosca è salita dell’1 per cento e l'export dell'1,8 per cento; nonostante lo scorso 5 dicembre l’Ucraina abbia regolarmente pagato la sua bolletta energetica, il presidente russo Medvedev continua a ripetere che non ci saranno modifiche sui trattati che regolano il transito e le forniture di gas con l’Ucraina. Nel 2009 la produzione di oro blu in Russia è scesa del 16 per cento – a dimostrazione che esiste ed è ancora concreto il rischio di una nuova crisi energetica come quella che l’anno scorso spinse Gazprom a chiudere i rubinetti con l’Ucraina, lasciando nell’incertezza energetica i Paesi dell’Europa sud-occidentale. Come la Russia, anche il Canada e il Brasile hanno aumentato la produzione e l’export petrolifero.

Un elemento che potrebbe giocare a sfavore della stabilità energetica globale nel 2010 potrebbe essere rappresentato dalle crisi geopolitiche locali, come il conflitto in cui è invischiata l’Arabia Saudita con lo Yemen, o quella che gli analisti definiscono “la prossima guerra” con l’Iran. Ma gli effetti di queste crisi sulla produzione appaiono limitati, secondo Roubini. Per quanto concerne l’Iran, le politiche repressive all’interno del Paese e la sfida lanciata alla comunità internazionale con il decollo nucleare di Teheran probabilmente terranno per molto tempo lontane dal Paese le grandi compagnie multinazionale, peggio ancora se arrivasse la mazzata finale delle sanzioni.

L’Iraq sta cercando di presentarsi come una valida alternativa, con le recenti aste che hanno assegnato nuovi giacimenti a compagnie straniere, nella speranza di riuscire a raddoppiare la sua produzione petrolifera nel corso del prossimo decennio, ma ci sono ancora luoghi del Paese dove i grandi operatori preferiscono non investire, preoccupati dal deteriorarsi della sicurezza e del sistema infrastrutturale (solo la compagnia di stato angolana, sottolinea Roubini, sembra interessata a investire in due pozzi nell’area di Mosul). In Africa, nel Niger dove i ribelli del Mend continuano a fare il bello e il cattivo tempo, Shell annuncia di voler tagliare parte della sua produzione, preparandosi a vendere qualcosa come 5 miliardi di dollari dei suoi assets nel Delta del Niger.

L’Arabia Saudita, in questo contesto di crisi locali, è destinata a restare la maggiore fonte di scorte petrolifere – e l’Opec è in grado di garantire un surplus di capacità giornaliero stimato intorno a circa 4 milioni di barili al giorno. Sarà opportuno capire al più presto, però, che tipo di effetto avranno le politiche ambientali sulla crescita della domanda petrolifera. La richiesta di una maggiore efficienza energetica, la logica dei regolamenti, le politiche sulle riduzioni delle emissioni, tutte parole chiave del vertice di Copenaghen, probabilmente favoriranno le energie rinnovabili e gli idrocarburi, le fonti di energia pulite e lo sfruttamento più intensivo dei grandi giacimenti di gas, una serie di risorse utili a ridurre le emissioni, ma anche, come temono all’Opec, a contrarre la domanda di greggio. In realtà, concludono gli analisti di Roubini, una quotazione forte e stabile del petrolio, meglio ancora attraverso un incremento graduale del costo del greggio, attualmente potrebbe sostenere gli sforzi della diversificazione energetica, rilanciando anche il mercato e l’industria delle rinnovabili.

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