Martedì 22 Maggio 2012
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La svolta

Il Cav. "liquida" Fini e apre la vertenza sulla presidenza della Camera

30 Luglio 2010
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Questa volta il notaio è il partito. E loro, i co-fondatori che un anno e mezzo fa lo hanno registrato nero su bianco, i protagonisti della rottura. Irreversibile. Silvio Berlusconi riunisce l'ufficio di presidenza del Pdl, due ore dopo Gianfranco Fini e i suoi fedelissimi sono fuori dal partito. Compresi Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio deferiti ai probiviri e dunque, in attesa di giudizio.

Su trentasei membri del "parlamentino", trentatrè dicono sì al documento (votano contro i finiani Urso, Viespoli e Augello) che altro non è che una durissima censura politica sull'operato dell'ex leader di An, da oggi ufficialmente capo di un altro partito.

Nelle sue mani infatti ci sono le lettere di dimissioni firmate dai deputati e senatori (si parla di 34 in tutto) che lo hanno seguito nei mesi tribolati che dal controcanto hanno portato alla separazione dal Cav. Gruppi parlamentari autonomi è la via che già ieri era stata indicata nell'ufficio di Italo Bocchino durante il mini-vertice con 18 deputati di chiara fede finiana, convocato proprio mentre l'Aula votava gli ordini del giorno sulla manovra economica.

Un gesto considerato come l'assaggio, l'antipasto di ciò che nel corso della giornata è seguito e che i berlusconiani hanno stigmatizzato avanzado l'idea dell'ennesima mossa tattica per creare problemi alla maggioranza (ad esempio metterla in minoranza durante il voto) e usare questa "clava" per alzare il prezzo (politico) della tregua. Ma la tregua tra i due co-fondatori del Pdl non c'è stata. Anzi, l'esatto opposto. Separazione non consensuale e come tale destinata a lasciare strasichi polemici e una probabile "guerra" a suon di ricorsi.

Ci mette il sigillo sopra il Cav. nella conferenza stampa che segue il vertice sottolineando che per la maggioranza "il Pdl non può pagare il prezzo troppo alto di mostrarsi diviso". Poi arriva al punto: il dissenso di Fini e dei suoi. Il Cav. scandisce che qui non si tratta di un dissenso costruttivo, ma di una costante azione demolitrice nei confronti del "governo, della maggioranza e del presidente del Consiglio". Come a dire: si è superato il limite.

Ma cosa ha portato alla rottura? Nel documento uscito dal vertice ci sono sintesi e sostanza. Le posizioni di  Fini "si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà sul programma di governo sottoscritto con gli elettori e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del presidente del Consiglio".

Non solo: per i trentatrè che hanno firmato il testo, il presidente della Camera e alcuni deputati-pretoriani "hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti. E i temi 'qualificanti' si chiamano proposta di legge sulla cittadinaza breve agli immigrati (Granata l'ha firmata insieme al Pd Sarubbi); il cambio di passo dell'inquilino di Montecitorio sulla legge elettorale ("vi è stata un'apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centrodestra e dallo stesso Fini", si legge nel documento del Pdl) e perfino il tasto della legalità.

Su quest'ultimo punto è chiara l'irritazione pidiellina per la mancata valorizzazione dell'attività del governo nel contrasto alla criminalità organizzata, quasi "bypassata" dai finiani. Che, invece, "l'hanno impropriamente utilizzata per alimentare polemiche interne". Anche per questo, il Pdl "proseguirà con decisione nell'opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non si possono accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche".

Chiaro il riferimento alle richieste di dimissioni avanzate dai finiani prima per Brancher, poi per Cosentino e in ultimo per il coordinatore nazionale del partito Denis Verdini. Restano aperte alcune questioni: dal ruolo non facile di Fini, presidente della Camera e leader di un nuovo partito che, peraltro, ha già strutture proprie, dirigenti e programmi in ogni regione d'Italia, agli incarichi che i finiani ricoprono al governo, nei gruppi parlamentari (vedi le commissioni) e nel partito.

L'ex leader di An si trova infatti a dover gestire nello stesso tempo, ruolo istituzionale e ruolo politico. Il che significa che se finora ha posto e spesso in maniera strumentale questioni finalizzate a "deberlusconizzare" il partito, da domani come leader di una forza politica che si va costituendo avrà a che fare con un "conflitto di interessi" non di poco conto - come osservano alcuni berlusconiani -  visto il ruolo istituzionale che riveste. E ancora: nel Pdl si fa osservare come la pattuglia dei finiani che "in tutti questi mesi ha portato tensione e fibrillazioni interne, adesso se le riprenderà in carico nel nuovo partito perché la loro uscita è la garanzia per il consolidamento del partito". Parole che pesano e che nessuno avrebbe potuto immaginare solo un anno fa.

Ed è  sul ruolo politico che la maggioranza pidiellina calibra l'affondo. Concetti e critiche messe nero su bianco nel documento dell'ufficio di presidenza secondo cui "mai prima d'ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico cosi' pronunciato perfino nella polemica di partito e nell'attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e a un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato a terza carica dello Stato".

Non manca una stoccata quando si ricora che "l'unico  breve periodo in cui Fini ha 'rivendicato' nei fatti un ruolo super partes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l'assenza di un suo sostegno ai candidati del Pdl". Già, il ruolo di garanzia di Fini presidente della Camera è il nodo da sciogliere, la questione dirimente che il Pdl pone e che dovrà essere affrontata nei prossimi giorni. Implicita la sollecitazione affinchè l'ormai ex co-fondatore del Pdl lasci lo scranno più alto di Montecitorio. 

L'altra questione che nelle prossime ore sarà affrontata rigurda i finiani al governo: il ministro Ronchi e i sottosegretari Augello, Viespoli,  Saia e Buonfiglio.

Berlusconi spiega che il caso sarà valutato in Consiglio dei ministri anche se conferma di non avere alcuna "difficoltà a continuare la collaborazione con "validi esponenti dell'esecutivo". A questo si aggiungono i fedelissimi del presidente della Camera che presiedono le commissioni parlamentari, una su tutte: la commissione Giustizia guidata da Giulia Bongiorno.

Intanto per oggi è già stata annunciata una conferenza stampa di Fini che ieri ha seguito passo passo l'esito del vertice a Palazzo Grazioli nel suo ufficio, insieme ad alcuni fedelissimi. Nessun commento quando a tarda sera ha lasciato Montecitorio. Le parole le spenderà solo oggi, per dire la sua verità.




 

Commenti
mediolungo
30/07/10 20:50
er caghetta rosso ha ricevuto la paga
finalmente silvio ha scacciato il cavallo di troia della sinistra http://laconoscenzarendeliberiblog.wordpress.com/2010/07/30/finalmente-cacciato-fuori-le-mura-il-cavallo-di-troia-della-sinistra/
Gastone
30/07/10 21:27
era ora!
Bravo, Presidente-chirurgo! Dopo avere estirpato il fetido bubbone, finalmente potrà dedicarsi al governo dell'Italia, cosa che Gianfranco Badoglio aveva sempre cercato di ostacolare in tutti i modi.
31/07/10 00:00
Dove ha sbagliato Fini
Dove ha sbagliato Gianfranco Fini Gli ultimi atti del tradimento finiano prendono forma, mentre pare chiusa ogni via di uscita per il Presidente della Camera dei Deputati, l’onorevole Gianfranco Fini. La separazione dell’ala finiana dalla PDL è ormai una realtà. A questo punto, è possibile ripercorrere la ridda di grossolani errori politici commessi da Fini, errori che sono tutti alla base di questa separazione. 1 – Il peccato originale è stato certamente lo scioglimento di Alleanza Nazionale e la confluenza forzata degli alleantini in casa di Berlusconi. Questo primo e grave errore di valutazione politica, Fini lo ha commesso senza pensare o senza dar valore alle evidenti conseguenze che questo atto politico avrebbe comportato. Innanzi tutto, Fini ha commesso un errore di valutazione grave nei confronti della propria base elettorale, composta di “militanti indentitari”, di “ideologie identitarie”, di “valori condivisi identitari”. Nello scioglimento di AN e nella conseguente confluenza nel partito berlusconiano, i militanti storici di AN hanno perduto la loro identità, smarrito la loro storia: essi, non si riconoscevano più come parte politica con una sua storia, ma si vedevano ed erano visti come una appendice politica della storia berlusconiana. 2 – Il secondo errore politico commesso da Fini è stato quello di sottovalutare l’intelligenza e la forza di Silvio Berlusconi, credendolo uno sprovveduto politico facilmente scavalcabile, arginabile, distruttibile. L’orgoglio di Gianfranco Fini faceva già sogni di potere e di gloria, guardava ad un futuro sempre più carismatico e potente, dimenticando che non era utile vestirsi della pelliccia dell’orso, se l’orso era ancora in vita. 3 – Il terzo grave errore di fini è stato quello di attaccare il cuore pulsante e la mente pensante del governo Berlusconi: la Lega Nord. E va bene farsi nemico Berlusconi, ma attaccare contemporaneamente anche la Lega, questo è veramente troppo per Gianfranco Fini. Precipitosamente corre a Varese a dire in un pubblico convegno che no, lui non ce l’ha con la Lega. Ma Fini, evidentemente non conosce l’orgoglio che unisce il popolo della Lega: era già troppo tardi. 4 – Il quarto errore di fini è stato di coinvolgere in una disputa tutta politica, l’istituzione che riveste: la terza carica istituzionale. Ogni volta che Fini parlava in pubblico o inviava un comunicato alla stampa, le sue parole rimbalzavano di microfono in microfono, di tastiera in tastiera, riempivano le prime pagine di tracotanti missive, di intimidazioni politiche, di estorsioni politiche (come quella del 30/70), tutte questioni che, con la carica istituzionale rivestita dal Fini, nulla avevano a che fare. Ma non era il Gianfranco Fini leader politico a godere di tanta notorietà, bensì, era il Gianfranco Fini Presidente della Camera dei Deputati ad averla. 5 – Il quinto errore di Fini è stato quello di farsi trascinare dal napoletano Italo Bocchino in una indecorosa serie di polemiche di basso livello, non adatte ne adattabili al livello istituzionale della carica da egli ricoperta. In quel momento, proprio in quel momento qualcosa si è rotto in maniera irreparabile con Silvio Berlusconi, proprio a causa dello scellerato e squallido attacco bocchiniano cui Fini si è adeguato senza guardare al suo patto di fedeltà sottoscritto con Silvio Berlusconi, e con gli tutti gli elettori che avevano votato per Berlusconi, che tutto volevano vedere all’interno del PDL e del governo, tranne che una guerra di secessione (sarebbe meglio definirla di successione) suicida e fratricida. 6 – Il sesto errore è certamente il più controverso di tutti, ed è stato la minaccia, poi verificatasi proprio oggi, di uscire dal PDL per costituire gruppi autonomi a camera e senato, ammettendo di fatto, il proprio errore originale, quello di aver aderito al partito berlusconiano. 7 – Il settimo errore di Gianfranco Fini è certamente il più distruttivo nei confronti del paese, e si realizza nella assoluta incomprensione da parte della gente del tradimento finiano, persone e cittadini che mai come in questo momento avevano bisogno di un governo forte e stabile, per difendersi dalle prospettive di povertà e di malessere che prospetta la crisi contemporanea. In questo, la gente comune, le famiglie, le aziende, le imprese, gli imprenditori e i lavoratori dipendenti non lo hanno compreso, ne giustificato. Anzi, i corpi sociali e produttivi del paese vedono oggi in Gianfranco Fini un nemico: il restauratore di quella instabilità politica, governativa e parlamantare che è concausa del malessere che vive il paese. 8 – L’ottavo errore di Gianfranco Fini è quello di aprire con questa crisi politica, una via per il ritorno ad un passato che nessuno vuole, che nessuno desidera: quello in cui la politica parlamentare condizionava fortemente ogni azione dell’esecutivo, rendendo impossibile governare il paese. E’ il ritorno alla politica “dell’ago della bilancia”, e cioè il tentativo di imporre proditoriamente una esigua minoranza parlamentare alla maggioranza che sorregge il governo, ricattandolo ed estorcendogli un potere che nessun mandato elettorale gli ha mai consegnato. 9 – Il nono errore di Fini, è stato quello di non rassegnare le dimissioni da Presidente della Camera dei Deputati, abusando ancora una volta del potere istituzionale della terza carica dello stato in favore di un progetto politico personale. E non è affatto un caso che il gruppo dei finiani alla camera sia almeno tre volte più grande di quello del senato. E’ solo il prodotto di un abuso continuo ed aggravato delle funzioni istituzionali rivestite da Gianfranco Fini, a fini meramente di parte, con scopi esclusivamente politici. 10 – Il decimo errore di Fini è quello di assicurare una forza ed una visibilità alle opposizioni politiche che esse non meritano certamente, opposizioni con le quali egli non potrà allearsi per un eventuale programma elettorale, poichè i nipoti della destra storica ed i nipoti della sinistra storica, sono assolutamente ed evidentemente incompatibili. 11 – L’undicesimo errore di Gianfranco Fini è stato quello di nascondere continuamente le sue aspirazioni di leader sotto la gonna dell’ostracismo alle riforme leghiste ovvero di una moralizzazione della politica che evidentemente, egli non aveva mai notato prima. La corruzione, la questione morale, la questione settentrionale, la questione meridionale, il contrasto e la lotta alle mafie sono solo pretesti politici che Fini ha messo e dismesso a piacimento, mostrando un inaudito cinismo ed una spietata quanto malata ambizione politica. Ecco analizzati in breve e frettolosamente i gravi errori politici e di valutazione che ha commesso Gianfranco Fini. In ultimo si osserva come, un politico che commetta una serie così strampalata di errori pacchiani e grossolani, non merita certamente di guidare le sorti di un grande paese come è il nostro. Ad ognuno le proprie responsabilità ed ai posteri, consegniamo l’ardua sentenza.
francesca varese
02/08/10 10:19
rosicate, rosicate! la resa
rosicate, rosicate! la resa dei conti è appena cominciata! e tanto per iniziare bene, l'avvocato di Fini, Giulia Bongiorno, porterà Littorio Feltri in tribunale per tutte le minkiate sulla casa di Montecarlo! ahahhahahahah!!!
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