Martedì 22 Maggio 2012
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Addio al dialogo

Il Cav. dà la precedenza ai processi più gravi ma la sinistra grida allo scandalo

17 Giugno 2008

Poco più di un mese di Governo ed è già in crisi il progetto della Legislatura costituente, delle riforme condivise, del clima nuovo tra maggioranza e opposizione.

Il desiderio di dialogare, cui avevano fatto da prologo i toni a lungo soft in campagna elettorale, aveva inaugurato la nuova stagione con le misure condivise sull’emergenza dei rifiuti campani ed aveva resistito ai primi contrasti sul pacchetto sicurezza. Aveva poi preso a vacillare per via dell’euroscetticismo sbandierato dalla Lega, per alcune provocazioni di Di Pietro e soprattutto per il disegno di legge per porre freno all’abuso delle intercettazioni nelle inchieste.

Il rischio del tracollo definitivo di tutti i buoni propositi di scelte condivise si profila oggi su un altro provvedimento in materia giudiziaria: l’emendamento al decreto sulla sicurezza presentato dai Senatori del Pdl Berselli e Vizzini sulla sospensione dei processi per i cosiddetti reati minori.

La misura, correttiva del Decreto legge approvato a Napoli nel corso del primo Consiglio dei Ministri, determinerebbe automaticamente la sospensione di un anno per tutti i procedimenti in corso e non ancora conclusi in primo grado, che riguardino fatti di scarso allarme sociale commessi fino al 30 giugno 2002.

Si verrebbe così a creare una sorta di corsia preferenziale per i reati più gravi puniti con l’ergastolo o con una pena superiore ai dieci anni.

Il presupposto della sospensione sarebbe, dunque, da ricollegarsi all’emergenza sicurezza che ispira l’intero provvedimento legislativo, poiché si mirerebbe a dare la precedenza ai procedimenti per fatti gravi e gravissimi: dalla mafia al terrorismo, dagli omicidi volontari a tutte quelle fattispecie che, per effetto dello stesso decreto sicurezza, debbono ora essere trattate con il rito direttissimo o immediato.

L’emendamento dei senatori Berselli e Vizzini ha già avuto l’onore di essere ribattezzato dall’opposizione, che ha subito parlato di norme salva premier, perché tra i processi sospesi rientrerebbe quello di Milano sul caso Mills, in cui Silvio Berlusconi è imputato per corruzione.

La sospensione, peraltro, hanno subito ammonito dal Pd, non sarebbe che il primo colpo, perché allo stop di un anno sarebbe destinato a seguire quello per tutta la durata del mandato, con l’approvazione di un altro disegno di legge che riproduca il così detto Lodo Schifani, quello che sospende i giudizi in corso nei confronti delle più alte cariche dello Stato, facendo salvo il decorso del periodo di prescrizione, fino al termine dei rispettivi incarichi.

Nella serata di ieri poi, dopo che Veltroni aveva lanciato un vero e proprio aut aut, minacciando di porre fine ad ogni trattativa a fronte dell’approvazione della norma descritta, e dopo che Casini e Di Pietro avevano fatto pervenire anche il proprio invito a ritirare l’emendamento, è intervenuto lo stesso Premier, con una lettera al Presidente del Senato, in cui difendeva l’emendamento al Dl sicurezza e definiva indispensabile l’approvazione di un provvedimento che riproduca, in una nuova veste, il lodo Schifani.

Si tratta chiaramente del primo autentico scontro di questa Legislatura tra maggioranza ed opposizione e non è di certo una sorpresa che lo scenario sul quale è destinato a consumarsi sia quello della Giustizia.

Pd e Pdl, del resto, dimostrano di non aver smarrito la capacità di riversare proprio su questo tema cruciale per il Paese tutti i propri difetti.

La maggioranza, di fronte a certe situazioni, smarrisce improvvisamente il senso dell’opportunità politica e presta il fianco con disarmante ingenuità alla reiterazione della critica più odiosa, ma anche più assidua, che le possa essere rivolta. E’ infatti inevitabile che si torni a parlare di leggi ad personam, perché gli interventi preannunciati riflettono fatalmente l’immagine di un Presidente del Consiglio che ha troppo a cuore la tutela dei propri interessi.

L’opposizione, dal canto suo, non si fa scrupolo di strumentalizzare l’errore altrui, ricorrendo addirittura alla menzogna, quando evoca l’inserimento del Lodo Schifani nel corpo del Decreto sicurezza.

Lo scontro andrà probabilmente avanti a lungo. Non risparmierà nemmeno la Consulta, che sarà strattonata dai due schieramenti nel tentativo di far pendere sul proprio versante la bilancia della legittimità costituzionale, né lascerà spazio per avviare finalmente un ragionamento serio sul tema dell’obbligatorietà dell’azione penale, che pure, poco a poco, dalla circolare Maddalena in poi, sembra stia aprendo una breccia nel muro dell’opposizione di una certa magistratura.

Speriamo almeno che non si traduca in un nulla di fatto, perché di una svolta la Giustizia ha davvero bisogno, che consenta di porre da subito un freno all’impunità almeno dei delitti più gravi.

In fondo sarebbe un miglioramento rispetto all’attuale situazione di impunità diffusa e generalizzata.

Commenti
paper
17/06/08 12:46
Berlusconi è stato votato
Berlusconi è stato votato dalla maggioranza del popolo italiano. Ebbene abbia il coraggio di parlare al popolo e dire tutta la verità senza prestare il fianco cercando leggi ad personam. Credo che la gente capirà la sua posizione , la chiarezza sulle cose che stanno a cuore deve per forza essere la cosa migliore ed è sicuramente premiante, togliendo così ogni pretesto ad una opposizione che solo a parole cerca il dialogo,ma non fa altro che cercare di affossare sempre più.
17/06/08 12:52
Davvero Dialogo a rischio?
La radio questa sera mi lascia alle notizie di politica: Veltroni pacato dice agli occhiali (dietro gli occhiali): «Dialogo a rischio». Ma è possbilie? Le elezioni di aprile devono considerarsi nella loro profonda struttura: quella di un vero e proprio patto costituzionale. Tale patto è stato disegnato dalla campagna elettorale, dalla costruzione del Partito Democratico, dalla conventio ad excludendum, usando un’espressione tecnica da prima repubblica, riflessa sulle ali estreme della sinistra e della destra. Veltroni e Berlusconi hanno creato un nuovo ordine costituzionale, cristallizzando l’asse dei partiti nel government by discussion. Il Parlamento viene ri-disegnato quale spazio aperto: il momento della trattativa –ossia della segretezza delle decisioni prese nelle segreterie di partito- viene sostituito dal momento della libera discussione pubblica in aula, restando ferma la modernità del meccanismo (ossia l’abbandono della visione classica della ricerca del bene comune per il relativismo kelseniano della ricerca del compromesso). L’essenza di questo nuovo gesto costituente sta nel ri-posizionare il parlamentarismo nella democrazia: l’interesse, quale componente atomico della società di massa, viene sublimato nella pubblicità della discussione. È un tentativo di razionalizzare non il parlamento (questo fu fatto nel ’48), ma la democrazia. La svolta di Veltroni e Berlusconi è in tal senso moderna: è il tentativo attualissimo di costruire una democrazia razionalizzata. Ma quel che ha davvero senso analizzare, è la struttura di tale patto. Anzitutto, sotto il profilo del modello istituzionale cui si ispira, è evidente che la nuova costruzione del Parlamento come luogo aperto e come essenza del sistema democratico porta con sé una nuova conseguenza. Berlusconi prepara probabilmente riforme costituzionali (meglio, della Costituzione come insieme di regole). Che tipo di riforme saranno? I sistemi politici europei percepiscono oggi il problema della decisione come fondamentale. In tal senso negli ultimi decenni il dibattito intorno a ruolo e funzioni del Governo è stato il nodo centrale per tutti i progetti di riforma. Evitare la stagnazione e l’insabbiamento delle lungaggini parlamentari è tuttora la parola d’ordine per un nuovo quadro dei rapporti tra poteri. Il patto costituzionale tra PD e Popolo delle Libertà risiede allora in questo: nel passaggio dal modello –originariamente cercato da Berlusconi- continentale francese al modello –cui un certo riformismo di sinistra ha tentato dal 1989 di ispirarsi- inglese. È un passaggio dal monarca repubblicano al Premier. L’idea del nuovo accordo costituzionale è che il problema della decisione politica vada coniugato non tanto alla democrazia, ma al parlamentarismo. È un accordo profondamente anti-democratico, volto a razionalizzare –ossia limitare, disciplinare, criticare in senso kantiano – la democrazia. Il modello berlusconiano fin dal ‘94 aveva tentato il superamento del parlamentarismo attraverso la democrazia, l’omogeneità, la legittimazione popolare del monarca repubblicano: la sua idea era quella francese, di far leva sulla presidenza della repubblica quale potere unitario e politico. Berlusconi si è oggi ri-posizionato nel patto costituzionale, accettando l’idea veltroniana all’inglese non di un superamento del parlamento attraverso la democrazia, ma di un superamento della democrazia attraverso il parlamento. La forma di governo che il patto costituzionale sottende, e che vuole disegnare, si fonda sulla discussione, ossia sulla relazione fiduciaria tra parlamento e governo: è il modello Westminster quello che viene qui calcato. Il governo assume funzione decisoria ed il parlamento ratificatoria, ma non attraverso un monarca, ma un Cabinet presieduto da un Leader. La differenza essenziale risiede proprio nel liberalismo del government by discussion. Nel modello post-golpista di De Gaulle la discussione non riveste alcun peso o importante, mentre essa è alla base del two party system inglese e della regola del mandato. Ma il passaggio da monarca a premier è più profondo, perché nasconde la questione centrale: quella della decisione. Il patto costituzionale tra Berlusconi e Veltroni mostra di identificare il problema decisionistico del ruolo del Governo come un problema non inerente la Sovranità, ma la competenza. I partiti costituzionali del nostro Paese –ed in questo Berlusconi può dirsi senz’altro un liberale- pensano la decisione in termini di competenza, ossia di velocità nella produzione di norme, di efficienza dell’iter legislativo. È un’idea tipica dello Stato di diritto, quella di negare lo stesso concetto di Sovranità. Tale idea, ha portato all’accordo costituzionale, al passaggio dal monarca al leader. Il monarca repubblicano, infatti, seguendo il modello francese, porta con sé l’idea della Sovranità: l’elezione diretta a suffragio universale, porta il monarca ad assumere naturalmente un doppio ruolo fondamentale nel sistema democratico. Da un lato, è il custode politico della Costituzione, ossia dell’ordine, dei valori dell’ordinamento, dall’altro è colui che decide sullo stato di eccezione, sulla sospensione delle norme, in virtù dei suoi poteri straordinari. Questo doppio ruolo, è ciò che il patto costituzionale ha voluto scongiurare. Veltroni e Berlusconi hanno mostrato due dei principi fondamentali dello Stato di diritto kelseniano, dello Stato legislativo. Lo Stato legislativo infatti rifiuta l’idea democratica del monarca come custode della Costituzione: più che politicizzare la Costituzione, si tende a giuridicizzarla (per questo il custode è un insieme di giudici, una Corte Costituzionale), ossia a renderla una grundnorm e non un ordine. Inoltre rifiuta anche il problema della Sovranità, perché tutto l’ordinamento deve ricostruirsi su scale e gradini di norme, sui concetti di validità e competenza. Può stupire che Berlusconi abbia rinunciato a quel modello che nel ’94 aveva accompagnato il suo ingresso in politica. In realtà, a mio avviso, Berlusconi ha compreso come quel modello nel nostro Stato fosse destinato ad essere rigettato. Probabilmente, egli aveva ed ha soltanto in mente l’idea di potere esercitare un potere forte, senza comprendere le sfumature che separano il monarca dal leader. Il patto con Veltroni, pertanto, va, nella rozzezza tipica di ogni statista, a braccetto con le sue modeste pretese. Il modello Westminster consente di nascondere il problema del Sovrano e del Capo dello Stato quale custode della Costituzione. La Sovranità viene ricondotta non alla decisione sullo stato di eccezione ma ad un mero proclama: pertanto essa risiede nel popolo, e nel Parlamento che lo rappresenta nella sua libera discussione. La sovranità parlamentare è un concetto ben diverso dalla sovranità quale decisione. Il custode della Costituzione viene anch’esso sospeso. La Costituzione stessa viene interamente ridotta ad un sistema di regole giuridiche, di modo che per custodirla non serve il potere politico, ma il giudice. Il passaggio dal sistema francese a quello inglese significa quanto esposto sin qui. È questa l’essenza del patto costituzionale tra PD e Popolo delle Libertà. Non credo ad una parola, quindi, quando Veltroni parla di dialogo a rischio. La sua stessa pacatezza tradisce quell’indispensabile bisogno di discutere. E di non decidere mai. T.Gazzolo (www.moscasulcappello.com)
giuseppe
17/06/08 12:56
Ha quello lo sfascio
Il Di Pietro si erge a giudice "de che" dell'ignoranza. Il miliardo dove è finito, aahhh botteghe "OSCURE".
Anonimo
18/06/08 09:05
leggi personali
il popolo l'ha eletto pensando che davvero affrontasse le leggi per aiutarlo, invece tutto come la prima volta prima pensa a sistemare quello che lo riguarda il resto può aspettare. speriamo che questo governo duri poco perchè la delusione è già tanta.
Rosario Nicoletti
18/06/08 09:31
la furbizia non paga
Molto giustamente, nell'articolo si parla di "errore". Non vi è nulla di più sbagliato di volere risolvere grandi problemi con piccole astuzie contingenti. Anche per le intercettazioni si commette lo stesso errore. In questo senso, il CAV non ha fatto tesoro delle esperienze passate. E' indispensabile approvare il "lodo Schifani" (o qualcosa di simile) che metta al riparo le più alte cariche dello Stato dalla incursioni dei PM. E su questo va fatta una battaglia a viso aperto, coinvolgendo l'intero Paese. Penso che la maggioranza che ha votato l'attuale schieramento ritenga Berlusconi vittima di una persecuzione giudiziaria: è pronta a sostenerlo, ma molti non approvano mezzucci e furbizie.
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