E immancabile arrivò la minaccia del boicottaggio. Registi, produttori e tutti gli addetti ai lavori compatti nel voler disertare i prossimi festival se le norme fiscali a vantaggio del cinema nazionale non verranno reintrodotte.
La protesta, a dir la verità, è sacrosanta. Ma è bastato il minimo incidente di percorso per dimostrare come il rapporto fra il mondo del cinema e il governo di centro-destra sia a dir poco complicato.
Per comprendere i malumori di oggi occorre però fare un piccolo passo indietro, e tornare all’ultima Finanziaria varata a fine 2007. In quell’occasione furono approvate alcune importanti misure di sostegno al nostro cinema. Si stabilivano infatti agevolazioni fiscali (tecnicamente chiamate tax shelter e tax credit) che all’estero hanno contribuito a rilanciare diverse cinematografie nazionali. Queste norme, approvate dal governo Prodi, videro la compartecipazione dei due schieramenti: da una parte l’On. Carlucci e dall’altra il Sen. Bordon lavorarono congiuntamente per raggiungere un’intesa bipartisan.
Ora, a distanza di qualche mese, alcuni di questi provvedimenti sono in serio pericolo. Il decreto legge con il quale Tremonti ha abolito l’Ici con un tratto di penna ha previsto l’abrogazione parziale delle agevolazioni fiscali per il cinema (come copertura per l’ammanco di entrate). La speranza è che possano essere ripescate in sede di conversione in legge del decreto. Al momento il documento si trova al vaglio della Camera e nei prossimi giorni si conoscerà il destino di tali misure.
In alcune dichiarazioni rilasciate dagli addetti ai lavori si mette in risalto il paradosso di un governo liberista che boccia provvedimenti liberisti. In effetti, il principio che guida queste agevolazioni sta proprio nel ridurre le barriere, create da un fisco che in Italia è particolarmente vessatorio, per favorire la produzione di film. Invece che stanziare nuove risorse per aumentare i sussidi diretti che, attraverso i dettami della “legge Urbani”, vengono indirizzati al cinema italiano, ridurre il peso fiscale in maniera generalizzata permette di togliere potere alla politica e lasciare che sia la libera interazione fra domanda e offerta a generare nuove pellicole.
Detassare è indubbiamente un comandamento che il governo Berlusconi va predicando già dal lontano 1994. Purtroppo, per varie cause, la battaglia del fisco non può dirsi di certo vinta. Può sicuramente creare imbarazzo il fatto che, provvedimenti di limitata portata generale (ma assai importanti per il settore cinematografico), subiscano un brusco stop: proprio in quel campo (quello fiscale) che dovrebbe essere il terreno di gioco preferito dal Cavaliere e dalla sua compagine. Gli incentivi al cinema sono stati calcolati nell’ordine di 10 milioni di euro. Per la detassazione dell’Ici sulla prima casa e degli straordinari il governo ha dovuto tagliare circa 3 miliardi di euro di spese. 10 milioni su 3 miliardi sono veramente poca cosa. Possibile che non si riesca a recuperare una così “piccola” cifra per altre vie?
Come detto in precedenza, il taglio ai sussidi erogati dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali attraverso le commissioni competenti è sicuramente una strada che si può perseguire. Cambiare le modalità di sostegno al cinema è sicuramente auspicabile. Passare da un sistema di aiuti diretti ad uno che preveda aiuti indiretti è la via da battere. Un esponente del PdL come Luca Barbareschi si è già espresso favorevolmente nei confronti della soppressione delle sovvenzioni dirette alle pellicole italiane. Occorre dunque sostenere la sua coraggiosa posizione ma, nello stesso tempo, reintrodurre la totalità delle agevolazioni fiscali per il settore. Perché il nostro cinema può vivere senza sussidi e prosperare con un fisco più “amico”.


L'arte vera non è il cinema.