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Più costi, minore qualità

L'America inizia a fare i conti con la riforma sanitaria dei Democratici

4 Gennaio 2010

Espandere le assicurazioni potrebbe non rivelarsi sufficiente per combattere le iniquità del sistema sanitario americano. "Il testo di legge passato al Senato finirà per alzare i costi riducento la qualità", ha scritto la rivista Commentary lo scorso 27 dicembre. "Dopo aver aumentato le tasse, tagliato milioni di dollari dal Medicare, imposto delle penalità per la gente che non vuole sottoscrivere una assicurazione ed aver aumentato i costi per chi ce l'ha già," ha detto il senatore repubblicano Charles E. Grassley dopo il voto al Congresso, "23 milioni di persone resteranno comunque senza assistenza". Gli effetti della riforma si sentiranno a partire dal 2013/2014, l'8 per cento della popolazione under 65 potrebbe restare senza assistenza, e tra i milioni di persone destinati a non avere copertura almeno un terzo saranno gli immigrati clandestini. Sono soltanto alcune delle critiche rivolte negli ultimi dieci giorni alla riforma sanitaria voluta con forza dal presidente Obama e dalla maggioranza democratica al Congresso.

E' stato un voto “storico” su una “grande riforma”, così il presidente Obama aveva salutato la riforma sanitaria approvata il 24 dicembre scorso dal Senato. Una versione, quella del Senato, passata con 60 voti favorevoli e 39 contrari, che dovrà essere armonizzata con il testo approvato il 7 novembre scorso dalla Camera, prima di poter essere firmato definitivamente dal presidente Obama. Nonostante il partito Repubblicano abbia votato in blocco contro, l'approvazione al Senato ha rappresentato un momento decisivo per l’America, se consideriamo le difficoltà e i costosi compromessi che i senatori democratici hanno dovuto affrontare per appianare le divergenze interne e arrivare ai 60 voti necessari. Gli americani lo chiamano il “magic number”, 58 democratici e due indipendenti, uno schieramento che è servito soprattutto nelle votazioni procedurali, durante le quali la maggioranza ha dovuto fare i conti con l’ostruzionismo repubblicano.

Obama ha paragonato la riforma al Social Security Act degli anni Trenta, meglio di Medicare, dunque, il programma di assicurazione medica per chi ha compiuto 65 anni, e di Medicaid, il programma federale sanitario per i più indigenti, entrambi voluti dal presidente democratico Lyndon B. Johnson nel lontano 1965. Ma forse  sta esagerando. Mentre parlava nella State Dining Room della Casa Bianca, vicino al fidatissimo vice Joe Biden, il presidente sapeva già che l’ultimo ostacolo sarebbe stato proprio nella armonizzazione fra il testo approvato dal Senato e quello della Camera. La squadra di Obama è già al lavoro, sicura che, dopo aver superato le proteste dei repubblicani e aver convinto i senatori democratici moderati con una serie benefici vantaggiosi, una strategia per i negoziati fra le due Camere non sia impossibile. L’obiettivo, come ha auspicato anche la presidente della Camera, Nancy Pelosi, è che il presidente americano possa firmare il testo finale della riforma prima del tradizionale “Discorso sullo stato dell’Unione”, previsto per la fine di gennaio.

Sono quattro le principali differenze fra i due testi. Innanzitutto, quello della Camera prevede una copertura assicurativa per 36 milioni di persone, con un pacchetto finanziario da 1005 miliardi di dollari, mentre il provvedimento del Senato arriva a tutelarne soltanto 31 milioni, per un totale di 848 miliardi da investire. In secondo luogo, la “House Bill” puntava a un sistema pubblico di assistenza sanitaria in competizione con le assicurazioni private; questo principio, che Obama ha fin da subito considerato irrinunciabile, alla fine è stato abbandonato per non perdere l’appoggio dei così detti “blue-dogs democrats”, ostili alla opzione pubblica. Solo in questo modo si è riuscito a convincere il senatore del Nebraska, Ben Nelson, che ha sbloccato il proprio veto il 19 dicembre, e il senatore del Connecticut, l'indipendente Joe Lieberman, che in cambio del suo appoggio ha ottenuto di non estendere la copertura del Medicare ai cittadini al di sopra dei 55 anni.

Diversamente da Nelson e Lieberman, la sinistra liberal americana è sempre stata contraria all’abolizione della “public option”, tanto che i repubblicani hanno sperato fino all’ultimo che i senatori Bernie Sander, Roland Burris e Russ Feingold bloccassero il passaggio del testo. Ma la compagine liberal, obtorto collo, ha votato compatta con la maggioranza democratica. Per un senso di appartenenza al partito? Non proprio, considerando che il senatore del Wisconsin Feingold, subito dopo l’approvazione della riforma, ha accusato l’Amministrazione Obama di aver decretato la morte dell’ente di assicurazione pubblica e ha dichiarato che si batterà per “far resuscitare” la “public option” nel testo finale.

E’ ancora aperta, poi, la questione che riguarda l’aborto. Entrambi i provvedimenti prevedono la possibilità di utilizzare fondi pubblici per interrompere la gravidanza. Mentre il testo della Camera vieta la copertura delle spese per l’aborto, al Senato i democratici hanno deciso di non regolare il sistema a livello federale e lasciare la decisione a ogni singolo Stato. C'è poi la questione delle tasse “extra” per coprire i costi della riforma. Se la Camera vuole aumentare le tasse agli americani più ricchi, il Senato preferisce adottare un prelievo maggiorato non sui patrimoni degli assistiti, bensì sulle assicurazioni più costose, i cosiddetti Cadillac plans. Una misura che ha già provocato le proteste dei sindacati, e ha spinto il deputato democratico Joe Courtney a definire la questione delle tasse come la “più insidiosa” del testo votato al Senato.

Obama dovrà anche fare i conti con quella che il New York Times ha definito  “una polarizzazione partigiana del sistema politico americano”. L’approccio bipartisan è stato impossibile e una spaccatura così evidente fra i due principali partiti del paese non ha precedenti: quando si creò il Medicare, ai tempi di Lindon Johnson, al Senato ci furono 68 voti favorevoli e 21 contrari, dove 55 democratici votarono insieme a 13 repubblicani. Ma oggi la situazione è diversa, e secondo gli ultimi sondaggi soltanto il 38, 4 per cento degli americani è favorevole alla riforma e l’indice di gradimento di Obama è sceso al di sotto del 50 per cento. Il presidente americano ha promesso troppo: risparmi sui costi sanitari, rientro sul disavanzo pubblico, tasse soltanto per le fasce più ricche della popolazione, quelle con redditi fra i 200 e i 250 mila dollari l’anno. E se i repubblicani lo aspettano al varco, anche la stampa non sembra essere troppo benevola.

Qualche giorno fa, il New York Times riportava che alcuni ospedali specializzati nelle cure per gli anziani, come il Ronald Reagan UCLA Medical Center di Los Angeles, sono preoccupati di non poter garantire i servizi alla comunità a causa della riforma sanitaria. Una conferma indiretta del monito lanciato dall’ex governatrice dell’Alaska e candidata repubblicana alla vicepresidenza nel 2008, Sarah Palin, secondo la quale la riforma rischia di introdurre dei “death panel” che non avrebbero alcuno scrupolo a sbarazzarsi di anziani e malati terminali, pur di agevolare le casse federali. Come raccontava, infatti, un manager dell’ospedale Ronal Reagan al Times, l’obiettivo principale dei medici è curare i propri malati in tutti i modi possibili, senza badare a spese. Ma la riforma, sebbene ampli le fasce di beneficiari del Medicare e il Medicaid e la copertura per gli anziani e i poveri, riduce la qualità e l’intensità delle cure proprio agli anziani. Dopo le dichiarazioni vittoriose dei giorni scorsi, adesso i democratici e il loro presidente devono completare il lavoro. Come ha detto il portavoce della Casa Bianca, David Gibbs, “La riforma non è più una questione di sé, ma una questione di quando”. Non è detto che tutto avvenga così velocemente. 

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