Il fronte neo proporzionalista è in movimento. L’avanguardia ne è senza dubbio Pierferdinando Casini che sta giocando tutte le sue carte, dall’appoggio a Silvio Berlusconi sulle misure antigiustizialiste agli accordi salva vita del Pd nelle regioni, pur di ottenere una legge che gli consenta di esercitare il suo ruolo di condizionamento in parlamenti che non indichino più maggioranze definite dagli elettori.
Pierluigi Bersani è indotto a fare da sponda a Casini, oltre che da esigenze tattiche di sopravvivenza, da un Massimo D’Alema scettico sulle possibilità che la sinistra possa mai esercitare un ruolo di governo con un sistema maggioritario.
Però la vera novità sono le new entry filoproporzionaliste sulla scena politica, che possono aiutare l’evoluzione della situazione in un certo senso. Non si tratta tanto di Luca Cordero di Montezemolo che in fin dei conti è impegnato solo in giochi di piccolo cabotaggio (nella speranza sempre più evanescente di restare presidente della Fiat) quanto di Carlo De Benedetti che, privo ormai del controllo del Pd, senza possibilità di mettere sotto Casini (ben sostenuto da Francesco Caltagirone), cerca di rimescolare le carte della politica in modo di tirare fuori un piccolo spazio per sé (vedi anche la mossa disperata di sostenere Francesco Rutelli e Bruno Tabacci). Se si considera che anche in ambienti della Chiesa, persa la guida illuminata di Camillo Ruini, si pensa a possibili soluzioni proporzionaliste, che Gianfranco Fini in tutti i suoi scombinati giochi rischia di essere una variabile impazzita e che la Lega “non morirà” certo per il maggioritario, è evidente come la possibilità di svolte neoproporzionaliste non è completamente infondata.
C’è solo un piccolo ostacolo: la grande maggioranza degli italiani, più o meno due terzi, non vuole tornare al passato. E questa maggioranza diventa ancora più solida al Nord. Se si leggono i movimenti di opinione settentrionali, si noterà il crescere delle simpatie per la Lega Nord, non tanto in senso di sostegno al “maggioritario” quanto di scelta di garanzia contro i ritorni al passato. Persino in Piemonte dove c’è un fortissimo Sergio Chiamparino, dove Mercedes Bresso pur non essendo un’aquila non è stata neanche un disastro come presidente regionale, Roberto Cota è dato vincente alla grande, anche contro l’Udc alleata al Pd, superando di un balzo lo stesso Enzo Ghigo, già di Forza Italia e ora del Pdl, pur amato da una buona fetta di elettorato.
E’ proprio il ritorno al passato primorepubblicano, al predominio dei partiti, e del centralismo a questi legato che sta dando una spinta inedita ai leghisti che non temono neanche il passaggio a un’alleanza con la sinistra (pur improbabile) di Giancarlo Galan in Veneto. Resiste il consenso di Roberto Formigoni in Lombardia grazie al suo stile presidenzialista di governo che ha convinto gran parte dell’elettorato. Ma decine di pm sono al lavoro per minare le basi del suo consenso, come si è constatato in questi ultimi mesi con una retata dopo l’altra di uomini legati al centrodestra lombardo.
Vi è una qualche miopia da parte dei vari ambienti della magistratura militante milanese: se con la loro attività riusciranno a minare la leadership formigoniana, l’onda leghista antigiustizialista (così “sovranisti” come sono gli uomini di Umberto Bossi), tanto più se si allenteranno i vincoli di unità nazionale, sarà ancora più determinata di quella pidiellina di oggi.

