Martedì 22 Maggio 2012
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Acque agitate nel Pdl

Il fuorionda di Fini fa infuriare il Cav. che vuole un chiarimento "pubblico"

1 Dicembre 2009

Il fuorionda di Fini col procuratore Trifuoggi manda su tutte le furie il Cav. e segna l’ennesimo strappo tra i due. Al punto che il Pdl chiede al presidente della Camera un chiarimento “pubblico e tempestivo” delle sue parole. I fatti: 6 novembre scorso,  Gianfranco Fini è a Pescara per la cerimonia di consegna del premio Borsellino, seduto vicino al capo della procura della città abruzzese Nicola Trifuoggi. Nella conversazione tra Fini non risparmia critiche al premier. Parole rese pubbliche solo oggi e messe in rete dal sito Repubblica.it .

Berlusconi, commenta il presidente della Camera nel fuorionda, “confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo: magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, capo dello Stato, Parlamento”. E non basta la precisazione del portavoce di Fini a far rientrare l’incidente, tanto che nel pomeriggio sul caso viene convocata in tutta fretta una riunione dei vertici del Pdl per decidere il da farsi. Il clima non è affatto disteso anche perché le parole di Fini che del premier dice “confonde la leadership con la monarchia assoluta… in privato gli ho detto: ricordati che gli hanno tagliato la testa... quindi 'statte quieto' “, nei ranghi del Pdl suscitano più di un malumore. Come quando il procuratore di Pescara osserva che il premier “è nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l'imperatore romano” e Fini ironizza riprendendo un passaggio del discorso di  Aldo Pecora (portavoce del movimento antimafia "Ammazzateci tutti") che dice: “Noi siamo di passaggio, qua nessuno è eterno, non si vive in eterno”. E Fini commenta: “Se ti sente il presidente del Consiglio si incazza...”.

 A complicare il quadro  c’è il fatto che quel 6 novembre a Pescara, Fini parla anche delle rivelazioni del pentito Spatuzza citando il vicepresidente del Csm Nicola Mancino. A Trifuoggi il presidente della Camera dice che le rivelazioni del pentito di mafia sono “una bomba atomica” e si augura che siano riscontrate con tutto lo ''scrupolo'' del caso. Poi parla delle persone coinvolte: ''Lei lo sapra'... Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro dell'Interno, e di... uno è vicepresidente del Csm, e l'altro è il presidente del Consiglio”. L’interlocutore risponde: “Però comunque si devono fare queste indagini'' e Fini aggiunge: “Ci mancherebbe altro”. Proprio l’inquilino di Montecitorio è stato costretto nel pomeriggio a telefonare a Mancino , a sua volta molto risentito dell’accaduto (“ignoro il contenuto delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sul mio conto; ribadisco l'assoluta mia estraneità ad ogni forma di coinvolgimento nella presunta trattativa Stato-mafia, che, se avvenuta, non è stata mai portata alla mia conoscenza”, dichiara a Repubblica.it), per tentare di disinnescare la miccia.

Fini ha spiegato al vicepresidente del Csm di aver fatto confusione attribuendo a Spatuzza quanto aveva detto in un primo tempo il figlio del sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino, a proposito della trattativa tra lo Stato e la mafia (dichiarazioni note, per le quali Mancino aveva querelato Ciancimino junior). Un gesto chiarificatore ma altrettanto,  fanno notare nelle file pidielline,  Fini non ha fatto con Berlusconi che dal suo entourage viene descritto come “infuriato, amareggiato e deluso” per quanto detto in quel fuorionda dal co-fondatore del Pdl. Sentimenti che il Cav. non avrebbe nascosto nella telefonata ai vertici del partito riuniti a via dell’Umiltà (i coordinatori nazionali e i capigruppo di Camera e Senato) sollecitando la necessità di un “chiarimento pubblico e tempestivo” da parte di Fini perché altrimenti, avrebbe aggiunto il premier, “così non si può andare avanti”.

Durante la riunione, la componente forzista del partito avrebbe criticato senza riserve gli strappi di Fini sottolineando l’esigenza di non lasciar cadere nel vuoto l’ennesima presa di distanza del presidente della Camera.  E la nota che il partito attraverso il portavoce Daniele Capezzone affida alle agenzie non è da meno: “Nell'ultimo ufficio di presidenza del Pdl - si legge - ci siamo espressi all'unanimità sull'utilizzo dei cosiddetti 'pentiti', sull'uso politico della giustizia, sul tentativo in atto di ribaltare il risultato delle ultime elezioni politiche. Quel documento per tutti noi esprime la linea di fondo del Pdl. Tocca ora al presidente della Camera spiegare il senso delle sue parole e se con quelle ragioni è ancora d'accordo”.

Commenti
zoilo
01/12/09 23:12
immunità
Fini ha forse bisogno di spulciare qualche libro di storia delle costituzioni. Ho trovato su di un sito del PDL questa curiosa favola. E' lunga ma sembra adatta alla vicenda. Il bignami dell’immunità C’era una volta il Re. Era sovrano per grazia di Dio e aveva tutti i poteri. Compreso quello di fare le guerre, imporre tasse e balzelli, giudicare e fare le leggi. Il popolo a volte lo odiava, a volte lo venerava e si prostrava a suoi piedi; di certo pagava le spese militari, le corti faraoniche, i castelli, i balli e le ballerine. Poi la borghesia, cioè il ceto che era il più tosato, si stufò e volle impedire che il Re continuasse a spendere e spandere il denaro accumulato con gli esattori. I borghesi dissero: Maestà noi ti diamo i soldi e tu li spendi con il tuo governo, vorremmo controllare come amministri le risorse che noi ti concediamo con tanta generosità. Il Re prima nicchiò, poi o perché i borghesi minacciavano la rivoluzione o perché la facevano sul serio, si convinse a concedere una sorta di papello che fu chiamato costituzione. Con questa carta octroyée i borghesi ottennero la possibilità di eleggere i loro rappresentanti. Nacquero così le Assemblee elettive che aiutavano il Re a scrivere le leggi, a controllare il governo di esclusiva nomina reale, ad impedire o autorizzare pazze avventure in guerre e conquiste. Il compito principale delle Assemblee era quello di approvare il bilancio dello Stato e di avere la competenza esclusiva sulle imposte e sulle tasse. Insomma le Assemblee cercavano di limitari i poteri di spesa del Re, che però, essendo il titolare della sovranità, manteneva il potere esecutivo, e anche il controllo degli inquirenti e dei magistrati. In quei tempi era frequente che qualche deputato avesse strane visite e strane accuse della polizia, specialmente se si mostrava troppo indipendente dal Re e magari fosse un contestatore abituale di ministri e corte reale. Il deputato poteva essere arrestato o solamente mascariato dalla polizia per impedirgli di svolgere serenamente i suoi compiti. Allora i borghesi, deputati all’Assemblea, chiesero e ottennero, anche se con molta difficoltà, che fossero tutelati nella loro attività politica. Pretesero che senza il preventivo benestare dell’assemblea di cui facevano parte, non potessero essere accusati dalla polizia e/o giudicati dalla magistratura. Il Re, come sempre prima nicchiò e poi, avendo sempre bisogno di soldi per le sue spese e per quelle dell’esercito, per non perdere le entrate, accolse la richiesta. Nacque così l’immunità parlamentare. La storia portò altre evoluzioni nei sistemi dello stato e anche il Re dovette arrendersi ad altre limitazioni dei suoi poteri. In molti casi i sovrani furono addirittura deposti e mandati via, in altri casi mantennero il trono ma con poteri molto affievoliti. Da sovrani per grazia di Dio, passarono a essere sovrani per volontà del popolo. Anche i borghesi dovettero piegarsi al flusso degli eventi. Le assemblee che prima rappresentavano soltanto i censi ricchi si trasformarono in assemblee popolari e fu necessario concedere anche un appannaggio agli eletti, perché altrimenti non avrebbero avuto le risorse per recarsi nella capitale e pagarsi le spese. Non mancarono le dittature di pericolosi e strani personaggi che riuscirono a prendere il potere, mantenendo addirittura il regime monarchico o istaurando nuove repubbliche. Il suffragio divenne popolare e gli eletti, da controllori della spesa, divennero titolari della spesa. Adottavano le leggi fiscali, si arrogarono anche il diritto di nominare e dare la fiducia al governo che non era più espressione del Re , ma una loro diretta emanazione. La chiamarono democrazia rappresentativa. L’evoluzione non si fermò mai fino a che finalmente la sovranità non si trasferì dal Re ad altre istituzioni, o alla stessa struttura dello Stato, o all’assemblea degli eletti o addirittura al popolo. E l’immunità degli eletti? Il discorso si fece sempre più difficile e complicato. Furono rispolverate certe originali idee di un eccentrico studioso, tale Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, che sancì nella sua incomparabile sapienza che in uno stato i poteri erano addirittura tre e non soltanto uno sovrano. E che tutti e tre i poteri dovessero combinare la loro attività senza pestarsi i piedi a vicenda e rispettandosi l’un l’altro. Facile a dire, per il barone, ma difficile a praticarsi. Secondo il nostro lo stato doveva organizzarsi in potere legislativo rappresentato dalle Assemblee, in potere esecutivo dal governo e in giudiziario dalla magistratura. Il fatto era che se prevaleva il Parlamento adottava leggi che in fondo garantivano la permanenza degli stessi eletti senza badare a spese e a danno di un ricambio; se prevaleva il Governo adottava provvedimenti legislativi che mortificavano il parlamento condannandolo ad una funzione quasi notarile, se invece prevaleva la magistratura poteva fare il bello e il cattivo tempo perché non rispondeva a nessuno. Ma la sovranità a chi apparteneva? In un paese dove i giuristi sono sempre stati numerosi e di fine dottrina, i Costituenti ci provarono a sbrogliare la matassa. La prima cosa che decisero fu che la sovranità appartenesse al popolo. La seconda che le leggi le facesse il Parlamento. La terza che il governo amministrasse la cosa pubblica, ma sempre con la fiducia del Parlamento. La quarta cosa che la giustizia fosse amministrata, sempre in nome del popolo, da un ordine indipendente per non essere condizionata. Per mantenere il rispetto delle competenze pensarono ad un organo superiore per decidere in modo inappellabile gli eventuali conflitti di competenza fra i tre poteri. Però non bastava avere una tale istituzione, bisognava anche evitare che i poteri si pestassero i piedi fra di loro durante tutto l’anno. Qualcuno parlò di bilanciamento dei poteri. Una specie di bilancia a tre piatti che portavano ognuno lo stesso peso, cioè la stessa autonomia nei confronti degli altri. Alla magistratura fu data la possibilità di amministrarsi da sola, per evitare che non si ripetessero le esperienze negative del passato. Al governo fu limitata la possibilità di adottare le leggi, memori di eccessi autoritari che tanti danni addussero alla democrazia. Il Parlamento fu sdoppiato in due assemblee di pari competenza per evitare i colpi di mano assembleari, ma gli fu concessa la piena facoltà di legiferare, quale diretta espressione della volontà popolare e quindi della sua sovranità. Si disse anche che il parlamento era sovrano, ma nella pratica si dimostrò una definizione esagerata. La cosa sembrava perfetta ma ci fu qualche pessimista che si accorse che, in fondo, dalle norme costituzionali scaturiva una realtà sorprendente. L’unico potere veramente indipendente era la magistratura, perché gli altri due in un modo o nell’altro dovevano rispondere del loro operato. O agli elettori o al Parlamento. E se, concludeva il pessimista, la magistratura per un imprevedibile raptus avesse cominciato a pestare i piedi agli altri due poteri chi avrebbe potuto evitare eventuali eccessi inquirenti nei confronti degli eletti e del governo? E se i magistrati avessero cominciato a fare i politici, il governo a legiferare e il parlamento a spendere senza ritegno, dove sarebbe andato a finire lo stato e la volontà popolare? Si ricorse al sempre utile metodo del bilanciamento dei poteri, con soddisfazione scientifica dei politologi, e parziale sollievo degli elettori. Il parlamento doveva ogni anno approvare un bilancio e le spese indicate dovevano avere una copertura fiscale in modo che il popolo potesse giudicare del suo operato. Al governo fu limitato la facoltà di legiferare se non per casi urgenti. Alla magistratura fu impedito di inquisire deputati e senatori senza l’autorizzazione delle rispettive assemblee. D’altra parte anche nella precedente esperienza costituzionale il Re aveva concesso adeguate guarentigie a favore dei deputati nei confronti della magistratura. Addirittura i senatori si giudicavano da soli come oggi fanno i magistrati. Per i deputati fu ripresa pari pari la stessa norma concessa dal Re, con una piccola differenza che restringeva di un capellino l’immunità. Poi in una memorabile notte della repubblica il parlamento in piena crisi masochistica si dilettò in ripetute ed esilaranti ginnastiche fantozziane. Approvò una legge, ripetendo per ben quattro volte il rito, con la quale abrogava il suo privilegio per cui senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento poteva essere sottoposto a procedimento penale La favola è finita. Il Re non c’è più. La sovranità appartiene al popolo. Il popolo elegge i propri rappresentanti, che debbono difendere la loro libertà da un potere che loro stessi hanno creato. E il barone si rivolta nella tomba. (Omero Mastix)
daniele
02/12/09 01:15
Berlusconi ha già subito i
Berlusconi ha già subito i diktat di Follini-Casini-Fini.Cabina di regia,discontinuità ecc.Non dimostrò grande coraggio.Il caso Fini non si sarebbe sviluppato se fosse stato subito stoppato.Invece ci sono stati gli incontri a Montecitorio,Fini considerato un alleato e non un iscritto al pdl,le candidature discusse con lui,come fosse ancora il padrone di an e così via.Ora,se non si vuole far diventare il pdl una farsa,si è arrivati al capolinea.O si dirà ancora che,in fondo,è un dibattito che arricchisce?O qualche altra cavolata in puro politichese?Si faccia quel che si deve fare:Si considerino le posizioni finiane fuori dal pdl e lo si inviti ad andarsene.Si vada in parlamento e si chieda la fiducia.E,se non ottenuta con notevole margine,si vada ad elezioni.Così Berlusconi potrà ripresentarsi,risolvendo un grosso problema del pdl,non avrà cavalli di troia e potrà rispettare integralmente il programma.E Fini dovrà finalmente guadagnarsi la pagnotta.E sarà proprio dura.Sarà un addio Mr Fini,e senza rimpianti.
domenico
02/12/09 06:52
la capezza di capezzone
Alessandra (e questo giornale) è forse l'alter ego di Capezzone? Attenzione: Capezzone viene da Capezza (alias Cavezza), ovvero la fune con cui si tiene legato per la testa un animale. Mi astengo da qualsiasi commento, essendo ogni commento ovvio e sempre vero.
Anonimo
02/12/09 12:01
Fini ha capito che il
Fini ha capito che il berlusca è alla frutta, travolto dalla sua esaltazione (il vero motivo per cui l'ex moglie l'ha lasciato, scriveva lei, è che Berlusca è un po' fuori di testa e perde i colpi ormai) e dallo tsunami giudiziario che, prima o poi,farà chiarezza sui rapporti tra Mafia e Partiti. Allora Fini vuol creare un centro destra che sia "ammissibile" anche in Europa, dove mal digeriscono le infantili bambinate della Lega e del PDL. In Europa Lega e Berlusca sono visti e vissuti come due storture tutte italiane, di quelle cose che mai accetterebbero a casa loro, ma siccome capitano da noi fanno sorridere.Fini ha capito che aria tira e cavalca l'onda, vuole un centro destra degno di questo nome,non l'inguardabile accozzaglia di baggianate che è ora, supportato dai bruciatricolori della Lega (vi rendete conto che Bossi ha sputato su Berlusconi per anni, e ora lo difende come fosse suo fratello?)...
stefano Quadrio
02/12/09 12:35
Vecchio film
Ogni volta che qualcuno del PDL fa una affermazione fuori dalla linea del partito leggiamo di furibonde reazioni da parte di Berlusconi, poi non succede nulla, a parte u comunicato di Capezzone e le livorose dichiarazioni di Gasparri e simili (il nulla appunto). E' chiaro che così la situazione non può che peggiorare. Maglio sarebbe discuterne, trovare un compromesso sulla linea del partito e proseguire uniti.
Erasmo
02/12/09 12:50
Il trasformismo ed il binocolo miope di Crispi
Mutatis mutandis, sembra ripetersi la storia del trasformismo italiano, che non è – se badi - la capacità di cambiare idea (che è un diritto naturale), ma quella di colpire gli amici e gli alleati con complotti ambigui e “salti della quaglia” inaspettati per trarne profitto politico personale senza curarsi degli interessi nazionali. Quando, nel 1893, Giolitti (che, nonostante sia passato ingiustamente alla storia come “il ministro della malavita”, non era un santo, ma aveva le mani assolutamente pulite e le sue colpe erano solo politiche, come è stato poi accertato in sede sia giudiziaria, sia storica) fu fatto segno a una tempesta di ingiurie ed accuse per lo scandalo della Banca Romana, Crispi, professionista della politica e in particolare del trasformismo, rispolverò un suo vecchio binocolo da teatro per godersi da lontano in Parlamento la scena del massacro del rivale, costretto alle dimissioni. Crispi gongolò, ma non immaginava che lo scandalo lo avrebbe travolto a sua volta. Anzi l’anno dopo puntò su una magistratura docile e da lui manovrata, per dare il colpo di grazia a Giolitti, ma la sua trama gli si rivoltò contro e la “questione morale” fu impugnata contro di lui anche da un suo ex amico come Cavallotti (che era un pò il Di Pietro di allora). La demonizzazione di Giolitti ebbe un peso circa venti anni dopo quando Giolitti, anche per il fumo (persecutorio) restatogli appiccicato addosso da quella passata vicenda, non potè impedire. come avrebbe voluto, che l’Italia entrasse in una guerra resa superflua dal fatto che gli imperi centrali si erano dichiarati disposti a concedere all’Italia “parecchio” delle rivendicazioni territoriali italiane. Alla guerra seguì il fascismo con tutte le sue conseguenze e, quindi, la tragedia italiana del XX secolo. Morale: il trasformismo non giova a chi lo fa e il prezzo lo pagano l’Italia e tutti gli italiani. Ed è un prezzo capitale.
Anonimo
02/12/09 13:26
Fini-to
ora se il Pdl non vuol perdere la credibilità conquistata da Silvio Berlusconi dal predellino deve far dimettere Gianfranco Fini dalla carica di presidente della camera e deve cacciarlo dal Pdl, se il premier non lo fa noi elettori di centrodestra voteremo tutti in massa lega nord almeno per quello che riguarda la zona dove abito io, provincia di Ferrara. Berlusconi cacci Fini se non vuol vedere il Pdl svuotato!!!!
Anonimo
02/12/09 13:47
Fini ha detto in privato
Fini ha detto in privato ciò che dice in pubblico. Ha condiviso con un magistrato delle considerazioni ovvie, le indagini si devono fare, le rivelazioni di Spatuzza vanno verificate e se tali hanno effetto di una bomba atomica, si mortificano i giovani offrendo esempi di comportamento come quelli dei nostri leader sui giornali, e così via. Francamente mi stupisce questo stupore, semmai il problema è liberarsi di B. che ormai non ha più serenità per fare nulla, parla proprio come se le accuse che gli si muovono fossero vere. Ha la coda di paglia e anzichè governare ed essere superiore continua ogni giorno a piangere. Se ne vada e che Fini o Tremonti o Sacconi o Frattini prendano il suo posto.
vanni
02/12/09 15:31
S'ode a sinistra uno squillo di tromba?
La difesa che la sinistra fa di Fini mette di buonumore, così come le pacate osservazioni su Berlusconi (... non ha serenità... coda di paglia... furibonde reazioni... fuori di testa... perde i colpi... travolto dalla sua esaltazione...) e i suggerimenti sereni e al di sopra delle parti (... se ne vada e che Fini o Tremonti o Sacconi o Frattini prendano il suo posto... in Europa Lega e Berlusca sono visti e vissuti come due storture tutte italiane... un centro destra degno di questo nome, non l'inguardabile accozzaglia di baggianate che è ora... Bossi ha sputato su Berlusconi per anni, e ora lo difende... ) Insomma: via il nuovo cinghialone, fate come come vi diciamo noi e ricomincerà la concordia bipartisan e costruttiva. Il solito viziaccio del comunismo, pratico figlio dell'idealismo, che - come gli càpita troppo spesso - scambia le sue visioni con la realtà e vuol ficcare le proprie idee pure nella testa di tutti gli altri. Ma neanche nell'URSS, ma neanche a Cuba, neanche nella DDR... nonostante la violenza padrona.
Anonimo
02/12/09 16:46
Adesso basta
Non sa scaldare i cuori, nè conquistare le menti e gli elettori. Ricordate chi prese i voti nel 2006? Può aspirare al ruolo di un Veltroni. Non sa aspettare il suo turno, ambizioso, precipitoso e non sarà lui a prendere il posto di Berlusconi. Saprà essere un Bruto, non un Ottaviano Augusto.
Yanez
02/12/09 18:37
Modesta proposta
Dalle dichiarazioni sulla "bomba atomica", sibilline come devono essere quelle ci uno che, in realtà, non sa bene di che sta parlando, che cosa si dovrebbe dedurre? Se la logica ha ancora diritto di cittadinanza da queste parti, i casi sono due: 1) Fini sospetta il Cav. di essere un mafioso (e in questo caso, perché rimane al suo séguito?) 2) Fini NON sospetta il Cav. di essere un mafioso (e in questo caso, perché non lo difende e anzi gongola delle infondate accuse che gli sono rivolte). Fini è libero di dire quello che gli pare a chi gli pare, ma i suoi colleghi di partito non possono continuare a fare finta di niente. E un po' di dignità gli suggerirebbe, se proprio nel PdL s sente così soffocato, di seguire l'esempio di Rutelli. Noi, credo, sopravviveremmo anche senza il suo prezioso contributo.
Sergio
03/12/09 10:03
Fuori!
Fini rappresenta solo se stesso e non capisco perchè il PDL, ad iniziare dalla componente ex AN, non trovi il coraggio di cacciarlo. Forse non si rendono conto che una sua uscita dal PDL causerebbe molto meno danni, in termini di perdita di voti, di quanti ne causa la sua permanenza. Nella situazione attuale il voto alla Lega viene visto non solo come l'unico mezzo per liberarsi di quest'uomo cinico che ci ha traditi per soddisfare le sue ambizioni, ma anche come rifugio verso un partito leale e onesto nelle sue idee sul quale potere fare affidamento.
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