Martedì 22 Maggio 2012
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L'Editor

I giovani scrittori italiani hanno la passione della "fantastoria"

5 Settembre 2010

Sulla scia della nostra intervista a Enrico Palandri parte "L'Editor", una rubrica dell'Occidentale in cui ci occuperemo di recensire libri di giovani autori pubblicati in sordina, per esplorare il panorama dell'inedito o dell'edito che non fa notizia. Come diceva Bianciardi, ogni italiano ha un manoscritto nel cassetto. Il problema è capire quanto valgono. Iniziamo con "Ovivoi", la prova d’esordio del giovane Enrico Gandolfi.

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“Un mosaico dalle molte facce, nessuna compiuta, nessuna mancante”. È questa in sintesi la singolarità ma anche il limite strutturale di un libro come Ovivoi. Ansimando nebbia, prova d’esordio del giovane Enrico Gandolfi (Battei, 2007). Un testo costruito a colpi di espressioni evocative e immaginifiche, eppure ostinatamente astratto nei suoi contenuti e nella trama generale.

Dai pochi riferimenti dati dall’autore (e dall’utilissima introduzione che risulta una mappatura del testo) sappiamo che la storia è ambientata in un futuro prossimo, dove il mondo è suddiviso in tre grandi nuclei: L’Europa, il nuovo Terzo Mondo e il Giappone. A rappresentarli personaggi come il Magister, che del vecchio mondo è portatore della cultura classica, unico antidoto contro la decadenza, o Apto, che invece del paese del Sol Levante incarna il tipico guerriero, e che si ritroverà a confrontarsi con la tradizione antica.

Ognuno dei personaggi che compaiono nel corso dei “Tredici Lemmi”, i capitoli che suddividono la prima parte del romanzo, è portavoce di una situazione contraddittoria, esprime un’identità incerta, mutevole, destinata perlopiù a soccombere. Lo stesso Victor, appartenente al nuovo Terzo Mondo, divenuto il più progredito, è chiuso nel proprio egocentrismo, e questa condizione lo porta a un tormento continuo. Metaforicamente i vissuti del personaggi, nelle intenzioni dell’autore, rappresenterebbero differenti stadi della conoscenza e della coscienza, anche se non posti su un piano gerarchico.

Alternando descrizioni dal sapore apocalittico e di ispirazione futurista e molti dialoghi mistico-filosofici, il romanzo sembra procedere seguendo più la struttura di una messa in scena teatrale che le esigenze narrative di una storia scritta. Un percorso chiaramente in controtendenza rispetto all’immediatezza e alla facilità di lettura cui siamo abituati con la maggior parte dei romanzi italiani contemporanei. Nella seconda parte nuove figure fanno la loro comparsa aggiungendo un ulteriore elemento di disorientamento, spezzato anche da “Interludi” − bruscamente realistici − che colgono il lettore impreparato, sorprendendolo talvolta positivamente, e che rivelano in definitiva una forte componente soggettiva nella scrittura.

D’altronde è lo stesso Gandolfi a seminare nel suo scritto degli indizi: “lo scrivere è come il moto delle maree, puoi soltanto farti portare”; “solitari ci si esprime, solitario il pubblico”. Una posizione esplorata e sperimentata pienamente in Ovivoi, un romanzo al di fuori dei generi, coraggioso, filosofico, multiforme, poco incline ai chiarimenti, anche concettuali.

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