Martedì 22 Maggio 2012
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In attesa del federalismo

Il Governo mette sotto controllo
la spesa degli Enti locali

11 Luglio 2008
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L’Italia è il paese delle grandi asimmetrie. Il programma elettorale del Pdl evidenziava  le principali anomalie della nostra finanza statale: il patrimonio pubblico è di gran lunga superiore al debito, quest’ultimo è collocato sul mercato, mentre l’attivo è in gran parte in mano pubblica. 

 

Ed ancora, il debito  è del governo centrale (dello Stato), mentre gran parte del patrimonio  – circa due terzi del totale – è dei governi locali. Infine, mentre il prelievo fiscale è centrale, gran parte della spesa pubblica, quella più discrezionale, è locale.

Il problema principale, dunque, è che chi ripiana i debiti non coincide con chi li origina. Da tempo regioni, province e comuni esondano dal perimetro di spesa e ormai abusano persino dei mercati finanziari.

I vincoli di finanza pubblica inducono infatti gli enti a ricercare spesso soluzioni capaci di dare risposte immediate ai problemi finanziari, che però spesso producono effetti negativi sugli equilibri di medio e lungo periodo.

A questo si aggiunge il ricorso a strumenti finanziari complessi e sofisticati. Prima di addentrarsi nel programma di governo - per permettere anche a chi non mastica finanza tutti i giorni di seguire la nostra analisi, per identificare realmente le dimensioni del fenomeno - è opportuno prima ricordare cosa sono i derivati ed il loro rapporto.  

Cioè come questi strumenti si sono ben accasati, tra le varie speculazioni degli enti locali. I derivati sono strumenti finanziari il cui valore deriva da quello delle attività sottostanti, quali valute, merci, titoli, crediti, indici finanziari o di altro tipo, o anche (!!) ulteriori derivati. 

Sono nati per coprire le imprese ed altre istituzioni da una serie di rischi legati alle loro attività, quali il rischio di cambio, quello di tasso di interesse, il rischio di oscillazione dei prezzi delle materie prime e si sono poi estesi ad altre aree, quale quella del rischio di credito.  

Il loro obiettivo originario era quindi quello di strumenti di tutela contro i rischi, in realtà oggi sono sempre più adoperati ai fini speculativi e non a fini di protezione.  

Si pensi poi che il loro utilizzo tende a gonfiare l’attivo ed il passivo di bilancio, rendendo più difficile la comprensione reale dei fenomeni aziendali dai dati di bilancio stessi.  

L’ampio utilizzo dei derivati specie nel settore pubblico è servito negli ultimi anni a nascondere perdite di bilancio, per spostare in avanti un indebitamento difficilmente affrontabile sul momento.  

Sono strumenti spesso di difficile o difficilissima comprensione in tutte le loro implicazioni e  possono portare, paradossalmente, a perdite enormi tanto che in caso di crisi dell’economia, possono accentuare l’instabilità sistemica a causa della stretta connessione che essi attuano tra i vari mercati finanziari. 

Le posizioni degli enti pubblici territoriali (comuni, province, regioni) in strumenti finanziari derivati  a fine 2007 ammontavano a 35 miliardi di euro. In rapporto al debito degli enti, queste operazioni arrivano oggi a pesare quasi il 50%, aumentando dunque di molto i rischi di default. 

Il Governo, nel disegno di legge collegato al decreto estivo ha inserito una previsione esplicita per arginare il fenomeno. Nell’art. 72  si intuisce un’importante novità: il tetto massimo di spesa dello stato, regioni, province e comuni.

La finanziaria fino ad oggi stabilisce “il livello massimo del ricorso al mercato finanziario e del saldo netto da finanziare in termini di competenze”, ora si aggiunge “del fabbisogno del settore statale, dell’indebitamento netto della pubblica amministrazione, articolato pro quota per i livelli di governo”. 

Sull’indebitamento degli enti locali dunque la decisione ultima ora spetterà al Tesoro. La Corte Costituzionale aveva in passato bocciato l’idea di introdurre misure istitutive di tetti massimi di spesa, riferiti ad alcuni comparti ben precisi, in capo alle singole regioni. La Consulta allora aveva sancito l’incostituzionalità di quelle norme che finiscono per limitare l’operatività delle Regioni. 

Il problema oggi si inserisce in un quadro diverso. Per il riconoscimento di una effettiva autonomia delle Regioni occorre realizzare il federalismo fiscale, trasferendo le risorse finanziarie dal centro alla periferia, assegnando agli enti locali un ruolo centrale nel trovare il giusto equilibrio tra autonomia, equità ed efficienza. 

Giustamente di per sé l’imposizione di vincoli di spesa rigidi non può essere lecita. Si deve infatti pensare che la necessità di spesa può fisiologicamente subire profondi modificazioni nel corso dei vari periodi, non solo nel caso di fenomeni straordinari, ma probabilmente anche per la ricerca contingente di una migliore qualità dei servizi da offrire ai cittadini in un determinato momento. 

Ci sono però dei principi inviolabili. Le regioni non possono lamentarsi dei tagli in Finanziaria e, al tempo stesso, dilapidare tonnellate di denaro a scopi clientelari o propagandistici. 

Fino ad oggi a queste contraddizioni si è accompagnata un’idea di federalismo fiscale male interpretato: il costante incremento della imposizione fiscale diretta.  

L’incremento costante delle imposte di competenza regionale, delle addizionali.. sono un reale fastidio per i contribuenti che lo percepiscono come un vero e proprio ostacolo alla crescita produttiva. E’ inutile che lo Stato riduca le imposte se tanto poi regioni, province, comuni, fanno l’opposto! 

La novità contenuta nell’articolo 72 del disegno di legge collegato al decreto estivo, nello stabilire livelli massimi di spesa celebra la volontà del Ministro di arginare il ricorso “sportivo” ai derivati degli enti locali.

Il tutto va visto come “misura-ponte” in attesa del federalismo fiscale. Federalismo fiscale che attribuirà alla regioni la sovranità su buona parte delle imposte, nell’auspicio della massima trasparenza ed efficienza nelle decisioni di entrata e di spesa, e nella garanzia del controllo della collettività sulle politiche fiscali e di spesa della amministrazioni locali.

 

Commenti
Omacatl
11/07/08 10:15
Sul fatto che gran parte
Sul fatto che gran parte della spesa pubblica sia locale averi qualche dubbio..lo Stato con i suoi apparati fatiscenti, il magna magna del palazzo con i suoi funzionari, consiglieri, esperti.. secondo me è lì che si annodano i tentacoli della piovra succhia-soldi. Poi di conseguenza anche a livello locale le cose hanno il solito andazzo.. Comunque sono favorevole con i tagli agli enti locali, anche se non vedo poi una così netta riduzione delle spese.. solo a parole!! Riguardo al federalismo fiscale spero tanto che non si riduca ad una classica porcata italiana...
Nicola
11/07/08 12:17
"Unicuique suum" e spendere meglio.
Deo Gratias! Era ora ... Ma ci siano fatti, non parole: è auspicabile infatti che i controlli si facciano davvero e che, qualora dovessero emergere sprechi o spese per cose inutili e futili (cosa che è la norma), si intervenga senza sconti e senza alcuna pietà nei confronti di qualsiasi Ente locale. Tuttavia bisogna porre fine anche agli sprechi ed alle spese assurde dell'amministrazione centrale dello Stato. "A ciascuno il suo"! Comunque non basta spendere meno, ma bisogna spendere meglio ed investire in ciò che può consentire al Paese di risollevarsi economicamente ed elevarsi culturalmente e moralmente.
Il cobra
11/07/08 14:21
Giusto
Condivido l'articolo, specialmente per quanto riguarda l'analisi del ricorso agli strumenti derivati per la copertura dei passivi degli enti locali. Adesso servono fatti e non più parole, anche se il magna magna generale sembra essere sempre quello, infatti è proprio notizia di oggi che: "Il debito pubblico italiano sale ancora e segna un nuovo record ad aprile a 1.661,4 miliardi di euro, dai 1.646,8 di marzo. Lo comunica la Banca d'Italia nel suo Supplemento del bollettino statistico". Siamo alle solite..
Anonimo
11/07/08 15:12
precipitiamo
Debito pubblico ad aprile 1662 circa, cosi certifica Bankitalia. Governava il centrosinistra. Cosa aspetta mi domando, il ministro Tremonti ad andare in televisione è denunciare in quale situazione ci hanno lasciato? Vuole per favore spiegare che le favole dei tesoretti non solo non c'erano, ma che questi signori hanno fatto fare all'Italia un ulteriore passo nel baratro? Bisogna usare il duro linguaggio della verità, almeno in economia. Vogliamo, oppure no, dire al Paese che abbiamo una classe di amministratori locali al limite "deliquenziale" L'analisi sociologica per favore lasciamola da parte. Qui bisogna far capire al Paese in modo particolare, denunciare il sabotaggio nazionale, da parte di quasi tutti gli amministratori locali. Bisogna porre un freno, dichiarando da subito che: i cittadini hanno pagato una tassa chiamata ICI perchè potesse risanare la finanza locale, mentre invece ha prodotto solo corruzione e ruberie. Che l'IRAP, fu introdotta per sanare il deficit della sanità, ed invece fatto poche eccezioni (Lombardia-Veneto-Trentino) tutto il resto è alla sfascio. Allora, di fronte a questi disastri, il governo ha deciso di cambiare l'ordine dei fattori. La prima quello che, le amministrazioni locali in profondo rosso, non potranno più spendere, fino a quando non avranno risanato. Che il governo decide di abbassare da subito l'IRPEF portandola al 27% per tutti redditi sotto i 50.000 euro. Che decide per il rilancio dell'economia, di abbassare del 25% L'IRAP, prima che c'è lo imponga la corte di Strasburgo. Insomma, superato lo scoglio giustizia, facciamo i veri liberali.Privatizziamo subito la RAI, vero puttanaio della politica di questo Paese. Vendiamo quello che è possibile, compreso la Fincantieri e perchè no anche Finmeccanica. Oggi queste aziende le possiamo vendere per diverse centinaia di miliardi di euro. Domani, sarà troppo tardi, perchè le reclamerà la BCE, in quando non possiamo più far fronte ai nostri stramaledetti debiti. Tremonti-Berlusconi si diano una mossa, altrimenti il Paese, dirà che la colpa è solo loro.
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