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Giovedì 18 Marzo 2010
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Fine di un mito

Il lento declino della Gran Bretagna
fra crisi economica e geopolitica

12 Agosto 2009

Anche nei decenni seguenti al declino del suo impero, la Gran Bretagna ha tenuto il passo di una piccola superpotenza. La sua forza economica e culturale, la sua capacità nucleare e militare, il suo straordinario legame con l’America – tutto ciò ha aiutato questa piccola isola a puntare in alto, al di sopra delle sue possibilità. Ma ora tutto sta cambiando, mentre si fa più chiaro il ruolo giocato dalla Gran Bretagna nella crisi finanziaria dello scorso anno, con il salvataggio delle banche e la conseguente recessione.

Improvvisamente, quel sole che non tramontava mai getta lunghe ombre su ciò che resta delle ambizioni imperiali britanniche, e il Paese si trova a dover ripensare al proprio ruolo nel mondo – forse come “Piccola Bretagna”, certamente come una Bretagna minore.

Questo è un momento di svolta per il Regno Unito. Il debito pubblico del Paese è in crescita e, secondo il Fondo Monetario Internazionale, nei prossimi cinque anni potrebbe raddoppiare fino a toccare il 100% del prodotto interno lordo. Il National Institute for Economic and Social Research prevede che ci vorranno sei anni perché il reddito pro capite torni ai livelli dei primi mesi del 2008. Gli effetti si ripercuoteranno sul governo. I bilanci del ministero della Difesa e degli Esteri verranno tagliati, colpendo così la capacità della Gran Bretagna di esercitare “soft” e “hard power”.

E c’è ben poco da fare per capovolgere la situazione, sia per il primo ministro Gordon Brown che per il prossimo governo conservatore guidato da David Cameron – sempre che vinca le elezioni, previste entro la prossima primavera. Come ha recentemente dichiarato William Hague, vice di Cameron e ministro degli Esteri ombra, “per la Gran Bretagna diventerà sempre più difficile esercitare sugli affari mondiali quell’influenza che ha sempre esercitato”.

Per un certo periodo di tempo, la Gran Bretagna ha fatto la storia. Ma la crescita di gigantesche economie emergenti – come Cina e India – implica chiaramente che il Regno Unito avrà un peso minore al tavolo sempre più affollato delle nazioni potenti. Implica anche che gli Stati Uniti dovranno rivedere la cosiddetta “relazione speciale” con la Gran Bretagna andando a caccia di nuovi partner ed alleanze, finendo così per ridimensionare quel ruolo sproporzionato che la Gran Bretagna ha a lungo giocato nelle relazioni internazionali.

Il predecessore di Brown, Tony Blair, ha cercato di mantenere quella grandezza seguendo una strategia da 51° stato americano: legando la Gran Bretagna alle guerre americane – guerre al terrore, in Afghanistan e in Iraq – Londra ha acquisito un’importanza che non aveva dai tempi di Churchill e della seconda guerra mondiale. Ma qualunque vantaggio la Gran Bretagna abbia ottenuto sul breve termine, presto è stato spazzato via dal danno politico che Blair ha causato in patria.

Semplici cittadini e perfino membri dell’establishment britannico hanno sempre più criticato quella che vedevano come una sudditanza di Londra nei confronti di Washington. Il prestigio di Blair si è ridimensionato, finendo per danneggiare la sua azione politica interna, ed è diventato chiaro che le linee generali della politica estera britannica non avrebbero più automaticamente seguito la leadership americana. Ma Blair ha semplicemente rimandato l’inevitabile: una “Bretagna minore” è infatti una conseguenza degli eventi mondiali, non diversamente dal lento e relativo declino degli Stati Uniti, che si ritrovano oggi dove la Gran Bretagna era al suo apogeo.

La recessione globale ha colpito teoricamente tutti i Paesi, ma la Gran Bretagna più di altri. La grande sala macchine della prosperità britannica, il settore finanziario, ora è al palo. La Gran Bretagna è scivolata nella deflazione – un declino generale nel livello dei prezzi – per la prima volta nel corso degli ultimi cinquant’anni. Il Fondo Monetario Internazionale crede che il crollo economico sarà più profondo e prolungato di quello delle altre economie avanzate. Il numero di disoccupati che chiedono sussidi è passato da 1,3 milioni (il 4,6% della forza lavoro) del 1999 a più di 2 milioni, ed è sulla strada dei 3 milioni.

Secondo l’Ocse, la ripresa della Gran Bretagna potrebbe iniziare alla fine di quest’anno, ma ritarderà rispetto ad altri Paesi ricchi come Giappone e Stati Uniti. In questo momento la Gran Bretagna porta il peso di finanze pubbliche disastrose a causa delle spese senza freni degli anni passati e dell’indebitamento, che aumenta più velocemente di qualsiasi altra nazione avanzata (o allo stesso livello dei Paesi in via di sviluppo). La Gran Bretagna è così pesantemente indebitata che un commentatore politico l’ha soprannominata “Islanda sul Tamigi”, lasciando intendere che il Regno Unito potrebbe presto seguire Reykjavik sulla via della bancarotta.

Colpisce che la Gran Bretagna sia l’unico Paese sullo scacchiere internazionale – almeno nella storia recente – ad aver giocato una partita sproporzionata rispetto alla sua grandezza. Durante la Guerra Fredda, Margaret Tatcher si considerava seconda solo a Ronald Reagan tra i leader che avrebbero contribuito alla caduta dell’Unione Sovietica e alla costruzione di un mondo sicuro per il capitalismo. Durante gli anni del mandato Blair, dal 1997 al 2007, la Gran Bretagna ha combattuto tre guerre – in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq – in cui il suo impegno militare veniva subito dopo quello degli Stati Uniti. Ora tutto ciò sta cambiando.

“Anche se siamo un Paese relativamente benestante e occupiamo un posto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, siamo una potenza in declino” dice Ian Kearns dell’Institute for Public Policy Research, che ha recentemente terminato uno studio sulla sicurezza britannica. Paddy Ashdown, ex leader del Liberaldemocratici che ha preso parte allo studio dell’IPPR, ha ricordato la frecciata del segretario di Stato americano Dean Acheson nel 1962: “La Gran Bretagna ha perso un impero e non ha ancora trovato un ruolo”. Per un po’ di tempo la Gran Bretagna ha trovato il suo posto nel mondo, ma le parole di Acheson pungono ancora oggi. “Se state per dire che ancora oggi non abbiamo trovato un ruolo”, dice Lord Ashdown, “io sono d’accordo con voi”. (Fine della prima puntata, continua...)

Tratto da Newsweek

Traduzione di Luca Meneghel
 

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Commenti
pierluigi
12/08/09 09:56
E
E non dimentichiamo il virus dei "maiali", giusto suggello a cotanto regale tracollo...
supermotore
15/08/09 21:51
se lo meritano ?
LA SERA VEDO L'ISPETTORE BARNABY CHE ALTRO NON è SE NON TUFFO NEI BEI TEMPI ANDATI . UN MONDO FATTO DI TE DELLE 5 DI AUTO INGLESI DI FAMIGLIE ARISTOCRATICHE CHE PENSANO SOLO AD AVVELENARSI.SAPPIAMO CHE LA REALTà è MOLTO PIù SQUALLIDA.LE CITTà INGLESI SONO CIRCONDATE DA ISLAMICI MENTRE I CENTRI DI POTERE FINANZIATI DA ANNI DAI PETROLDOLLARI SANNO SEMPRE MENO DI INGHILTERRA E SEMPRE PIù DI SUK ARABO.NEGLI ULTIMI ANNI HANNO VISSUTO AL DI SOPRA DELLE LORO POSSIBILITà CONFIDANDO NELLE OBBLIGAZIONI SPAZZATURE E NELLE "MAGATE" IN BORSA, DIMENTICANDO CHE LA RICCHEZZA è NELLA INDUSTRIA E NON NELLA FINANZA.INSOMMA GLI ALTRI LAVORAVANO E LORO FACEVANO LA BELLA VITA GRAZIE ALLE INTRALLAZZATE DEL FINANCIAL TIME E DI ALTRI IMBONITORI. COMPLIMENTI AL BELLISSIMO ARTICOLO CHE HO APPENA LETTO DI QUESTO GIORNALISTA INGLESE. C'è ANCORA QUALCUNO CHE CON MODESTIA PENSA AI FATTI PROPRI E NON A DARE LEZIONI AGLI ALTRI
Anonimo
27/08/09 13:00
Eppure non riesco ad
Eppure non riesco ad odiarli. Penso alla loro storia, Balaclava, al colonialismo, alle due guerre mondiali. Fetenti lo sono sempre stati in effetti, ma con classe. Ennio
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