Dopo l’11 Settembre molte voci si sono levate per criticare la “deriva securitaria” delle democrazie liberali impegnate a difendere le rispettive popolazioni dalla minaccia del terrorismo islamico. Le limitazioni dei diritti civili e della nostra libertà di movimento decretate per arginare i periodici attacchi condotti da Al Qaeda sul suolo degli Usa e dei loro alleati, ancor oggi, vengono contestate come uno degli errori di fondo commessi dall’amministrazione Bush; l’America tenderebbe verso un sistema sociale basato sulla punizione, la sorveglianza e il controllo, dai terminal labirintici con Tom Hanks alle torture accertate di Guantanamo. Il fallito attentato messo in opera da Abdul Farouk Abdulmitallab, il 23enne nigeriano di buona famiglia che ha tentato di far esplodere il volo A330 della Delta Airlines, dimostra invece che fino a quando la Quarta Guerra mondiale non sarà finita dovremo abituarci a scambiare una parte della nostra libertà, ancora piccola, grazie al cielo, con la speranza di una maggiore sicurezza.
Le perquisizioni più accurate negli aeroporti, gli “sceriffi dell’aria”, il profiling degli stranieri che visitano o vivono nei Paesi occidentali, non sono semplicemente il frutto di una “costruzione retorica” che serve a legittimare questo o quell’altra azione politica, bensì la realtà di un conflitto asimmetrico dove il nemico usa tutti i mezzi illeciti a sua disposizione per provocare il maggior numero di vittime possibile tra i civili. Questa situazione, a lungo andare, potrebbe avere effetti impensabili sul nostro modo di vivere e di stabilire relazioni con gli altri. “Act of terrorism”, li ha definiti sabato scorso la Casa Bianca, esprimendo per una volta un giudizio senza fronzoli sul conflitto in corso. Nuovi controlli sui voli sono indispensabili per continuare a muoverci e ad attraversare il mondo come abbiamo imparato a fare nel Novecento, e queste misure di sicurezza servono a proteggerci, anche se in certi casi rischiano di essere insufficienti. Un giorno potremmo trovarci nella scomoda posizione in cui è finito l’olandese Jasper Schuringa, il ragazzo che si era imbarcato ad Amsterdam per un viaggio di piacere a New York, ed è saltato addosso al nigeriano quando si è accorto che il terrorista stava manovrando con inneschi e siringhe. Ognuno deve fare la sua parte in questa battaglia, senza eroismo ma con autocontrollo e coraggio. Non dobbiamo cadere in preda al panico o distorcere gli assetti istituzionali che tutelano i nostri diritti individuali: ne stiamo esplorando i confini e, sebbene la tentazione autoritaria e cesarista sia dietro l'angolo, chiediamoci se inasprire le misure di sicurezza, ogni volta che siamo meno al sicuro, rappresenti davvero un “tradimento” della democrazia oppure un modo per custodirne i valori.
L’episodio del volo A330 va esaminato nel dettaglio per contestualizzarlo rispetto al momento storico che stiamo vivendo. Non siamo nel 2001, quando molti furono colti alla sprovvista. Dovremmo scoprire, per esempio, quanto era potente e sofisticato l’esplosivo usato dal terrorista – il PETN, Tetranitrato di Pentaeritrolo. L’innesco è fallito, quindi il nigeriano era inesperto oppure c’era qualche difetto nella bomba. Cerchiamo di capire da dove viene l’esplosivo, come ha fatto a procurarselo, se l’uomo è collegato a una “colonna” di Al Qaeda, oppure si è mosso da solo, confezionando con le proprie mani l’ordigno, “istruito” dai jihadisti che si aggirano nel web. In questo secondo caso, l’attentato fallito avrebbe un grado di pericolosità inferiore rispetto a uno scenario da “grande plot”, in cui più terroristi collegati tra loro e addestrati militarmente si organizzano per sferrare un attacco multiplo, come avvenne l’11/9 o con la strage di Mumbai. La “stretta” sulla sicurezza, le procedure di controllo sempre più invasive della privacy, lo scambio d’intelligence fra i Paesi occidentali, non serviranno comunque a molto se – mentre perdiamo tempo a controllare la borsetta di una anziana signora – un cittadino di nome Abdul Farouk Abdulmutallab, giovane, solitario e silenzioso, potrà continuare a sedersi indisturbato al suo posto con un ordigno nascosto tra le gambe. Per di più essendo già inserito in una lista internazionale di “sospetti”, proveniente dalla Nigeria (Bin Laden ha invitato quel popolo a "sollevarsi" contro l'oppressore coloniale) e transitato per lo Yemen.
Servirebbe che ci spiegassero quali sono stati gli errori nella gestione dei controlli, se ci sono falle nel sistema, perché in caso contrario i viaggiatori indaffarati dalle feste natalizie non avranno mai la giusta percezione dei pericoli che corrono. La gente deve essere informata, non impaurita, e senza minimizzare l’accaduto. E’ stato dimostrato che Najibullah Zazi, il 24 enne autista di shuttle d’aeroporto addestrato da Al Qaeda, arrestato qualche tempo fa negli Stati Uniti, preparava un attacco contro obiettivi americani e aveva già reclutato alcuni simpatizzanti per realizzarlo. Obama e l’attorney Holder hanno prima elogiato gli sforzi del NYPD e della FBI per catturarlo, ma subito dopo il presidente ha chiesto di “controllare il flusso di informazioni verso la stampa”, come se l'opinione pubblica non avesse il diritto di sapere tutto sui terroristi, o almeno tutto quello che non ha rilevanza per la sicurezza nazionale. Al contrario, ascoltare al telegiornale che il nome del nigeriano del volo Delta era inserito in un elenco di sospetti può essere una notizia tranquillizzante, anche se la cattiva notizia è che il terrorista è salito a bordo indisturbato.
Obama sta proseguendo a modo suo le politiche di Bush, a colpi di Predator e corpi speciali. Giorni fa ci sono state nuove operazioni militari nello Yemen per eliminare uomini di Al Qaeda, tra cui uno degli imam collegati al maggiore Hasan, quello della strage di Fort Hood. Nel discorso di Oslo, il presidente ha chiarito che non si tirerà indietro nella lotta contro "il male". In questo Natale alle Hawaii, però, si è trovato di fronte a domande terribilmente complicate con cui dovrà fare i conti durante il mandato. Chi sono Zazi, il maggiore Hasan, Abdulmuttalab? E se la Global War On Terrorism (GWOT) formulata da Bush era solo un modo per giustificare le politiche dei repubblicani, come ha detto il consigliere per l’antiterrorismo, John Brennan, allora qual è la politica di Obama per difendere l’America? Ciò che appare in queste ore, ascoltando il precipitoso ritorno a parole d’ordine come “controllo” o “sicurezza”, è che al presidente manchi ancora una “teoria sul terrorismo”. “Può essere che la teoria di Bush abbia esacerbato il problema - ha scritto Marc Ambinder - ma non è ancora del tutto chiaro quale sarà l’approccio seguito da Obama per proteggerci e dimostrare che il suo approccio ci ha reso più sicuri”.

