Dando prova di eccellente fantasia, il Pd ha introdotto una nuova sindrome nel mondo politico italiano: la ubriachezza masochista, ben più interessante dal punto di vista scientifico della banale ubriachezza molesta.
Con furioso impegno infatti, il nuovo corso di Pierluigi Bersani offre ogni mattina agli italiani lo spettacolo inverecondo – sul piano politico - di due tenzoni per la leadership ragionale che solo nell’ubriachezza spinta trovano una spiegazione razionale.
Ieri, l’ultimo episodio, ormai sulle soglie del delirium tremens, è arrivato da Bari, là dove il sindaco Emiliano, del Pd, ha ritirato il suo appoggio al candidato Boccia, del Pd, che era appena riuscito a chiudere l’alleanza con l’Udc, ottenendo così – sulla carta - discrete possibilità di successo. Questo, dopo che lo stesso Emiliano aveva preteso una scandalosa legge ad personam che gli permettesse di concorrere alla presidenza della regione quale sindaco di Bari (in evidente conflitto di interessi) e dopo che il braccio di ferro col governatore uscente Niki Vendola aveva segnato (e continuerà a segnare) innumerevoli e poco commendevoli (per il Pd) episodi da telenovela.
Questo per quanto riguarda i movimenti scomposti, le sindromi schizoidi, gli obnubilamenti del sistema motorio e simpatico, la tendenza inarrestabile verso delirium tremens, la “bruciatura” evidente di molti globi crerbrali nel cranio del partito democratico. Ma c’è di peggio, quanto a ubriachezza e purtroppo riguarda personalmente il simpaticissimo Pierluigi Bersani.
La piattaforma sulla quale ha trionfato nelle primarie per la leadership del partito – di pretta matrice dalemiana - vedeva al primo posto la definzione di un partito capace di attrarre elettorato moderato di centro e – possibilmente - della stessa Udc di Casini. Strategia non nuova, identica a quella che D’Alema tenta e fallisce dal 1994, comunque strategia chiara. Nel nome di questa scelta, tra le prime candidature offerte dal Pd dopo lo scandalo Marrazzo è risaltata quella a Mario Marazziti, leader “politico” della Comunità di Sant’Egidio che incarnava perfettamente questa indicazione e che era vista con straordinario interesse peraltro dalla Cei, oltre che dal mondo del volontariato e della stessa sinistra laica (e persino dalla comunità ebraica romana).
Alla fine di una serie inconsulta di convulsioni paraepilettiche, dopo il secco rifiuto di Zingaretti di suicidarsi, dimettendosi da presidente della regione, per “l’interesse superiore del partito e il radioso futuro del proletariato”, di palese marca postsovietica (difettuccio sempre visibile nei tic di D’Alema), Bersani ha fatto la scelta opposta a quella di Marazziti e ha scelto l’eccellente Emma Bonino. Anzi, ha fatto di peggio, perché non l’ha affatto scelta, ma l’ha subìta, perché invece con ogni evidenza, la scelta è stata della Bonino stessa (e di quel saturnale genio politico che è Marco Pannella) e il segretario del Pd l’ha solo sottoscritta.
Il disastro politico è che questa scelta, nel Lazio, nella regione che ospita il Vaticano, suona come uno schiaffo in faccia all’elettorato di centro e all’Udc (oltre che alla Cei), sconfessa radicalmente tutta la strategia di Bersani stesso e rappresenta invece il trionfo della strategia della mozione di minoranza interna al Pd. Emma Bonino, infatti, rappresenta il candidato perfetto della opzione Marino, che nel partito stesso è risultata però ultraminoritaria. Tutto questo, si badi bene, non allo scopo di vincere la regione Lazio, ma solo di perderla con i maggiori danni possibili.
Nessun dirigente del Pd pensa infatti che Emma possa farcela dopo i danni disastrosi dello scandalo Marrazzo. Tutti sono però coscienti che questa scelta suona quasi come offensiva – sul piano politico - per l’elettorato moderato e cattolico, che questo ha delle gravissime conseguenze dentro l’Udc anche in Piemonte (dove aveva scelto obtorto collo di appoggiare la laicissima Bresso) e che quindi il suo risultato finale sarà disastroso. Disastroso per il Pd, beninteso, non certo per la Bonino e i radicali che invece, grazie al tasso alcolico da cirrosi epatica del Pd vivranno ancora una stagione al centro del dibattito politico e – comunque vada - riporteranno solo un dividendo e nessuna perdita da questa avventura.
Alla fine, dunque, il Pd perderà comunque il Lazio, ma avrà dato forza al suo interno alla ultraminoritaria mozione Marino che trova in questo modo un candidato ben più forte e coerente a rappresentarla: una Emma Bonino che – ci scommettiamo - potrà correre con discrete possibilità di successo per la poltrona di segretario del Pd quando Bersani, perse le regionali, cadrà nelle ennesime Idi di marzo di un partito demenziale.


