Sembrava una partita chiusa, una discussione ormai archiviata tra i mille tentativi di dialogo impossibile. E invece, questa sera, sia pure in zona Cesarini, il match della legge elettorale delle Europee potrebbe clamorosamente riaprirsi. Un coordinamento allargato del Pd, a cui parteciperanno quanti si sono occupati dell'argomento negli ultimi anni, dai leader (da Veltroni, a D'Alema, a Franceschini) fino ai capigruppo nelle commissioni affari costituzionali, si riunirà e, con ogni probabilità, darà mandato al segretario di verificare se c’è la disponibilità da parte della maggioranza a riaprire il confronto naufragato a fine ottobre.
Nei giorni scorsi le prime missioni diplomatiche erano già partite e pare che esponenti del governo e Dario Franceschini, vicesegretario del Pd, avessero avuto alcuni colloqui riguardo la possibilità di riformare la legge per le elezioni europee fissate per il 6 e 7 giugno, data dell'election day che riguarderà anche la tornata amministrativa. Un tentativo di riapertura scaturito dalla volontà del Partito Democratico di riproporre l’impostazione bipartitica delle ultime Politiche anche in sede europea. Da qui l'idea di una soglia di sbarramento da fissare al 3 o al 4% per evitare la frammentazione della rappresentanza al Parlamento di Bruxelles e un parziale mantenimento del voto di preferenza, a differenza di quanto prevede la legge elettorale per l'elezione di Camera e Senato. Il partito di Veltroni spinge, però, per la soglia al 3% mentre il centrodestra insiste per il 4%. Un dissenso da risolvere in tempi brevi perché o l'accordo si trova entro gennaio o non ci saranno più i margini per attuare la riforma.
Il motivo per cui il Pd è tornato a spingere sull’acceleratore è semplice: l'esigenza di non disperdere i voti del centrosinistra e della sinistra. La presentazione autonoma di Rifondazione, Pdci, Verdi, Sinistra democratica e Socialisti italiani – pronti a spendere ogni energia residua per sopravvivere e mantenere un posto al sole almeno a Strasburgo – non è certo una prospettiva che fa fare salti di gioia dalle parti di Santa Anastasia.
Resta aperta la questione delle preferenze. In questa fase il Pdl non ha certo interesse ad affrontare uno scontro fratricida in campo aperto tra candidati provenienti da An e da Forza Italia. E lo stesso problema lo vive anche il Pd con gli ex diessini e gli ex margheritini. La formazione veltroniana si troverebbe, però, in difficoltà a scontentare in maniera così patente l’Udc con il quale sta cercando di avviare un difficile negoziato in vista di future alleanze. Per arrivare a una quadratura del cerchio si sta studiando una sorta di modello svedese che da una parte concede all’elettore la preferenza ma dall’altra prevede che quest’ ultima sovverta l'ordine di elezione dei candidati presenti nella lista decisa dal singolo partito solo se la somma delle preferenze raggiunge una certa quota percentuale. In pratica raggiungendo un certo “quorum” di preferenze si otterrebbe l'elezione a scapito degli ultimi candidati della lista bloccata. Restano, comunque, ancora due settimane per presentare un progetto di riforma in Parlamento che abbia chance di essere approvato e da una parte Goffredo Bettini e Dario Franceschini per il Pd e dall’altra Denis Verdini ed Elio Vito per il Pdl cercheranno la mediazione possibile.
Di fronte a uno scenario del genere i centristi, oltre ai vari partiti minori non possono che alzare la voce. L'Unione di centro si dice "favorevole" a uno sbarramento al 4 per cento, ma dice "no" a "ogni ipotesi che limiti la libertà di scelta dei cittadini nell'indicazione dei propri rappresentanti al Parlamento europeo". Per Claudio Fava, di Sinistra democratica, invece, "è grave che si torni a discutere di una legge elettorale per le europee solo in un senso punitivo per le minoranze". Francesco Storace, leader de "La Destra", è allarmato: "È in atto un colpo alla democrazia, si vuole impedire l'espressione della rappresentanza nazionale in Europa, si vogliono soffocare le libertà di espressione, il pluralismo politico". Contraccolpi inevitabili. Ma già questa sera, dopo la riunione del coordinamento del Pd, si capirà se l’accordo in zona Cesarini potrà o meno realizzarsi. Con una rivoluzione della rappresentanza politica in senso bipartitico che potrebbe assumere connotati simili a quelli che hanno rimodellato Montecitorio e Palazzo Madama nello scorso aprile.

