Mercoledì 8 Febbraio 2012
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Smentire la “teoria del picco”

Il petrolio non sta finendo e ci servirà ancora per uscire dalla crisi

7 Settembre 2009

Ricordate la teoria del "Picco del Petrolio"? E' la teoria secondo la quale, a causa della finitezza geologica del petrolio, una volta raggiunto il punto di produzione massima quest’ultima può solo diminuire, annunciando la fine dell'era del petrolio e, potenzialmente, l'inizio di una catastrofe economica. Ebbene, proprio quando pensavamo che il crollo del prezzo del petrolio dall'estate scorsa avesse posto fine a tali illazioni, l'economista della International Energy Agency, Fatih Birol, afferma nuovamente che raggiungeremo il picco entro 10 anni da ora, una decina di anni prima della maggior parte delle previsioni precedenti (anche se qualche ardente pessimista ritiene che il punto di non ritorno sia già avvenuto).

Come molte credenze malthusiane, la teoria del picco del petrolio è stata promossa da un gruppo di scienziati e laici che basano le loro conclusioni sulle analisi dei pochi dati in loro possesso e di false interpretazioni di essi. Ma visto che i media e personalità di spicco come James Schlesinger, ex ministro dell' energia, e il petroliere T. Boone Pickens, hanno preso sul serio questa teoria, l'opinione pubblica è comprensibilmente allarmata. Un attento esame dei fatti mostra che la maggior parte degli argomenti sul "picco del petrolio" si basano su informazioni aneddotiche, vaghi riferimenti e sull'ignoranza dei metodi estrattivi usati dalla industria del petrolio. Tutto questo è stato dimostrato più e più volte: il fondatore della Associazione per lo studio del picco del petrolio, per primo, ha sostenuto nel 1989 che il picco stesso era già stato raggiunto, quando invece l'ex-segretario Schlesinger sostenne un decennio prima che la produzione petrolifera non avrebbe potuto spingersi oltre.

Al di la di ciò, Fatih Birol non è l'unico che ha mostrato preoccupazione. Uno tra i principali promotore della "teoria del picco, lo scrittore Paul Roberts, ha recentemente espresso stupore nello scoprire che il liquido che esce dal campo Ghawar in Arabia Saudita, il più grande deposito di petrolio conosciuto, è per circa il 35 per cento acqua. Ma ciò non è certo preoccupante visto tutto ciò è causato proprio dai sauditi che pompano acqua di mare per mantenere costante la pressione e rendere più agevole l'estrazione. La media mondiale di acqua nei giacimenti di petrolio arriverà al 75 per cento nel futuro.

Un consulente di primo piano, Matthew Simmons, ha espresso preoccupazione nei confronti degli ingegneri petroliferi che usano "logiche bizzarre " per stimare le scorte aziendali. Ma la logica utilizzata è un metodo di programmazione usato in situazioni in cui i fattori sono sfumati e variabili – in campi che vanno dalle scienze fisiche alle relazioni internazionali – ed è stato provato essere più che valida per quanto riguarda la geologia.

Ma questi sono solo gli argomenti più recenti – la maggior parte delle volte gli adepti della "teoria del picco" si basano su tre affermazioni principali: la prima è che il mondo scopre un solo barile per ogni tre o quattro prodotti; la seconda è che l'instabilità politica nei paesi produttori di petrolio ci mette in una condizione di rischio senza precedenti di trovarci con i rubinetti chiusi, e l'ultima è che abbiamo già utilizzato la metà dei due miliardi di barili di petrolio che contenuti nella Terra.

Prendiamo il primo assunto: è una affermazione che riflette l'ignoranza diffusa sulla terminologia usata nel settore. Quando si scopre un nuovo giacimento, viene stimato per quanto tempo si estrarrà il petrolio da lì. Ma con il passare degli anni, la stima è quasi sempre rivista al rialzo, sia perché vengono trovate nuove tasche di petrolio o perché la nuova tecnologia permette di estrarre il petrolio che era precedentemente irraggiungibile. Eppure alcuni geologi non definiscono il petrolio recuperato come "nuova scoperta" mentre gli adepti del "picco" tendono ad ignorare questo fattore. In verità, la combinazione di nuove scoperte e revisioni delle stime dei giacimenti vecchi ha pareggiato la produzione per molti anni.

Un argomento connesso a questo è che il petrolio "facile" è già stato estratto e che l'estrazione non può che diventare più difficile e costosa. Anche questo argomento è vago e irrilevante. I cercatori di petrolio in Persia, un secolo fa, non consideravano il loro lavoro propriamente facile, così come l'industria computerizzata di oggi è completamente diversa dalle estrazioni compiute con i muli nel diciannovesimo secolo. Centinaia di giacimenti che producono "petrolio facile" oggi, una volta si pensavano tecnologicamente irraggiungibili. Un altro argomento sollevato è il recente aumento del tasso complessivo stimato – per cui la produzione è in calo nei giacimenti petroliferi di grandi dimensioni. Si considera infatti che il risultato di questo stato di cose è dovuto alle "supercannucce" – la tecnologia dominante negli ultimi dieci anni, che può esaurire i giacimenti molto rapidamente.

Questo è vero perché più è rapida l'estrazione più la pressione del petrolio nel giacimento cala rapidamente, riducendo la produttività nel corso del tempo. Ma questo minor rendimento sui singoli pozzi non significa necessariamente che i giacimenti interi si stanno esaurendo. Come i sauditi hanno dimostrato in questi ultimi anni a Ghawar, con ulteriori investimenti è possibile mantenere costante la produzione complessiva di un campo.

Quando le loro credenze geologiche traballano, i sostenitori della teoria del picco passano ad altri argomenti: bisogna tenere conto dell'instabilità geopolitica di oggi. Ma il rischio politico non è certo un fattore nuovo: nei primi del Novecento anche un leader comunista proveniva dall'industria petrolifera di Baku. In seguito si sarebbe fatto conoscere al mondo come Josef Stalin. Quando le interruzioni di rifornimento del 1973 e del 1979 hanno portato i prezzi alle stelle, quasi tutti gli esperti del petrolio hanno spiegato che la causa di fondo era stata la scarsità di risorse e che i prezzi in futuro sarebbero ulteriormente cresciuti.

Le compagnie petrolifere diversificarono i loro investimenti – Mobil persino iniziò a comprare grandi magazzini – e il presidente Jimmy Carter spinse per lo sviluppo di carburanti sintetici come l'olio di scisto, sostenendo che i mercati erano troppo miopi per realizzare la necessità imminente di produrre sostituti. Tutti, dai consulenti energetici agli economisti vincitori di premi Nobel affermarono che il prezzo avrebbe potuto solo salire – anche se ciò non era mai avvenuto in precedenza. I prezzi invece hanno oscillato per circa due decadi.

Così come negli anni Settanta ci furono l'embargo petrolifero arabo e la rivoluzione iraniana, oggi c'è l'invasione dell'Iraq e l'instabilità in Venezuela e in Nigeria. Ma la soluzione, come sempre, è di spostare gli investimenti in nuove regioni, ed è quello che si sta già facendo. Eppure i sostenitori della teoria del picco approfittano degli inevitabili ritardi per sostenere che la produzione globale è in un declino irreversibile.

Alla fine, forse il postulato più ingannevole dei sostenitori della teoria è che la Terra è dotato di solo 2 miliardi di barili di petrolio recuperabile. In realtà, nella comunità dei geologi si stima che ci sono circa 10 miliardi di barili là fuori. Un secolo fa, solo il 10 per cento di esso erano considerati estraibili, ma i miglioramenti nella tecnologia dovrebbero consentire di recuperare circa il 35 per cento in più, ovvero altri 2,5 miliardi di barili, con un ottimo rendimento. E questo non comprende nemmeno altre potenziali fonti come le sabbie bituminose, che con il passare del tempo potremo essere in grado di estrarre in modo efficiente.

Il petrolio rimane quindi abbondante, e il prezzo probabilmente scenderà intorno al livello storico di 30 dollari al barile, grazie alle nuove forniture che provengono dalle acque profonde al largo dell'Africa occidentale all'America Latina, dall'Africa orientale al Montana e forse al North Dakota. Ma tutto questo non tiene lontano i corvi che convincono i politici a Washington e altrove che l'olio, poiché sta finendo, deve aumentare di prezzo. (Questa è la logica che ha portato l'amministrazione Carter a creare combustibili sintetici, uno spreco di 3 miliardi di dollari che non ha mai prodotto un gallone di carburante utilizzabile.)

Questo vuol dire che dobbiamo continuare a cercare altre fonti energetiche a basso inquinamento e alto rendimento? Perché non moltiplicare invece le nostre possibilità? In ogni caso non possiamo permettere che la falsa minaccia della scomparsa del petrolio porti il governo americano a gettare via soldi per cercare sistemi di energia rinnovabile insensati o a imporre misure di mantenimento inutili e costose per un pubblico già alle prese con una congiuntura economica davvero difficile.

Michael Lynch è stato direttore per l'energia e la sicurezza asiatica nel Centro di Studi Internazionali presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT)

Tratto da The New York Times

Traduzione di Jacopo Mogicato

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