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Mr. Conservative

Goldwater, l'uomo che ha cambiato il volto del conservatorismo americano

14 Settembre 2008

In questa lunghissima vigilia elettorale americana, mi è capitato raramente di leggere che il repubblicano John S. McCain, il possibile successore di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti, quando era stato eletto senatore dell'Arizona aveva preso il posto nientemeno che di Barry M. Goldwater (1909-1998). I meno giovani ricordano Goldwater soprattutto come colui che perse le elezioni presidenziali del 1964 a favore di Lyndon B. Johnson (1908-1973), raccogliendo soltanto il 38 per cento del voto popolare. Johnson, vale la pena di ricordarlo, era diventato presidente un anno prima a causa della morte di John F. Kennedy (1917-1963).

Eppure Goldwater non fu un personaggio qualsiasi. C'è chi sostiene che, senza l'ondata emotiva suscitata dall'assassinio di Kennedy, Goldwater se la sarebbe giocata alla pari con Johnson in una contesa elettorale del cui esito finale, per la verità, in quei giorni nessuno dubitava. Ma c'è anche chi, rileggendo da storico tanto gli scritti di Goldwater quanto le vicende della presidenza americana del mezzo secolo successivo, mette in evidenza la sua funzione di rottura e innovazione nell'ideologia repubblicana e la strettissima parentela tra le strategie indicate dal senatore dell'Arizona e quelle di coloro che riuscirono successivamente a metterle in pratica, vale a dire in primo luogo Ronald W. Reagan (1911-2004), al quale si attribuisce la vittoria finale sul comunismo, e in secondo luogo George W. Bush, il promotore della Compassionate Society in patria e della guerra mondiale contro il totalitarismo islamista all'estero.

Il recentissimo libro di Antonio Donno, "Barry Goldwater. Valori americani e lotta al comunismo" (Le Lettere, 125 pp.), ha dunque prima di tutto il grande merito di riproporre al pubblico italiano un'analisi della figura del senatore dell'Arizona. Secondo Donno, che è professore di storia delle relazioni internazionali all'Università del Salento ed è nato scientificamente come americanista contemporaneista, proprio a Goldwater si deve quella svolta nel Partito Repubblicano che rese poi possibile la vittoria di Reagan nel 1981. Della tradizione conservatrice (Old Right), propria del vecchio Partito Repubblicano, Goldwater sposava  l'antistatalismo incarnato soprattutto, in tempi allora recenti, dal New Deal rooseveltiano, ma non l'antimilitarismo e l'isolazionismo. Questi ultimi avrebbero impedito agli Stati Uniti, secondo Goldwater, di condurre quella lotta mondiale senza compronessi nei confronti del comunismo (rappresentato soprattutto dall'Unione Sovietica) che invece richiedeva un intervento attivo nonché un'etica politica il cui scopo era "preservare, difendere e allargare i confini della libertà individuale".

L'intero primo capitolo del libro di Donno, già parzialmente apparso su Nuova Storia Contemporanea nel 2004, è dedicato proprio alla novità dirompente che Goldwater rappresentò all'interno della Old Right, mentre il secondo capitolo, inedito, mostra come negli anni successivi le idee di Goldwater, nonostante la sua personale sconfitta del 1964, risultarono alla lunga "vittoriose" attraverso la creazione di "una coalizione eterogenea, prodotto della fusione delle varie anime del fronte anti-newdealista in nome dell'anti-statalismo, e perciò dell'anti-comunismo" (p.10), quale si esplicò nella presidenza Reagan (1981-1989). Il capitolo conclusivo, anch'esso parzialmente già pubblicato nel 2006 sulla rivista diretta da Francesco Perfetti, è quello che analizza più nel dettaglio il pensiero politico di Goldwater soprattutto a partire dai suoi due libri, The Conscience of a Conservative (1960) e Why Not Victory (1964), dei quali soltanto il primo tradotto in italiano nel 1962 con il titolo Il vero conservatore (Edizioni del Borghese).

Donno è uno storico, e non uno scienziato politico o un filosofo, ed è quindi più interessato alle implicazioni pratiche delle ideologie piuttosto che al loro sviluppo intellettuale. Non me ne vogliano scienziati politici e filosofi, se sostengo che anche grazie a questo approccio più "pragmatico" le pagine di Donno si leggono facilmente e non richiedono al lettore "laico" un apparato di conoscenze teoriche che non tutti possono avere. 

Da notare, in quest'ambito, il richiamo di Goldwater alla purezza della Costituzione americana che non andava "stravolta e svuotata dalla piovra statalista" (p.77), che se oggi in Italia è un leit motiv dell'antiriformismo, nel caso degli Stati Uniti assume ben altra rilevanza nel quadro del dibattito relativo alla liceità dell'intervento dello stato (dal New Deal allo stato assistenziale). Da notare anche l'insistenza di Goldwater sulla necessità di "garantire la massima libertà per ciascun individuo" (p.81), altro richiamo alle antiche "origini americane", e dunque il dovere di intervenire a favore di quella libertà dovunque nel mondo ce ne sia il bisogno, allo scopo "di preservare, difendere e allargare i confini della libertà individuale" (p.82). 

Proprio perché fu colui che riordinò quell'ideologia Old Right rendendo possibile il quadro concettuale delle presidenze conservatrici di Reagan e di Bush Jr., alla figura di Goldwater viene oggi riconosciuta una notevole rilevanza nella storia recente degli Stati Uniti. Si aggiunga che, a distanza di mezzo secolo e dunque ormai lontani dall'abbacinamento kennediano, nemmeno quel 38 per cento del voto popolare che il senatore dell'Arizona ottenne nel 1964, all'indomani dell'assassinio di Dallas, fu proprio da buttare via. 

In Italia, Donno lo ricorda, negli anni sessanta non ci furono che silenzio o semplificazioni da guerra fredda: Goldwater "era un fascista americano, punto e basta. Aveva osato attaccare l'ideologia statalista del New Deal; per di più, aveva sferrato un durissimo attacco al comunismo, alla sua casa-madre, l'Unione Sovietica" (p.79). Le parole di Donno non possono non rammentare le grida di allarme lanciate allora dallo storico italiano Giorgio Spini (1916-2006), il quale, non lo si dimentichi, era sì new leftist, ma anche profondamente anticomunista e antisovietico. Spini definì infatti Goldwater "sommo profeta" dei "maniaci dell'ultra-conservatorismo" e "reazionario dalle idee antidiluviane". Ma soprattutto lo riteneva un candidato che emanava "il familiare odore del fascismo", mettendo in luce, a sconfitta pressoché sicura), come "anche i nostri Mussolini e Hitler d'Europa cominciarono con l'essere sconfitti clamorosamente alle elezioni". (Anche a me, come a voi, sono tornati in mente i recentissimi allarmi sul presunto "ritorno del fascismo" in Italia -- ma questa è un'altra storia.) 

Naturalmente a Donno non interessa "rivalutare" Goldwater, dipingerlo come "colui che aveva capito", o addirittura farne un "modello di comportamento" universale. Donno è uno storico, inserisce le persone nel loro tempo e ne valuta le azioni e le idee sulle base delle opzioni possibili in quel momento. Da questo punto di vista, l'analisi del contrasto tra l'idealista Goldwater e il pragmatico liberal per eccellenza, il senatore James William Fulbright (1905-1995), l'uomo del containment costruttivo, definito ancora da Spini "uno degli uomini politici americani più competenti e intelligenti in fatto di politica estera", è particolarmente incisiva. In realtà però, e Donno lo mostra bene, l'ultimo mezzo secolo della storia americana è stato proprio quello del conservatorismo dei Goldwater, dei Reagan e dei Bush, e non quello "delle buone intenzioni" dei Kennedy, dei Carter e dei Clinton.

 

 

 

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