Mercoledì 23 Maggio 2012
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Il testo della lettera del Papa ai vescovi cattolici

15 Marzo 2009

"Cari confratelli nel ministero episcopale! La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell'anno 1988 dall'Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all'interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era piu' sperimentata. Molti Vescovi si sonosentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a cio' tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava cosi' una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di la' del momento. Mi sento percio' spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me egli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire inquesto modo alla pace nella Chiesa. Una disavventura per me imprevedibile e' stata il fatto che il caso Williamson si e' sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, e' apparso all'improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca d icio' che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa.

Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformo' cosi' nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio - passi la cui condivisione e promozione fin dall'inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all'interno della Chiesa, e' cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi e' stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilita' di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar piu' attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilita' pronta all'attacco. Proprio per questo ringrazio tanto piu' gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l'atmosfera di amicizia e di fiducia, che - come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II - anche durante tutto il periodo del mio pontificato e' esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni.

Un'Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perche' mette in questione l'unita' del collegio episcopale con il Papa. Percio' la Chiesa deve reagire con la punizione piu' dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all'unita'. A vent'anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non e' stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potesta' di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorita' dottrinale e a quella del Concilio. Con cio' ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell'ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica piu' grave.

''Occorre distinguere - prosegue la lettera del Papa - questo livello disciplinare dall'ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternita' San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finche' la Fraternita' non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l'istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finche' le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternita' non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri - anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa. Alla luce di questa situazione e' mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione ''Ecclesia Dei'' - istituzione dal 1988 competente per quelle comunita' e persone che, provenendo dalla Fraternita' San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa - con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con cio' viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledi' e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell'Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere.

Non si puo' congelare l'autorita' magisteriale della Chiesa all'anno 1962 - cio' deve essere ben chiaro alla Fraternita'. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in se' l'intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non puo' tagliare le radici di cui l'albero vive. Spero, cari Confratelli, che con cio' sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora pero' rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorita'? Non ci sono forse cose molto piu' importanti? Certamente ci sono delle cose piu' importanti e piu' urgenti. Penso di aver evidenziato le priorita' del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Cio' che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea  direttiva. La prima priorita' per il Successore di Pietro e' stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: ''Tu … conferma i tuoi fratelli'' (Lc 22,32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorita' nella sua prima Lettera: ''Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che e' in voi'' (1 Pt3,15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede e' nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova piu' nutrimento, la priorita' che sta al di sopra di tutte e' di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) - in Gesu' Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia e' che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l'umanita' viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci simanifestano sempre di piu'. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa e' la priorita' suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l'unita' dei credenti.

La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilita' del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani - per l'ecumenismo - e' incluso nella priorita' suprema. A cio' si aggiunge la necessita' che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversita' delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce - e' questo il dialogo interreligioso. ''Chi annuncia Dio come Amore 'sino alla fine' deve dare -continua la lettera del Papa - la testimonianza dell'amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l'odio e l'inimicizia - e' la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell'Enciclica Deus caritas est. Se dunque l'impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l'amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorita' per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio cosi' nel contrario di una riconciliazione, e' un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed e' veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che ''ha qualche cosa contro di te'' (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la societa' civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti - per quanto possibile - nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Puo' essere totalmente errato l'impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e dire stringimenti, cosi' da far spazio a cio' che vi e' di positivo e di ricuperabile per l'insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunita' prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti cosi' che poi ne sono emerseforze positive per l'insieme. Puo' lasciarci totalmente indifferenti una comunita' nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa?Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l'intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l'amore per Cristo e la volonta' di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell'unita'? Che ne sara' poi? Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest'occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunita' molte cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc.

Per amore della verita' devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un'apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le e' stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell'ambiente ecclesiale e' emersa qualche stonatura? A volte si ha l'impressione che la nostra societa' abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi - in questo caso il Papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e puo' pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo. Cari Confratelli, nei giorni in cui mi e' venuto in mente discrivere questa lettera, e' capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 -15. Ho notato con sorpresa l'immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: ''Che la liberta' non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carita' siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!''

Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti puo' essere anche cosi'. Ma purtroppo questo ''mordere e divorare'' esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una liberta' mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l'uso giusto della liberta'? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorita' suprema: l'amore? Nel giorno in cui ho parlato di cio' nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guidera' - anche in tempi turbolenti.Vorrei cosi' ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedelta' immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che e' tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.

Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo Vostro nel Signore BENEDICTUS PP. XVI Dal Vaticano, 10 Marzo 2009.''

Commenti
Anonimo
31/03/09 17:13
Lettera del Papa ai vescovi cattolici
Modestamente il fatto che gli addetti Vaticani che si sono fidati di Internet alla cieca,se questo può essere vero, sono stati modestamente sicuramente superficiali e imprudenti.Il Papa probabilmente non poteva sapere quanto questo vescovo scismatico-fondamentalista, postulatore di Lefèvre, Vescovo Svizzero-tradizionalista,originatore dello Scisma con Roma, avesse potuto affermare sugli Ebrei.Negare l'Olocausto pur pensandola come si vuole,detto laicamente, significa negare immani sofferenze da parte di singoli soggetti,ma anche degli Stati ai quali Essi appartengono oltre che alla Bibblica terra Madre, un fatto gravissimo, terrificante se di provenienza della Chiesa, Madre e Misericordia, verso tutto e tutti.Significa negare anche le sofferenze,gli atti e la vita di Giovanni Paolo II che tanto aveva sofferto per queste cose. La negazione anche di Roma Centro Cattolico Mondiale dall'inizio della nostra Storia arci millena ria.Si gnifica oscurare la matrice culturale cattolica discendente dall'Albero della Vita della Chiesa.Significa ripudiare la Chiesa stessa,la quale non può essere ne oggetto, ne soggetto di divisioni, inter Religiose ne inter-Culturali.Se di Chiesa si tratta, proclama e contiene il Dio unico per tutte le Religioni,il fine e la matrice è questa, non al tro.Quindi un Soldato che è il mattone della Chiesa non deve potere un tanto,meno ancora se Principe della Chiesa e Maestro di Vita.L'Uomo è partito dalla Creazione da un ceppo, unica Creatura munita di intelligenza e di un'anima (confermata anche dalla scienza), quindi Creatura voluta in qualche modo da Qualcosa o Qualcuno e il Mistero stà qui.Ora credere o non credere sta all'Uomo. Tuttavia nessun Uomo può vivere senza Fede e Speranza. Mezzo di Comunicazione la Carità, matrice fondante. Tutti sanno queste cose,solo che per concludere è triste vedere un mondo che vive solo intorno al decadimento inter-culturale avvalendosi di piccole miserie che sono gli umani interessi, rinunciando al bene supremo che è Pace Eterna con gli altri e se stessi. Da Abramo e da Mosè la Creazione di Israele e la legge ,Mosaica dal ceppo di Davide.Da allora e dalle migrazioni in Egitto,Israele ha subito la condanna,non ha mai avuto pace. Possiamo pensare che possa avere il diritto di sopravvivere e di poter reclamare il pezzo di Terra bibblicamente assegnato dall'Alto,visto che esistono tutti gli altri Popoli e Stati.Non si capisce allora,perchè non si voglia unire il tutto attraverso la Misericordia del Vaticano II, voluto per il bene futuro del Mondo,fortemente dal Papa Buono, Papa Giovanni XXIII.Un percorso e un segnale profetico, Storico come la Presenza di Papa Giovanni XXIII, di Padre Pio che seguiva misticamente il tutto tra immani sofferenze portate anche dalla Chiesa, la presenza in quel Concilio del Giovane Cardinale WOITIWA, alias Giovanni Paolo II . Un segno profetico?. Si pensi che abbiamo avuto a che fare con questi personaggi,tutti votati alla Santità.Un caso? Non può essere.Un segno. L'umanità quindi non pensi all'Illuminismo in terra, ma pensi a costruire un futuro di pace e di prosperità futura,cosa che le troppe ricchezze e i troppi fasti e lussi umani,specie in alto, i troppo egoismi e le troppe vanità, permettono forse un premierato in terra, grande umana soddisfazione ma piccola cosa, in fin fine, al termine del suo viaggio terreno l'Uomo cosa racconterà,visto che nessuno rimane qui?
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