Il plebiscito che ha portato Lombardo alla presidenza della Sicilia è andato oltre ogni rosea previsione, e non ha precedenti neanche nelle percentuali dei tempi d’oro di Totò Cuffaro. Quest’ultimo però, ed è una riflessione confermata anche dai risultati al senato, si conferma di nuovo l’uomo chiave dell’isola, il vero artefice di questo successo.
È riuscito nell’impresa di negare ancora una volta il diritto a Forza Italia-Pdl di pretendere lo scranno più alto. Nonostante la nuova formazione politica sia la prima forza dell’isola attestandosi, per quel che riguarda il senato, ben al di sopra della media nazionale (sette punti), il patto territoriale con l’Mpa ha costretto i coordinatori siciliani del Pdl a scegliere tra una vittoria in coalizione per Lombardo o una sconfitta a vantaggio delle sinistre. Con buona pace per le comprensibili aspirazioni di Miccichè, che ha desiderato invano una Sicilia “integralmente” azzurra.
Considerato da molti al capolinea, e addirittura senza chance di rielezione, Cuffaro è riuscito in due imprese non da poco. Innanzitutto mantenere una certa influenza territoriale facendo da ago della bilancia e recuperando un partito letteralmente decimato dai passaggi al Pdl. Ad Agrigento, regno cuffariano, riesce addirittura a battere il Pd nelle liste regionali, cosa che lo fa ben sperare di imporre agli alleati il suo candidato per la provincia, Luparello. In secundis, ha ottenuto insieme agli altri due compagni di lista immediatamente dietro di lui la guida dell’unica rappresentanza senatoriale dell’Udc, che sebbene politicamente ininfluente e non sufficiente nemmeno per costituire un gruppo parlamentare, porterà ad un riequilibrio importante all’interno del partito.
Nel frattempo all’interno del Pd si prepara un’aspra resa dei conti. 35 punti di distacco sono troppi anche in una regione di destra come la Sicilia, diminuendo rispetto a due anni fa quando la candidata era Rita Borsellino. Il risultato atteso era maggiore perché si sperava di sfruttare le dimissioni e la condanna di Cuffaro per ottenere un training positivo. Ma evidentemente ha avuto più presa l’onda di consenso nazionale a favore di Berlusconi, che ha indotto i siciliani a dare ancora più consensi al neogovernatore Lombardo, ritenendo che più forza all’autonomista potesse significare un legame più stretto con il governo nazionale.
Francantonio Genovese, segretario regionale del Pd, ha cercato di girare la frittata ostentando il fatto che i voti del suo partito sono aumentati rispetto alla somma algebrica di Dl e Ds. Ma non basterà neanche questo per impedire lotte intestine e diatribe interne.
Adesso il centrodestra dovrà impegnarsi per un vero rilancio dell’isola realizzando quelle infrastrutture essenziali che da sempre sono l’handicap siciliano. Prima di tutto il ponte, che porterebbe ad un aumento consistente del commercio e dei trasporti, con ricadute positive anche per il turismo. Il rapporto privilegiato che il leader catanese ha con Umberto Bossi impedirà eventuali ripensamenti della Lega su questo argomento. Altro punto scottante è la sanità, sulla quale bisognerebbe investire di più e meglio. Lo statuto autonomo concede infatti piena sovranità su questo settore. Non è utopico ritenere che di qui a una decina d’anni scelte oculate porterebbero ad un sistema sanitario invidiabile.
Ma, soprattutto, bisognerà risolvere il problema più grave della macchina amministrativa siciliana: la proliferazione degli enti inutili, dei carrozzoni pubblici e delle logiche clientelari e spartitorie che oltre ogni limite “di casta” dissanguano i contribuenti siciliani. La classe politica è chiamata ad un atto di responsabilità e di rilancio morale di se stessa, e la vittoria schiacciante della coalizione stavolta non lascia più nessun alibi.


Cuffaro uomo chiave.Forse
è un'analisi senza alcun