Venerdì 10 Febbraio 2012
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Un articolo dell'ex cancelliere su Die Zeit

I multikulti arruolano Schröder contro il referendum svizzero sui minareti

20 Dicembre 2009

Il risultato del referendum svizzero sui minareti non poteva lasciare indifferente la Germania, un paese che negli ultimi anni ha visto crescere il numero delle nuove moschee in maniera esponenziale, in particolare nel contesto della numerosa comunità turca e in stretta relazione con lo stato guidato dal presidente Abdullah Gül. Su iniziativa di  movimenti spontanei di cittadini si sono moltiplicati anche i tentativi di porre argini all’”invasione”, anche nelle dimensioni degli edifici, oltre che nel numero (si vedano i casi più recenti di Colonia e Berlino), ma senza che si siano ottenuti particolari risultati.

Nonostante i limiti denunciati da più parti (da ultimo c’ha provato il socialdemocratico Thilo Sarrazin, finendo con l’essere sottoposto ad un vero e proprio linciaggio mediatico) la versione tedesca del “multuculturalismo” continua a tenere banco. Tanto che si è intromesso nel dibattito perfino Gerhard Schröder, l’ex cancelliere SPD, che si è sentito in dovere di abbandonare per un attimo temi legati a gasdotti per scrivere un articolo apparso la settimana scorsa su “Die Zeit”, centrato non solo, com’era prevedibile, sulla critica agli svizzeri e sulla difesa del “multikulti”: “L’islam non è un’ideologia politica”, ha scritto, “è piuttosto una religione pacifica. Questo è quello che insegna il Corano”. Per dimostrarlo, ha poi ricordato, basterebbe ricordare che “lo scoppio delle due guerre mondiali del secolo passato non è certo attribuibile ad uno stato islamico”.

A smascherare il tentativo maldestro di relativizzare la questione, messo in atto da Schröder e dalla lobby mediatica capeggiata dal settimanale diretto da Di Lorenzo, c’ha pensato la sociologa d’origine turca Necla Kelek, membro autorevole della Conferenza governativa sull’Islam voluta due anni fa dall’allora Ministro degli Interni Wolfgang Schäuble. Con un articolo apparso sulla “Frankfurter Allgemeine”  ha ricordato anzitutto, a proposito di bellicismi, come “la guerra santa, inventata nel settimo secolo, sia stata la minaccia con la quale ha dovuto fare i conti l’Europa per un migliaio di anni, prima di essere fermata a Vienna, nel 1683, grazie ai polacchi”. Ancora più decisa è l’accusa di “relativismo” che la Kelek muove all’ex cancelliere a proposito delle odierne condizioni di vita nei paesi a maggioranza islamica: “L’islam è fede, cultura, visione del mondo e politica. La sua dottrina non conosce alcuna separazione tra stato e religione. Esso è incontestabilmente anche un’ideologia politica, anche se Schröder non vuole vederlo”.

Il confronto con l’islam, chiede la Kelek, dev’essere sviluppato sulle questioni essenziali, come quella delle donne costrette a matrimoni forzati o lasciate al margine della società, come avviene nell’attuale Turchia governata dall’AKP di Erdogan: “Solo una quarto delle donne vive lì di un proprio lavoro”, ricorda la sociologa, e anche su questo Schröder non sembra essere molto aggiornato, se è vero che al riguardo scrive di “rari casi di costrizione”. Sia chiaro, la Kelek giudica l’esito del referendum svizzero “una decisione tragica”, poiché “i musulmani hanno diritto ad avere moschee e minareti” e certo “nessuno svizzero contesta ai musulmani il diritto a vivere la propria religione”.

Il problema è la conoscenza di “ciò che vi è dietro”, di quella “società parallela” che le comunità musulmane, per loro natura, tendono a costruire: “La sfiducia degli svizzeri nei confronti delle associazioni che promuovono l’edificazione di moschee”, aggiunge la Kelek, “è causata anche dalla cospirazione che viene coltivata al loro interno. Le stesse autorità svizzere non sanno ciò che nelle moschee viene predicato”. Ora, rimarca, “le organizzazioni islamiche, il governo turco e infine Schröder sostengono che con quella scelta sia stata rifiutata la libertà religiosa, che sia in atto una discriminazione verso una minoranza. In questo modo si è data loro l’opportunità di non discutere dell’islam, ma solo, come sempre, di una colpa di cui si sarebbe macchiata l’Europa”.

Nel frattempo in Germania è sotto gli occhi di tutti il risultato di un sondaggio condotto nei giorni scorsi dall’autorevole istituto di ricerca DIMAP sul tema islamizzazione: il 36% dei tedeschi interpellati si è detto “molto preoccupato” per la diffusione dell’islam. Ad esso si è aggiunta un’inchiesta svolta a Berlino dal quotidiano “Berliner Morgenpost”, il cui esito ha visto prevalere con appena il 53% il rifiuto del risultato referendario svizzero (il 40% si è dichiarato favorevole mentre il 7% non si è voluto esprimere). Insomma, che esista un disagio è un fatto indiscutibile. Tanto più che in Germania sono in costruzione oggi 150 moschee, per lo più repliche triviali di quella ottomana di Sinan, come ce ne sono a migliaia in Anatolia. E così i tedeschi sono sempre meno certi di conoscere il vero significato di questo loro proliferare.
 

Commenti
Aleks Kapllaj
20/12/09 12:30
Da 736 europarlamentari, solo quattro difendono il crocifisso.
Da 736 europarlamentari, solo quattro difendono il crocifisso. In presenza di una decina. “Se dovessimo guardare al fatto che siamo in quattro gatti, in questo momento, a parlare della questione del crocefisso, considerare che per parlare del crocifisso dobbiamo invocare la questione della sussidiarietà, non possiamo non trarre la conclusione che ci troviamo in un´Europa che si vergogna della verità storica delle proprie radice giudaico cristiane” -- inizia l’intervento dell’europarlamentare Magdi Cristiano Allam, presidente del movimento politico IO AMO L’ITALIA, durante la seduta plenaria del parlamento europeo ( Strasburgo 15 dicembre 2009). Il parlamentare del gruppo PPE del parlamento europeo Magdi Cristiano, continua con lo stesso spirito; “ Della verità storica del cristianesimo, che come disse Goethe, è la lingua comune dell’Europa. All’interno del parlamento europeo ci sono 24 lingue ufficiali che attestano come non ci sia nulla che tiene unita l’Europa, se non il cristianesimo. Vorrei domandare al commissario Barrot, perché dopo che in Svizzera, un referendum popolare ha decretato il “ no ai minareti”, la Commissione Europea, l’Unione Europea, le Nazioni Unite, la Lega Araba, l’Organizzazione per la Conferenza Islamica si sono tutti mobilitati per condannare l’èsito di quel referendum, pur essendo la Svizzera un paese che non fa parte dell’Unione Europea. Ed oggi, assumete un atteggiamento di neutralità rispetto una questione che riguarda le nostre radici, la nostra identità e la nostra anima”. Durante la seduta plenaria sono intervenuti altri europarlamentari italiani, che pur facendo parte dei schieramenti politici diversi, dal PPE al EFD, sono stati nella stessa linea, di chiedere alla commissione europea di impugnare l’attuazione della sentenza della Corte di Strasburgo, anche se non è un istituzione dell’Unione Europea. “Perché è una violazione inaccettabile del principio di sussidiarietà, che è il fondamento del Unione Europea e anche della garanzia dei popoli e degli stati membri. Partendo dal considerazione generale della sentenza che, togliere o negare qualcosa che c’era già non è considerato da nessuno un atto di libertà e di democrazia, piuttosto è un atto di pulizia del pensiero” -dice tra l’altro, nel suo intervento l’europarlamentare, Mario Borghezio. “Se in un’ aula c’e un crocifisso e che viene tolto, quella parete non è laica ma vuota, dove il vuoto viene scelto come simbolo confessionale. Esposizione del crocifisso non è soltanto un fatto religioso, ma è qualcosa di più importante, di universalistico, il simbolismo della croce ha una portata di messaggio di pace, di fratellanza”. Un altro intervento a difesa del simbolo religioso cristiano identificato fortemente con il crocifisso--simbolo della cultura dell’amore per la vita, della civiltà, dell’ uguaglianza e dei diritti fondamentali dell’ uomo, un simbolo della cultura per la bellezza interiore ed espressiva-- è quello del europarlamentare Antonio Cancian. “Il Consiglio dello Stato italiano nel 2006, ha deciso che il crocifisso non è solo un simbolo della religione cristiana, ma ha una valenza di carattere indipendente e ha precisato che il principio di laicità dello Stato non può non tener conto dell’ identità culturale e della civiltà di un popolo. Con la nostra interrogazione abbiamo voluto evidenziare l’aspetto più laico della vicenda. Anche la bandiera d’Europa ha l’iconografia mariana. La decisione della Corte per i diritti umani cerca d’ imporre dall’alto la laicità……altro che sussidarietà degli stati membri, ma peggio ancora questo gesto porta al nichilismo, ecco anche il significato dei pareti vuoti che citava prima Borghezio. La sentenza mette in discussione la nostra stessa identità, i nostri valori europei di pace, amore e di convivenza civile , di uguaglianza e di libertà. Per questo la sentenza è un attentato alla libertà e alla parità dei diritti. Prima dell’intervento--secondo l’ordine prestabilito--del europarlamentare Mario Mauro, interviene il presidente della Commissione Europea, Jacques Barrot, il quali ribadisce che la Commissione non può che agire nel ambito del Unione. Nel Unione Europea le decisioni nazionali per gli simboli religiosi negli edifici pubblici, spettano al sistema giuridico degli stati membri del unione. Mario Mauro del PPE in sintonia di quello che hanno detto i sui colleghi italiani continua tra l’altro nel suo intervento: “Che cosa accadrebbe se applicassimo la sentenza del Corte di Strasburgo, cioè se applicassimo quella ragione che impone a levare il crocifisso dalle aule italiane in parallelo a tutti i luoghi dove è esposto per ragione pubbliche una croce. Cosa dovremmo fare della bandiera della Svezia, cosa dovremmo fare con la bandiera della Finlandia, della bandiera della Slovacchia, della bandiera di Malta, della bandiera della Grecia e della bandiera del Regno Unito, che di croci ne ha tre. Perché cari amici, la ragione per quale sono questi croci nelle bandiere non è una ragione religiosa, ma è una ragione di cultura e di tradizione. 736 il numero dei parlamentari europei, 265 i deputati del PPE, 72 l’europarlamentari d’Italia, e la presenza in aula quando si discute della sentenza della Corte di Strasburgo per i Diritti Umani, una decina in tutto, sono i numeri che dimostrano di più l’ insensibilità e l’ irresponsabilità dei atteggiamenti e di presa di posizione dei parlamentari riguardo all’ identità nazionale ed europea. Questi fatti confermano di più quello che diceva a maggio del 2004, allora il Cardinale Ratzingher che “l’Occidente odia sé stessa”.
Anonimo
21/12/09 12:42
Che palle ci fate con questa
Che palle ci fate con questa paura dell'Islam!!! siete terrorizzati all'idea che uno possa pregare il suo Dio a casa vostra?Avete paura a pensare che tra un secolo i musulmani saranno maggioranza in Europa?Allora affogate nei vostri timori. Ma le missioni in Africa con migliaia di chiese che evangelizzano i poveracci comprandoli con il cibo non vi fanno terrore vero?Anzi,le nostre chiese in giro sono un bene e fanno il bene, le chiese di altri a casa nostra fanno paura e creano terrore! Che brutta vita che fate, vi compatisco! Io guardo al futuro con gioia e fiducia, tutti mischiati, culture miste,mille preghiere, relativismo, maturità, tolleranza!!!
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